Si chiama guerra
C’è un momento, prima di ogni guerra, in cui le parole cambiano funzione. Non
servono più a comprendere la realtà, ma a renderla accettabile. È in quel
momento — invisibile, quasi silenzioso — che la violenza diventa pensabile.
Le escalation militari degli ultimi mesi sono state raccontate con un lessico
che sembra progettato per neutralizzare il dubbio: “deterrenza”, “difesa
preventiva”, “minaccia esistenziale”, “risposta necessaria”. Sono parole che non
descrivono soltanto gli eventi: li preparano. Trasformano decisioni politiche in
automatismi, scelte in inevitabilità, esseri umani in fattori strategici. Basta
leggere le dichiarazioni che accompagnano ogni attacco, ogni deportazione, ogni
chiusura di confine.
Il vocabolario è sempre lo stesso: “diritto inalienabile di difesa”, “risposta
precisa e proporzionata”, “obiettivi militari legittimi”, “invasione”, “minaccia
all’ordine”. Nessuna di queste formule nomina le persone che muoiono o vengono
espulse. Nessuna lascia spazio al dubbio. Tutte costruiscono un’inevitabilità
che toglie alla politica la sua dimensione morale.
“Chiarire le nozioni, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso
delle altre con delle analisi precise: ecco un lavoro che — per strano che
questo possa sembrare — potrebbe preservare delle vite umane”. Così scriveva
Simone Weil nel saggio Non ricominciamo la guerra di Troia. Descriveva qualcosa
che si ripete con ogni generazione, con lessici diversi ma con la stessa logica:
la parola che diventa ordine di esecuzione.
Simone Weil: il meccanismo della forza
Per comprendere cosa accade è utile tenere insieme due saggi di Weil che di
solito vengono letti separatamente. In Non ricominciamo la guerra di Troia, Weil
fa un’analisi politica diretta: mostra come le nazioni vadano in guerra non per
difendere valori reali, ma per difendere parole — “la Nazione”, “l’Onore”, “la
Sicurezza” — diventate feticci vuoti che nessuno si cura di definire. Le guerre
moderne, scrive, sono spesso combattute per slogan che non corrispondono ad
alcuna realtà concreta verificabile.
In L’Iliade o il poema della forza, la prospettiva si allarga fino a diventare
quasi antropologica. La forza è ciò che trasforma l’essere umano in “cosa”:
prima di colpirlo fisicamente, lo annulla simbolicamente. E questa
trasformazione comincia già nel linguaggio: non si vedono più persone, ma
obiettivi; non vite, ma funzioni; non scelte, ma necessità. Vale per i corpi sui
campi di battaglia. Vale ugualmente per i corpi nei centri di detenzione, per le
famiglie separate alle frontiere, per le popolazioni civili contate come “danni
collaterali”.
I due saggi si integrano: il primo offre gli strumenti per smascherare il
linguaggio politico della guerra; il secondo ne mostra la radice più profonda,
quasi antropologica. Oggi abbiamo bisogno di entrambi.
La grammatica della paura
La guerra non avanza solo con missili e droni. Avanza con formule linguistiche
che spostano l’attenzione dall’esperienza concreta alla giustificazione
astratta. Quando si parla di “sicurezza assoluta”, si tace su chi paga il prezzo
di quella sicurezza. Quando si invoca la “necessità”, si sospende il giudizio
morale. La responsabilità si diluisce e la violenza appare come un passaggio
tecnico, quasi amministrativo.
Questo meccanismo non riguarda solo le guerre tra Stati. Riguarda anche le
guerre interne: la criminalizzazione dei migranti, le deportazioni di massa
presentate come “ripristino dell’ordine”, la costruzione del nemico interno
attraverso parole come “invasione” o “infestazione”. Il linguaggio è lo stesso:
trasforma persone in categorie, scelte in necessità, violenza in
amministrazione.
Se oggi i conflitti si moltiplicano e si intersecano — guerre militari, guerre
ai confini, guerre commerciali — è anche perché si è ristretto il vocabolario
del limite. Le parole che un tempo indicavano prudenza — negoziato, mediazione,
responsabilità condivisa… — suonano deboli in un discorso pubblico dominato
dall’urgenza e dalla paura. E quando la paura diventa la grammatica della
politica, la guerra appare non più come fallimento, ma come prova di
determinazione.
Il linguaggio della pace sopravvive come formula rituale — cerimonie, accordi,
dichiarazioni — mentre quello della guerra diventa operante: ordini, missili,
confini chiusi. La pace si proclama; la guerra si organizza. E il linguaggio che
le separa è sempre più sottile.
In questa logica teleologica — la violenza come mezzo necessario alla pace —
rientrano dichiarazioni come quelle di Donald Trump: “i bombardamenti intensi e
mirati continueranno senza interruzione… finché sarà necessario per raggiungere
il nostro obiettivo di pace”. La pace viene così posta come fine che assorbe
ogni mezzo, e il mezzo smette di essere giudicato.
Il meccanismo funziona perché nessuno si presenta come aggressore. Ogni parte è
in difesa. Ogni attacco è una risposta. Ogni escalation è una reazione. In
questo gioco di specchi linguistici, l’inizio della violenza diventa impossibile
da localizzare — e quindi impossibile da interrompere.
La resistenza comincia dalle parole. Ma non finisce lì
Rifiutare le parole che oscurano la realtà è il primo gesto di
resistenza. Significa dire “persone” dove si dice “obiettivi”, dire “scelte”
dove si dice “necessità”, dire “sofferenza” dove si dice “danno collaterale”,
dire “espulsione” dove si dice “gestione dei flussi”.
Weil non era una pacifista assoluta: sapeva che la forza esiste nel mondo e che
a volte è necessario opporvisi con forza. Ciò che rifiutava non era la
resistenza, ma la cecità — la volontà di non vedere ciò che si sta facendo, di
non nominare chi si sta colpendo, di non contare i costi reali di ciò che si
chiama difesa.
Se questa logica si consolida, il rischio è evidente: ogni aggressione potrà
essere narrata come risposta necessaria a una minaccia, e ogni violazione come
precedente che normalizza la successiva. In questo scenario, il diritto
internazionale non scompare formalmente, ma perde forza normativa: diventa
linguaggio rituale, non limite effettivo.
La chiarezza del linguaggio non è una soluzione in sé: è la condizione perché
qualsiasi soluzione sia possibile. Se la guerra comincia nel linguaggio, anche
la sua interruzione deve cominciare lì. Non è una soluzione rapida, né
spettacolare. È un lavoro lento, esigente, spesso solitario. Ma è forse l’unico
modo per non consegnare il futuro alla logica della forza. La domanda resta
aperta e urgente: non solo dove andiamo a finire, ma con quali parole ci stiamo
portando fin lì — e chi, in quel linguaggio, è già scomparso.
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