Anche in Emilia-Romagna Valditara vuole il ‘reclutamento’
Studenti in piazza, esercito fuori dalle scuole. L’obbedienza non è più una
virtù.
Le nostre proposte: obiezione, difesa civile non armata, educazione nonviolenta
ai conflitti
Mentre gli studenti italiani, insieme a quelli di tutta Europa, scioperano e
protestano contro la leva militare e le spese per preparare la guerra dei
rispettivi governi, sottratte anche agli investimenti per la scuola, l’Ufficio
scolastico regionale dell’Emilia Romagna – che risponde direttamente al ministro
Valditara – chiede ai dirigenti delle scuole secondarie di secondo grado di
aprire le aule all’”ufficio reclutamento e comunicazione” dell’esercito.
Rispondendo alla perentoria sollecitazione del “Comando militare esercito
Emilia-Romagna” per promuovere il reclutamento direttamente presso gli studenti,
fin dal primo biennio.
Attenzione alle date: con una manovra di accerchiamento degli adolescenti – che
sempre di più, anche in Italia, prendono un sano distanziamento dalle caserme e
dalle divise – il 22 settembre esce sulla piattaforma Netflix la serie tv
Minerva che normalizza e rende attraente la scuola militare; il 23 settembre
esce sul sito dell’Usr (datato 21 settembre) la comunicazione dell’esercito che
promuove, al primo punto, l’incontro con studenti e studentesse del primo e
secondo anno per “divulgare le modalità di ammissione e l’offerta formativa
delle Scuole Militari di Napoli e Milano”: scuole residenziali dalle rette molto
basse, con cui lo Stato anziché incentivare il diritto allo studio nelle scuole
civili offre la possibilità di pagarsi gli studi in quelle militari specie alle
famiglie più povere.
Mentre ai più grandi, di quarta e quinta, si divulga l’offerta formativa
dell’Accademia Militare. Alle altre classi, illustrazione delle attività
dell’esercito italiano.
In una scuola dove è vietata o limitata fortemente l’educazione
sessuo-affettiva, dove si subiscono ispezioni e sanzioni se i docenti parlano
del genocidio in Palestina, dove l’ingresso di formatori pacifisti e nonviolenti
è spesso censurato, o subordinato alla presenza di un cosiddetto
“contraddittorio”; ebbene in una scuola su cui si investe appena il 4% del PIL –
mentre le spese militari sono lanciate verso il 5%, come da imposizione
della Nato – hanno libero accesso, e senza contraddittorio, le mimetiche e le
stellette per convincere ragazzi e ragazze che l’unico modo di “risolvere le
controversie internazionali” e “difendere la patria” è arruolarsi.
Invece, la guerra e la sua preparazione sono ripudiate dalla Costituzione che
prevede – come da ripetute sentenze della Consulta – anche la difesa non armata
e nonviolenta del Paese e delle sue istituzioni.
Contro la guerra globale permanente e il bellicismo crescente è a questo che
avrebbero bisogno di essere formati studenti e studentesse: alle forme di
obiezione alla guerra, alle modalità di difesa nonviolenta, all’efficacia della
resistenza civile, ai metodi di de-escalation dei conflitti, agli esempi di
“pace con mezzi pacifici”.
Serve un cambio di paradigma culturale: dalla preparazione della guerra alla
preparazione della pace.
Per queste ragioni, la Rete pace e nonviolenza dell’Emilia Romagna condanna
fermamente l’ingresso dell’esercito nelle scuole, invita gli insegnanti alla
disobbedienza civile contro la loro militarizzazione, si pone a fianco delle
lotte nonviolente degli studenti e si offre disponibile ai dirigenti scolastici
nei vari territori per formare docenti e studenti ai saperi della nonviolenza.
Scriveva don Lorenzo Milani ai giudici che lo incriminarono proprio in quanto
insegnante: di fronte alla guerra e alla sua preparazione “bisogna avere il
coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non
è più una virtù, ma la
più subdola delle tentazioni”.
Il coraggio che serve oggi più che mai, a cominciare dagli adulti educatori.
RETE PACE E NONVIOLENZA EMILIA ROMAGNA
Bologna, 19 ottobre 2026
Redazione Bologna