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Lettera aperta al governo Meloni: “Non siate complici del Board of Peace!”
Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese: NON SIATE COMPLICI del Board of Peace! L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca. Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla, ma solo di affari. Con pochi Paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania. E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese[1], l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa. Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati e inquinanti, che serviranno da “materiale da costruzione”? Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale? Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità. Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente? RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello. . Per maggiori informazioni sulle adesioni: Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Maiindifferenti6@gmail.com www.maiindifferenti.it Pagina Facebook  LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com Pagina Facebook [1] Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio. Redazione Italia
February 26, 2026
Pressenza
Oltre 80 registi e star del cinema criticano il Festival del Cinema di Berlino per il “silenzio” sulle atrocità a Gaza
Decine di importanti registi e star del cinema hanno condannato il Festival Internazionale del Cinema di Berlino per il suo “silenzio istituzionale” sul genocidio nella Striscia di Gaza assediata e per la complicità nel proteggere Israele dalla responsabilità delle proprie azioni. Oltre 80 partecipanti attuali ed ex della Berlinale hanno firmato martedì una lettera aperta che denuncia la risposta del festival alla guerra genocida di Israele contro il territorio palestinese e la “censura” degli artisti che prendono posizione. Tra i firmatari figurano Tilda Swinton, Javier Bardem, Angeliki Papoulia, Saleh Bakri, Tatiana Maslany, Peter Mullan e Tobias Menzies, così come i registi Mike Leigh, Lukas Dhont, Nan Goldin, Miguel Gomes, Adam McKay e Avi Mograbi. I firmatari hanno sottolineato che “si aspettano che le istituzioni del nostro settore rifiutino la complicità nella terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi”. La lettera è stata resa pubblica durante l’edizione 2026 del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, dove le tensioni politiche hanno dominato il dibattito. La controversia si è intensificata dopo che il presidente della giuria Wim Wenders ha dichiarato alla conferenza stampa di apertura che “dovremmo restare fuori dalla politica” e ha descritto il fare cinema come “l’opposto della politica”, quando gli è stato chiesto di Gaza e del forte sostegno del governo tedesco a Israele – nonostante la Germania sia uno dei principali finanziatori del festival. Sono seguite critiche, che hanno spinto la direttrice del festival Tricia Tuttle a dichiarare: “Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival sulle quali non hanno alcun controllo”, Nella loro lettera, i firmatari affermano di “essere in profondo disaccordo” con la posizione di Wenders, insistendo: “Non si può separare l’una dall’altra”. Hanno osservato che “la marea sta cambiando nel mondo cinematografico internazionale”, facendo riferimento al rifiuto di oltre 5.000 lavoratori del cinema – incluse importanti figure di Hollywood – di collaborare con “società e istituzioni cinematografiche israeliane complici”. La lettera si conclude invitando “la Berlinale a adempiere al proprio dovere morale e a dichiarare chiaramente la propria opposizione al genocidio di Israele, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra contro i palestinesi, e a porre completamente fine al suo coinvolgimento nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di responsabilità”. Un accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025 avrebbe dovuto porre fine a una sanguinosa offensiva militare israeliana iniziata nell’ottobre 2023 e durata due anni. Israele, tuttavia, continua a violare l’accordo attraverso i suoi bombardamenti e attacchi. Secondo funzionari palestinesi, la campagna genocida ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi, ha lasciato più di 171.000 feriti e ha inflitto danni estesi che hanno colpito il 90 per cento delle infrastrutture civili. Le Nazioni Unite hanno stimato che le spese per la ricostruzione ammonteranno a circa 70 miliardi di dollari. InfoPal
February 18, 2026
Pressenza
Lettera aperta al mondo: da Cuba una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere
All’umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia: Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall’altra parte. Denuncia per i miei nonni: Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì. Denuncia per i miei bambini: Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali Paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste. Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere? Denuncia per la fame intenzionale: Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate. La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame. Denuncia per i miei medici: Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento, ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia. I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato. Al mondo dico: Cuba non chiede l’elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno. Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo. Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: crimine contro l’umanità. Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano. Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere. Ai governi complici che tacciono: La storia vi presenterà il conto. Ai media che mentono: La verità trova sempre una via d’uscita. Ai carnefici che firmano sanzioni: Il popolo cubano non dimentica e non perdona. A coloro che hanno ancora umanità nel cuore: Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare? Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi. Ikay Romay Tradotto e divulgato da Associazione Svizzera-Cuba, Sezione Ticino ticino@cuba-si.ch https://www.facebook.com/ASCTicino/?locale=it_IT https://www.cuba-si.ch/it/   Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza
Oltre cento star firmano una lettera a sostegno di Francesca Albanese
Oltre cento figure del cinema e della cultura mondiale, da Mark Ruffalo a Javier Bardem, hanno firmato una lettera aperta a sostegno di Francesca Albanese. La relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi è nel mirino di Francia e Germania, che ne hanno chiesto le dimissioni giudicando le sue parole su Gaza incompatibili con la neutralità richiesta dal ruolo. Gli artisti chiedono di tutelare l’indipendenza di chi documenta quanto accade sul campo Oltre cento personalità internazionali del cinema, della musica e della cultura hanno firmato una lettera aperta per sostenere Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. L’iniziativa arriva in risposta alla richiesta di dimissioni avanzata da Francia e Germania, secondo cui alcune recenti dichiarazioni della funzionaria italiana sulla situazione a Gaza non sarebbero compatibili con la neutralità prevista dal suo incarico ONU. La mobilitazione punta a respingere le pressioni politiche e a mantenere Albanese nel suo ruolo. La mobilitazione degli artisti La raccolta firme è stata promossa dal collettivo Artists for Palestine, attivo da anni sul fronte dei diritti umani. Tra i firmatari figurano Mark Ruffalo, Javier Bardem, Annie Lennox, Ken Loach, Brian Eno, Viggo Mortensen, Jim Jarmusch, la Nobel per la Letteratura Annie Ernaux e, per l’Italia, Asia Argento. Nel documento, gli artisti affermano di voler difendere l’autonomia del mandato di Albanese, il cui compito è monitorare e documentare eventuali violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi. La lettera esprime “pieno supporto” alla relatrice, ritenuta una figura essenziale per garantire un’osservazione indipendente sul campo. Le dichiarazioni al centro del caso diplomatico L’appello degli artisti si inserisce nel solco delle tensioni tra la relatrice e i governi di Francia e Germania, che ne hanno chiesto formalmente le dimissioni a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate nel fine settimana. Al centro della polemica, l’utilizzo del termine ‘genocidio’ per descrivere l’operazione militare a Gaza e l’espressione ‘nemico comune dell’umanità’, che i Ministeri degli Esteri di Parigi e Berlino hanno interpretato come un riferimento diretto allo Stato di Israele, giudicandolo incompatibile con il dovere di imparzialità richiesto dal ruolo ONU. Albanese ha respinto le accuse, parlando di una ‘manipolazione’ delle sue parole e negando ogni forma di pregiudizio o intento antisemita. La questione dell’autonomia dell’ONU Nel testo diffuso da Artists for Palestine, i firmatari richiamano la necessità di garantire piena indipendenza ai funzionari delle Nazioni Unite, soprattutto a coloro che operano in aree di conflitto. Secondo gli artisti, interferenze politiche possono ostacolare la capacità dei relatori speciali di svolgere correttamente il loro mandato. La lettera ribadisce che gli incarichi ONU devono essere esercitati senza pressioni esterne e che la documentazione delle violazioni dei diritti umani richiede un margine di autonomia pieno e riconosciuto a livello internazionale. Redazione Italia
February 15, 2026
Pressenza
Transizione energetica, lettera aperta a Giorgia Meloni
Gentile Presidente Giorgia Meloni, Le scrive TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione, una coalizione interregionale che oggi riunisce oltre 140 associazioni e comitati attivi in tutta Italia per la difesa dei territori, del paesaggio e delle comunità locali. Abbiamo apprezzato le Sue recenti dichiarazioni sull’importanza della “neutralità tecnologica” nella scelta delle fonti energetiche, una posizione che presuppone l’uscita dall’approccio dogmatico delle “rinnovabili ad ogni costo”. Purtroppo ciò che sta accadendo non sembra riflettere i Suoi auspici. Da ogni parte del Paese raccogliamo segnali sempre più allarmanti: quella che viene oggi definita “transizione energetica” sta assumendo i contorni di una deriva speculativa senza precedenti, lontana sia dalla tutela dell’ambiente sia dagli obiettivi di sicurezza energetica nazionale. In un quadro già di per sé allarmante, il recente decreto legislativo di recepimento della direttiva europea UE 2023/2413 (RED III), approvato dal Consiglio dei Ministri, introduce un elemento di eccezionale gravità: la stabilizzazione per legge del curtailment. Il decreto stabilisce che l’energia prodotta da impianti non programmabili (essenzialmente quelli eolici e fotovoltaici) venga incentivata anche quando non è immessa in rete, perché eccedente rispetto alla domanda o alla capacità di assorbimento del sistema elettrico, superando il principio secondo cui l’incentivo pubblico era legato all’energia effettivamente utilizzata o autoconsumata. Ancora più grave è il fatto che qualsiasi tentativo di rimuovere o correggere questa norma, pur limitato e prudente, sia stato dichiarato “irricevibile” dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, che ha di fatto finito per legittimare un meccanismo fortemente distorsivo, in aperta contraddizione con gli obiettivi dichiarati di sicurezza energetica, tutela dell’interesse pubblico e sostenibilità economica del sistema. Con questa scelta l’energia prodotta ma non utilizzata, e dunque gettata via, ricade comunque su famiglie e imprese, garantendo ai produttori, spesso stranieri, l’assenza totale di rischio d’impresa. È un capovolgimento di ogni logica economica e di ogni principio di libero mercato, che trasforma la tariffa elettrica in un meccanismo di rendita finanziaria. Lo stesso gestore della rete, Terna, ha recentemente confermato che il curtailment è in crescita. La rapida espansione di eolico e fotovoltaico in alcune aree ha superato la capacità di trasmissione disponibile, creando eccedenze non assorbite dal sistema. Invece di correggere questi squilibri infrastrutturali, il decreto consolida il meccanismo di remunerazione anche per l’energia non utilizzata, rendendo strutturale un modello che premia la sovrapproduzione senza risolvere i problemi di pianificazione. Questa distorsione economica comporta inoltre un impatto territoriale fortemente lesivo. L’Italia, meta di turismo per il suo patrimonio culturale e ambientale unico al mondo (come riconosciuto dall’UNESCO) rischia oggi di compromettere la sua identità sull’altare di benefici energetici (e anche di emissioni) del tutto aleatori. Aziende private, spesso multinazionali estere o società prive di una reale solidità finanziaria, operano con logiche predatorie impadronendosi di suoli agricoli o montani – più economici delle superfici già edificate – e vi installano impianti eolici industriali e distese di pannelli fotovoltaici di dimensioni imponenti, senza alcun beneficio concreto per le comunità locali. Questo modello, che ci è costato ad oggi oltre 200 miliardi di Euro, non crea sviluppo, ma distruzione con un impatto ambientale e paesaggistico irreversibile: aumenta il costo dell’energia, devasta il paesaggio, compromette i terreni agricoli e minaccia le eccellenze alimentari che rendono l’Italia unica al mondo. Così i cittadini sono colpiti due volte: come abitanti dei territori, privati del paesaggio e della possibilità di decidere del proprio futuro, e come consumatori, perché i costi delle reti, degli accumuli e persino dell’energia non utilizzata vengono scaricati interamente sulle bollette. In questo contesto, risultano difficili da comprendere le continue dichiarazioni di preoccupazione per il caro energia, mentre si approvano norme che aggravano ulteriormente il peso economico su famiglie e imprese. Questa deriva è il frutto di un’ideologia green dogmatica, imposta a livello europeo e recepita senza spirito critico, che confonde la tutela ambientale con l’industrializzazione selvaggia del territorio. È la stessa impostazione che sta contribuendo all’impoverimento dell’Europa, all’aumento dei costi dell’energia e alla perdita di competitività dei Paesi membri dell’Unione. Sull’altare di questa transizione energetica imposta dall’Europa, cieca e dogmatica, che arricchisce a dismisura solo pochi soggetti, stiamo infatti sacrificando anche la capacità di competere della nostra industria. Accettiamo di rinunciare ad interi settori produttivi (automotive, ma non solo) per poi farci invadere dalle esportazioni di prodotti cinesi realizzati bruciando soprattutto carbone. Il colmo dell’ipocrisia. Presidente Giorgia Meloni, Lei ha più volte dichiarato di voler difendere l’interesse nazionale, la sovranità economica e il valore strategico dei territori ed ha giustamente posto in luce il tema della neutralità tecnologica. Oggi Le chiediamo di assumere pienamente il ruolo di garante, dimostrando coerenza e restituendo pianificazione, equilibrio e giustizia a una politica energetica ormai fuori controllo, e proteggendo ciò che rende l’Italia unica. Con rispetto istituzionale e ferma determinazione, confidiamo in un Suo intervento concreto e tempestivo. Coalizione TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione Redazione Italia
January 7, 2026
Pressenza
Mauritania: Lettera aperta di fronte all’urgenza del cambiamento
> Come sradicare il cancro della corruzione che sta divorando le istituzioni del > potere in Mauritania? Lettera aperta del deputato Biram Dah Abeid* UN POPOLO OSTAGGIO DELLA CORRUZIONE E DELLA PREDAZIONE Da decenni il popolo della Mauritania subisce impotente il saccheggio sistematico delle sue ricchezze comuni. I regimi che si sono succeduti non si sono limitati a perpetuare la tendenza alla predazione, ma l’hanno accelerata e amplificata fino a portare il Paese sull’orlo del baratro. Gli indicatori di estrema povertà, disoccupazione generalizzata, collasso del sistema educativo e alto tasso di mortalità materna e infantile confermano la portata della catastrofe. I rapporti di Transparency International e del Forum economico mondiale documentano in modo eloquente la portata del saccheggio organizzato, che ha reso la Mauritania un simbolo della corruzione in Africa, con il 130° posto nell’indice universale. Qui, le élite dello Stato si appropriano dei fondi pubblici, senza pudore né compassione per la maggioranza povera. PROMESSE VUOTE E GOVERNANCE IN DECLINO Nonostante gli slogan altisonanti e le false promesse di ogni nuovo governo in materia di riforma e risanamento della gestione, la realtà continua a illustrare il declino del Paese che sprofonda sempre più nella stagnazione e nel fallimento. Dal Partito Repubblicano Democratico e Sociale (Prds) all’Insaf (Equità), passando per Adil e l’Unione per la Repubblica (Upr), nulla cambia. Gli attori delle malversazioni rimangono e si auto-amnistiano, in un circuito chiuso: stessi volti, stesse mafie, stessi metodi per agire impunemente e godere senza ritegno né sazietà. L’intero Stato serve gli interessi molto particolari di un’oligarchia ridotta nel numero, a scapito della moltitudine. L’AMMINISTRAZIONE E LA LEGGE AL SERVIZIO DEL CLIENTELISMO Le radici della prevaricazione banalizzata spiegano la finalità di un sistema di governance basato su una razionalità di partito unico, che fa dell’appartenenza a quest’ultimo un privilegio permanente e una fonte di protezione infinita. Essere un alto funzionario costituisce, da decenni, la via maestra per l’arricchimento illecito. Al fine di perpetuare e alimentare l’economia generale dei favori e dei privilegi, l’amministrazione funge da strumento clientelare e vettore di brogli elettorali, invece di rassicurare i cittadini. Silenzio, qui si ruba alla luce del sole. La legge dei “simboli” protegge il ladro e incrimina la vittima. UN PARLAMENTO SENZA POTERE E ISTITUZIONI PARALIZZATE Quanto al Parlamento, è stato addomesticato, anestetizzato, sotto l’effetto di compiacenze tribali, regali, esenzioni e profitti a livello individuale. È diventato una camera di registrazione muta, la cui unica utilità consiste nell’approvare e ratificare le decisioni del governo. Da organo di controllo e legislativo, è ora relegato a un ruolo di comparsa privo di splendore e senza vergogna. I deputati della maggioranza mendicano, nell’anticamera degli uffici dei ministri, appalti, diaria, viaggi di lavoro, carriole e rastrelli. L’INEFFICACIA DEGLI ORGANI DI CONTROLLO La commissione d’inchiesta parlamentare del 2020 è stata solo una manovra di regolamento di conti, non un’assidua misura di moralizzazione. Non è necessario insistere per dimostrarlo. Peggio ancora, gli organismi di controllo soffrono di una grave carenza di risorse, non certo in termini di competenza, ma piuttosto di numero, come dimostra il numero esiguo di funzionari addetti alla riscossione delle imposte. Ne consegue il deterioramento dell’organizzazione e dell’ambiente di lavoro, con conseguente stagnazione della produttività. Inoltre, i meccanismi di nomina ai vertici dell’Esecutivo, la debolezza delle capacità istituzionali e l’assenza di una valutazione obiettiva delle politiche pubbliche rappresentano altrettanti fattori di fallimento. Tali carenze ostacolano da tempo il primato dell’interesse generale. Di conseguenza, il bene della collettività è diventato facile preda di una minoranza animata, da secoli, dall’avidità del bottino e dall’abitudine al saccheggio. UNA “GUERRA ALLA CORRUZIONE” SENZA EFFETTI Negli ultimi tre decenni, solo un numero limitato di funzionari incriminati è stato portato davanti al giudice. La vendetta di parte ha preso il sopravvento sulla preoccupazione per la probità. Del resto, quasi tutti sono riusciti a cavarsela grazie alle pressioni delle tribù. L’impunità rimane la sostanza vitale del sistema. Le verifiche annuali riguardano solo il 5% della spesa totale, che supera i 2.000 miliardi di ouguiya. Per quanto riguarda l’attuale presidente, già nel 2019 ha dichiarato una “guerra senza quartiere alla corruzione”. Alla prova dei fatti, ci si rende conto che si tratta di un annuncio privo di significato tangibile. Oggi finge di reagire, dopo lo scandalo del rapporto della Corte dei conti. Tuttavia, le misure adottate, come l’allontanamento di una manciata di personaggi di secondo piano – non sempre compromessi – sembrano ben al di sotto della pulizia necessaria. LA CORRUZIONE COME MODALITÀ DI SGRETOLAMENTO NAZIONALE La corruzione in Mauritania non è più un semplice problema amministrativo, ma un vero e proprio processo di disgregazione della comunità, che si alimenta di favoritismi, lealtà personali e complicità delle élite. Per porvi rimedio, è necessaria una riforma radicale e globale della struttura dello Stato e del suo sistema legislativo. In sintesi, per guarirlo e non prolungarne l’agonia, il sistema deve suicidarsi e poi risorgere. Proponiamo quindi una serie di misure concrete, al fine di arricchire il dibattito sui mezzi per salvare il Paese dalla sua rovina multidimensionale: PROPOSTE PER UNA RIFONDAZIONE DELLO STATO 1. Separazione dello Stato dai simboli della maggioranza parlamentare: il Capo dello Stato dimostra la sua imparzialità rinunciando alla presidenza effettiva dell’Insaf (partito politico, Ndt.) e alla direzione del Consiglio supremo della magistratura. In questo modo, garantirà la salutare distinzione tra partito, giustizia e potere esecutivo e porrà fine alla confusione che soffoca l’energia creativa sin dalla proclamazione di una democrazia frammentata all’inizio degli anni ’90. 2. Porre fine alle arcaiche cerimonie di fedeltà che mobilitano le risorse e il personale dello Stato: le visite del Presidente della Repubblica all’interno del Paese saranno limitate agli incontri con le autorità, i rappresentanti eletti e gli attori locali. È vietata la partecipazione di funzionari non interessati. 3. Riorganizzare il meccanismo di elaborazione delle leggi finanziarie: il tema generale del bilancio sarà oggetto di approfondite consultazioni tra gli organi di controllo, i centri di ricerca accreditati e la società civile, prima di alimentare un dibattito aperto sulle priorità di spesa e le virtù della responsabilità. 4. Rafforzare le capacità della Corte dei conti e degli organi di controllo della gestione, assumendo almeno 300 giudici, revisori dei conti e ispettori finanziari, attraverso concorsi imparziali e trasparenti. Così attrezzata, la Corte potrà produrre ogni anno una panoramica critica delle prestazioni delle istituzioni. 5. Coinvolgere società di revisione indipendenti, anche straniere, nella revisione della legge finanziaria e sostenere il lavoro delle strutture di misurazione della conformità, al fine di contribuire meglio a consolidare le pratiche di integrità e trasparenza. 6. Sottoporre la Presidenza della Repubblica e il Primo Ministro alle competenze della Corte dei conti, che pubblicherà i risultati del proprio lavoro, al fine di limitare i rischi di perdita di fiducia e disinformazione e preservare la legittimità dei vertici della gerarchia. 7. Ripristinare e riattivare il ruolo investigativo del Parlamento, attraverso commissioni d’inchiesta permanenti che convocheranno, in seduta pubblica, alti funzionari e ministri e sottoporranno i deputati, per legge, all’obbligo di dichiarare i propri beni, dall’inizio alla fine del mandato, vietando loro di partecipare a gare d’appalto pubbliche. 8. Riorganizzare radicalmente i media statali e trasformarli da strumento di propaganda a spazio di pluralismo, ricettivo a tutte le tendenze dell’opinione pubblica, consentendo loro di denunciare e documentare la corruzione. 9. Sottoporre i contratti e gli accordi internazionali all’esame di organismi di controllo e di vigilanza imparziali, per valutarne la conformità ai requisiti di ecologia e sviluppo sostenibile. 10. Avviare un dibattito sociale sulla corruzione e la frode e attribuire loro lo status di priorità nazionale. 11. ⁠ ⁠Rivedere la promozione dei quadri della funzione pubblica, secondo criteri di competenza e merito, al di sopra della lealtà partitica e del favoritismo dei clan, esercizio che impone l’autenticazione meticolosa dei diplomi e delle competenze di cui si avvalgono i titolari di cariche pubbliche, requisito che è importante estendere ai medici e ai farmacisti, anche del settore privato. 12. Attivare la dichiarazione dei beni, all’interno dell’alta funzione pubblica, prima e dopo l’assunzione dell’incarico e consentirne l’accesso ai cittadini. 13. Diffondere la digitalizzazione dei servizi e delle procedure amministrative, al fine di ridurre la burocrazia ed eliminare l’estorsione imposta agli utenti. 14. Promulgare una legge severa per reprimere i conflitti di interesse. Gli alti funzionari e i loro parenti non possono stipulare contratti pubblici né trarne profitto, sia esso diretto o indiretto. 15. Rivedere, a posteriori, le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, attraverso la diffusione, su piattaforme di informazione, dei contratti importanti relativi alle infrastrutture, all’energia e alle miniere. 16. Ripristinare l’autonomia della giustizia per conferire maggiore credibilità alla differenziazione dei poteri, con l’attuazione dell’indipendenza dei magistrati competenti nei confronti dell’autorità esecutiva e attraverso il sostegno materiale e professionale ai tribunali di primo grado, principale canale di accesso alla giustizia per i cittadini. 17. Confisca dei beni illeciti e ricorso, di conseguenza, alla cooperazione giudiziaria internazionale per la lotta al riciclaggio di denaro. 18. Proteggere gli informatori e incoraggiare i cittadini a segnalare gli abusi garantendo l’anonimato facoltativo. 19. Riformare l’ingegneria elettorale nell’ambito di uno sforzo costante volto a rafforzare la veridicità dei risultati elettorali e contenere il tribalismo. 20. Nel bilancio dello Stato, dare priorità all’istruzione, alla sanità e all’occupazione piuttosto che alle spese clientelari a breve termine. La rinascita dello Stato di diritto non è solo una questione di governance al vertice, ma risponde a un bisogno di sopravvivenza collettiva. Tuttavia, nessuna riforma può vedere la luce finché l’impunità è alla base del dominio. Per questo motivo invitiamo tutte le forze nazionali che hanno a cuore il futuro di una Mauritania sostenibile a impegnarsi, con o senza di noi, nella sfida della ripresa, in nome delle generazioni future. -------------------------------------------------------------------------------- * L’autore: Biram Dah Abeid, nato nel 1965 a Rosso in Mauritania, è un attivista abolizionista e politico mauritano, deputato e tre volte candidato alle elezioni presidenziali. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. Rédaction Belgique
November 10, 2025
Pressenza
Personalità ebraiche di tutto il mondo chiedono all’ONU e ai leader mondiali di imporre sanzioni a Israele
In una lettera aperta, importanti personalità ebraiche di tutto il mondo chiedono alle Nazioni Unite e ai leader mondiali di imporre sanzioni a Israele per quelle che descrivono come azioni che equivalgono a un genocidio a Gaza. Oltre 450 persone, tra cui ex funzionari israeliani, premi Oscar, autori e intellettuali, hanno firmato una lettera aperta chiedendo che Israele assuma le proprie responsabilità in merito alla sua condotta a Gaza, nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est. La lettera è stata pubblicata mentre i leader dell’UE si incontrano oggi a Bruxelles, in seguito alle notizie secondo cui intendono accantonare le proposte di sanzioni a Israele per violazioni dei diritti umani. Clicca  x il testo della lettera in inglese e Clicca per l’articolo del Guardian. ANBAMED
October 23, 2025
Pressenza
Lettera aperta sul DDL di censura alle critiche a Israele
Alcuni docenti, in nome di quel residuo di libertà di insegnamento che consiste nel concepire la propria classe come un gruppo di apprendimento che non inizia un percorso formativo standardizzato, ma elaborato su misura per loro, per allenarli alla socioanalisi e farne poi dei futuri cittadini consapevoli, non ci stanno! Col DDL Gasparri, equiparare l’antisemitismo all’antisionismo o semplicemente far rientrare nel primo anche una semplice critica all’establishment di un criminale di guerra come Netanyahu, rappresenta un salto all’indietro di ottant’anni e dà la misura della forza delle connessioni politiche ed economiche con uno Stato maestro in colonialismo di insediamento, gli USA (vd. genocidio di circa 50milioni di nativi americani) e con il suo vassallo in Medio Oriente, Israele (vd. genocidio in corso e 80 anni di colonialismo di insediamento e apartheid). Gasparri, senatore di Forza Italia, emergeva già due anni fa in un servizio di “Report” su RaiTre, con tutti i suoi legami imbarazzanti con le lobby sioniste e in particolare con chi si occupa di Cybersecurity, fiore all’occhiello di Israele (https://www.thegoodlobby.it/conflitto-di-interessi-porte-girevoli-lobbying-maurizio-gasparri-sembrerebbe-non-farsi-mancare-nulla/). È anche grazie al proprio apparato di spionaggio digitale ( vs. ultime novità su Wired:  https://www.wired.it/article/paragon-spyware-caltagirone-orcel-copasir-indagine-audizione-mantovano/) che Israele tiene sotto ricatto mezzo mondo “occidentale”, prima fra tutti l’Italia, consentendogli di avere alleati bipartisan tra i parlamentari e gli eurodeputati che organizzano la copertura politica, tramite l’inattività e/o la disinformazione. In quest’ultimo settore della cosiddetta guerra ibrida, rientra la campagna mediatica che attraverso un massiccio bombardamento di news tendenziose sta presentando il progetto immobiliare-colonialista di Trump & Co. per Gaza, addirittura come un piano di pace. Alcuni docenti, quindi, non ci stanno e scrivono questa lettera aperta: Dopo le manifestazioni oceaniche in solidarietà con la Palestina che hanno visto la partecipazione di insegnanti, studenti ed educatori, siamo allarmati dalla possibilità che nel nostro Paese venga approvata una legge che di fatto renderebbe illegale l’espressione di quelle critiche nelle scuole, nelle università e nelle strade.  Sono, infatti, in discussione al Senato ben tre disegni di legge che, con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’antisemitismo, rischiano invece di mettere il bavaglio a ogni possibile critica allo Stato di Israele. Ci riferiamo al DDL 1627 – Gasparri (FI), al DDL 1004 – Romeo (Lega) e al DDL 1575 – Scalfarotto (Italia Viva). Questi testi sono così simili che la commissione del Senato il 30 settembre scorso ha deciso di unificarli e per questo anche noi li consideriamo come un’unica minaccia alla libertà d’espressione nel nostro Paese.   Innanzitutto, in questi disegni di legge si vuole rendere legalmente vincolante la definizione di antisemitismo proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa decisione, però, come è stato rilevato anche da tanti esperti (1) (e in ultimo dalla storica Anna Foa in audizione al Senato il 23/09 scorso), porterà ad effetti paradossali ampliando l’accusa di antisemitismo ad ogni possibile critica ad Israele. Negli esempi, infatti, si legge che sono da considerare antisemitismo:  * “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” * “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele, richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico.” * “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti.” Vogliamo ricordare, però, che le condanne a Israele arrivano da istituzioni come la Corte di Giustizia Internazionale e le Nazioni Unite (2) e sono accuse circostanziate basate sul diritto internazionale. Sollevare la critica nei confronti di Israele e richiamare tutte le autorità, compreso il nostro governo, ad agire per fermare questi crimini non può essere considerato espressione di antisemitismo. Cosa che, invece, sta già accadendo nei Paesi in cui l’applicazione di questa definizione ha portato a una stretta repressiva ingiustificata.  In Inghilterra, ad esempio, recentemente sono state arrestate 890 persone per il solo fatto di aver partecipato a una manifestazione per la Palestina (3). In Germania il governo ha accusato di antisemitismo associazioni per i diritti umani quali Amnesty International o Human Rights Watch, che hanno mostrato nei loro rapporti le somiglianze tra quanto sta commettendo Israele nei territori occupati e le politiche segregazioniste attuate in Sudafrica durante il regime di apartheid (4). Sempre in Germania è stata messa al bando, perché ritenuta antisemita, un’associazione nonviolenta come BDS. Ma questa associazione, proprio ispirandosi alla storia luminosa della lotta al regime sudafricano, propone campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele sino a quando non rispetterà, nei fatti, i principi del Diritto Internazionale liberando dal terribile regime di occupazione militare i territori palestinesi, riconoscendo il diritto al ritorno dei rifugiati, smantellando il muro dell’apartheid e trattando con pari diritti i cittadini palestinesi che oggi vivono in Israele.  Inoltre, in quei Paesi europei e negli USA la stessa definizione viene utilizzata oggi per accusare di antisemitismo le associazioni ebraiche come Jewish Voices for Peace che si sono mobilitate contro il genocidio. Le università vengono ricattate con il taglio dei fondi (5) e si arriva al punto di vincolare i finanziamenti all’adesione preventiva a tale definizione dell’IHRA, cosa che comporta l’obbligo di vigilanza sui contenuti dei corsi di insegnamento, determinando un meccanismo di forte autocensura e limitazione delle libertà di espressione (6).    Per questo, temiamo che, se dovesse passare questo disegno di legge, la repressione del dissenso che vediamo in altri Paesi potrebbe realizzarsi anche nel nostro. Infatti, sulla base della definizione di antisemitismo dell’IHRA e richiamandosi al codice Rocco di epoca fascista, sarà possibile negare per ragioni di “moralità” l’autorizzazione a manifestazioni pubbliche “anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita” (art. 3 del DDL 1004 – Romeo). Addirittura, nel DDL 1627 – Gasparri si prevede la condanna da due a sei anni di reclusione per la propaganda dell’ostilità “in tutto o in parte” nei confronti dello Stato di Israele ed è prevista l’aggravante dell’utilizzo di simboli riconducibili a questa definizione di antisemitismo (Art. 4 – DDL Gasparri). Cosa ne sarà dei nostri cartelloni contro Netanyahu o delle bandiere della Palestina? Saranno considerati dei reati come avviene in altri Paesi europei?  La libertà di espressione e di insegnamento nelle nostre scuole e università verrebbe gravemente minacciata, dato che nel DDL 1627 – Gasparri è previsto sulla base della definizione dell’IHRA l’obbligo di “tempestiva segnalazione” alle autorità di polizia e le sanzioni previste possono arrivare fino al licenziamento (art. 3 – DDL Gasparri).  Si prevedono, inoltre, corsi di formazione per alunni e alunne organizzati dal Ministero dell’Istruzione che dovranno equiparare l’antisemitismo e l’antisionismo. Corsi analoghi sono previsti per le forze dell’ordine, in modo da rendere più efficace l’individuazione e la repressione di casi che rimandano a questo tipo di definizione. (art. 2 DDL – Gasparri) Tutto questo ci spaventa molto perché in questo modo si finisce per confondere un’ ideologia razzista come l’antisemitismo, ancora viva nel nostro Paese e da contrastare, con la critica a un progetto di colonialismo di insediamento che si è espresso mediante la sistematica infrazione del diritto internazionale. Ribadiamo che non c’è nulla di ebraico nel colonialismo, nell’apartheid o nel genocidio. Per questo contrastare le politiche violente e razziste di Israele oggi non può essere considerato una forma di antisemitismo. Critiche al sionismo, tra l’altro, provengono anche dal mondo ebraico e sono centrali nel pensiero di intellettuali ebrei che consideriamo tra i fondatori della nostra riflessione sulla Shoah, come Hannah Arendt e Primo Levi. Con questa legge anche questi autori finirebbero per essere tacciati di antisemitismo.  Siamo convinti che lasciare che anche le voci più critiche nei confronti di Israele possano esprimersi sia essenziale per dare ai nostri studenti la possibilità di capire e imparare a individuare con chiarezza cosa sia davvero l’antisemitismo, o l’antisionismo, e che questo non sia confuso in nessun caso con il primo. Riteniamo, quindi, di estrema importanza per le sorti democratiche del nostro Paese quanto si sta discutendo oggi in Parlamento. L’approvazione di questi disegni di legge comporterebbe un rischio di violazione degli articoli della Costituzione che riguardano i diritti inviolabili dell’uomo, sia come individuo, sia nelle formazioni sociali in cui si sviluppa la sua personalità (art. 2); la libertà di espressione (art. 21) e la libertà di insegnamento (art. 33). Per questo, facciamo appello a tutta la società civile, affinché si mobilitino tutte le forze democratiche del nostro Paese al fine di manifestare, dentro e fuori dal proprio posto di lavoro, tutta la propria contrarietà a questo disegno di legge liberticida. Non vogliamo lavorare in una scuola censurata e controllata, non vogliamo che la ricerca accademica si svolga sotto minaccia, non vogliamo vivere in un Paese dove le libertà di parola, opinione, espressione sono represse.  Docenti, educatrici ed educatori per il rispetto dei diritti umani in Palestina  (1) https://morasha.it/artisti-e-intellettuali-anche-ebrei-firmano-una-lettera-contro-la-definizione-diantisemitismo-dellihra/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=kolot-artisti-eintellettuali-anche-ebrei-firmano-una-lettera-contro-la-definizione-di-antisemitismo-dell-ihra_334 (2) https://www.un.org/unispal/document/report-of-the-secretary-general-icj19dec24/?utm_source=chatgpt.com (3) https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/09/07/polizia-890-arresti-a-protesta-palestine-action-alondra_a29f9a92-d4db-4a9a-b467-870e0d52f777.html (4) https://www.dw.com/en/germany-rejects-amnestys-apartheid-label-for-israel/a60637149?utm_source=chatgpt.com (5) https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/07/trump-administration-cancels-columbia-universityfunding (6) https://www.theguardian.com/education/2023/sep/13/antisemitism-definition-used-by-uk-universitiesleading-to-unreasonable-accusations?utm_source=chatgpt.com     Stefano Bertoldi
October 18, 2025
Pressenza
Dove sta andando l’Unione delle Comunità ebraiche?
Alle soglie di una fragile “pace” e davanti a uno scenario di completa distruzione, dove sta andando l’Unione delle Comunità ebraiche (UCEI)?  Le reti Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e L3a – Laboratorio ebraico antirazzista, da anni attive in Italia, hanno segnalato all’Unione delle Comunità ebraiche, alle scuole ebraiche e alle comunità medesime, già dal 3 ottobre, l’inopportunità del tour di un soldato IDF nelle scuole, quasi a voler fare proseliti tra la gioventù dei licei. A questa lettera, di cui qui si riporta il testo integrale, nessuno ha risposto. Lettera aperta – Propaganda militare nelle scuole ebraiche Alla c.a. Presidenti e consiglieri dell’UCEI e delle Comunità ebraiche di Roma e Milano Presidi delle scuole ebraiche di Roma e Milano Gentili presidenti, presidi, e consiglieri, Siamo rimasti sconcertati nell’apprendere che le scuole delle Comunità ebraiche di Roma e Milano hanno invitato un militare dell IDF, Adi Karni, a incontrare gli studenti dei licei. Immaginiamo che l’evento sia avvenuto con il coordinamento dell’UCEI, la cui presidente era presente in almeno un’occasione. Seppure nella continuità di una linea politica di appoggio alle sciagurate azioni militari israeliane, che abbiamo già più volte deplorato, questo episodio ci sembra di una nuova e particolare gravità. Del sig. Karni sono disponibili video in cui, con lo stesso sorriso smagliante che ha sfoggiato nelle scuole ebraiche, fa esplodere una moschea – un probabile crimine di guerra, come ben sa l’UCEI che ha avuto modo di ricordare (quando nel luglio scorso Israele ha attaccato una chiesa di Gaza uccidendo tre persone) che “il rispetto e la protezione dei luoghi religiosi, di qualunque fede essi siano, sono fondamentali per la convivenza, la dignità umana e la speranza di pace”. Karni stesso ha dichiarato di aver evitato di pubblicizzare la propria venuta in Italia per timore di finire oggetto di un esposto per crimini di guerra come già gli è successo in altri Paesi. Si obietterà probabilmente che gli studenti hanno potuto vedere che un tipico soldato israeliano non è altro che un ragazzone di 22 anni, un giovane affabile che ama la sua famiglia e il suo Paese, che è coraggioso ma anche simpatico, che potrebbe essere nostro cugino. Non dubitiamo che anche tutte queste cose siano vere. Ma agli educatori è ben noto che le persone che partecipano a massicci crimini contro l’umanità (e l’assalto israeliano a Gaza rientra, al minimo, in questa categoria) non sono psicopatici, ma per lo più persone normalissime che sono state educate male. O meglio: che hanno ricevuto un’istruzione normalissima sotto la maggior parte dei punti di vista, ma al contempo sono stati educati a svalutare o negare l’umanità delle vittime designate. Così Karni può a sua volta predicare, riferendosi al massacro di cui è parte, che nella Gaza che ha contribuito a radere al suolo ha visto “solo odio”, che “stiamo facendo il lavoro sporco per voi”, spiegando che “l’Islam avanza in Europa”. Insomma il più puro prodotto della peggiore educazione israeliana (musulmani = male da eliminare fisicamente, con sorriso e armi pesanti) viene importato e proposto come progetto educativo alle ragazze e ai ragazzi riuniti apposta in Aula Magna. Il fatto è ancora più preoccupante se è vero, come la radio di Tsahal ha riportato il mese scorso, che l’esercito israeliano, a corto di personale, sta cercando modi di arruolare centinaia di giovani ebrei della Diaspora. L’affabile propaganda di Karni andrebbe contrastata coi numeri della catastrofe in corso da due anni: più di 65mila palestinesi uccisi, di cui oltre l’80% civili secondo dati dello stesso esercito, centinaia di palestinesi morti per fame. A fronte di 8 ostaggi recuperati vivi in azioni militari, 3 ostaggi sono stati uccisi a bruciapelo dalla stessa fanteria israeliana e un numero indeterminato da attacchi dell’aviazione; oltre 900 soldati uccisi in combattimento, 46 morti per suicidio post traumatico. E la baldanza di Karni andrebbe contrastata con la testimonianza di un altro soldato, Yoni: “Terroristi, terroristi”, ha gridato un commilitone [a maggio 2025, a Beit Lahia]. “Ci siamo lasciati prendere dal panico, io ho preso subito il Negev [una mitragliatrice] e ho cominciato a sparare all’impazzata, lanciando centinaia di proiettili. Poi avanzando mi sono reso conto che era stato un errore”. Di terroristi non ce n’erano. “Ho visto i corpi di due bambini, forse di 8 o 10 anni, non ne ho idea”, ricorda Yoni. “C’era sangue ovunque, molti segni di spari, sapevo che era tutta colpa mia, che ero stato io a farlo. Volevo vomitare. Dopo pochi minuti è arrivato il comandante della compagnia e ha detto freddamente, come se non fosse un essere umano: ‘Sono entrati in una zona di sterminio, è colpa loro, la guerra è così’”. […] ”Soffro di flashback di quell’evento“, racconta. ”I loro volti mi tornano in mente e non so se riuscirò mai a dimenticarli”. (da https://www.haaretz.com/israel-news/2025-09-16/ty-article-magazine/.premium/i-saw-the-bodies-of-children-moral-injury-and-mental-strain-breaking-idf-soldiers/) Riteniamo che l’organizzazione di questo evento rappresenti una perversione totale della missione educativa delle scuole delle nostre comunità. Chiediamo le dimissioni immediate degli assessori alle Scuole e delle altre persone responsabili. E proponiamo come necessaria l’organizzazione per gli studenti di un incontro con associazioni di refusnik israeliani e altre organizzazioni che si oppongono all’approccio militarista e di continua disumanizzazione dei palestinesi. Accanto a loro, potrebbero essere invitati esponenti di molte organizzazioni israeliane e palestinesi che non esitano ad affrontare insieme anche gli aspetti più dolorosi di quello che sta succedendo, per capire cosa possono fare per un futuro di giustizia. E questo non per realizzare una “par condicio” amorale, ma perché riteniamo che se le scuole ebraiche intendono inculcare valori civili ed ebraici, e al contempo una conoscenza ragionata della società israeliana, non c’è di meglio che conoscere i ragazzi che incarnano questi valori nel modo più puro oggi possibile: rifiutandosi, a rischio di un forte costo personale, di partecipare al massacro. Crediamo che non promuovere e supportare il loro lavoro sia un grande errore e porti le comunità a un isolamento autoindotto. Ci rendiamo fin d’ora disponibili a collaborare alla realizzazione di queste proposte. Shanà tovà e un cordiale Shalom LƏa – Laboratorio ebraico antirazzista Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Le reti speravano in una risposta “equilibrata”, pur nella consapevolezza della diversità delle posizioni culturali e politiche del mondo ebraico ufficiale rispetto alle nostre. Invece l’UCEI non si è espressa, e il silenzio è calato anche su altri episodi recenti: – una squadraccia capitanata dal noto Riccardo Pacifici, esponente della Comunità ebraica romana, ha aggredito gli studenti di un liceo che confina con la sinagoga di Roma; alcuni sono finiti all’ospedale, e gli insegnanti della scuola testimoniano la brutalità dell’aggressione; – la ministra Roccella, in un convegno a cui partecipavano anche la presidente UCEI e l’assessore alla Comunicazione, ha dichiarato che le “gite” ad Auschwitz sono state “incoraggiate e valorizzate” perché avevano come bersaglio “una precisa area storico politica”, quella fascista , affermando quindi che le “gite” servono solo a ribadire “che l’antisemitismo è solo una questione degli antifascisti”. – un inquietante pdl a firma Gasparri, che segue la presentazione di altri due progetti a firma Lega e Italia viva, potrebbe condurre a definire antisemita qualsivoglia manifestazione di dissenso nei confronti del governo israeliano da parte di chiunque – movimento, associazione, partito – e in qualsivoglia azione/iniziativa pubblica, colpendo preventivamente i soggetti. A breve si terranno in Italia le elezioni del nuovo Consiglio dell’UCEI, nonché dei Consigli delle Comunità ebraiche italiane. E allora ci si chiede: dove sta andando l’UCEI? Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace maiindifferenti6@gmail.com L3a – Laboratorio ebraico antirazzista laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com   Redazione Italia
October 16, 2025
Pressenza
“Non c’è niente da festeggiare”: lettera aperta alla Festa del Cinema di Roma
Consapevoli del fatto che l’inizio di un processo di pace non garantisca il rispetto del diritto internazionale di per sé, molte associazioni e collettivi che sostengono la lotta del popolo palestinese hanno deciso di unire le loro voci affinché le istituzioni prendano posizione e i luoghi della cultura ospitino il dissenso al genocidio in corso, così come lo sono le piazze di tante città d’Italia in questi giorni. “Non c’è niente da festeggiare”, dicono le associazioni nella lettera aperta rivolta alla Festa del Cinema di Roma. “Vigiliamo affinché questa pace non sia solamente un colpo di spugna per cancellare i crimini contro l’umanità commessi da Israele, ma che riporti il mondo al rispetto del diritto internazionale e soprattutto a giustizia, restituzione, libertà e autodeterminazione per il popolo palestinese.” Secondo la rete è più che mai importante non abbassare la guardia e continuare a fare pressione sulle istituzioni affinché prendano posizioni nette e compiano gesti concreti. “Il gesto più concreto e urgente oggi è porre fine alla complicità con le istituzioni israeliane.” Le associazioni si rivolgono non solo alla Festa del Cinema di Roma, ma a tutta la filiera del cinema italiano, chiedendo di sostenere il boicottaggio di film, autori, registi, produttori e rappresentanze coinvolti con le istituzioni israeliane che non denuncino l’apartheid e le politiche criminali del governo israeliano. E di continuare a farlo “fino a quando Israele non comincerà a rispettare il diritto internazionale.” Di seguito le prime sigle firmatarie della lettera aperta. Per aderire scrivere a: festacinemaromaxpalestina@gmail.com AIC (Autori Italiani Cinematografia) AITR (Associazione Italiana Tecnici di Ripresa) ANONIMA IMPRESA SOCIALE ANPI ROMA (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) APAI (Associazione del Personale di Produzione dell’Audiovisivo Italiano) APCI (Associazione Pittori Cinematografici Italiani) ARCI ROMA ARTICOLO 21 ARTISTI #NOBAVAGLIO ARTISTS FOR GAZA ARTISTS FOR PALESTINE ITALIA ASSOPACE PALESTINA BDS ITALIA BDS ROMA CACAO (Comparto Audiovisivo e Cinema Auto Organizzato Puglia) CAIO COMUNITÀ PER LE AUTONOMIE CASA DELLA SOLIDARIETÀ STEFANO RODOTÀ SAN LORENZO CCS (Collettivo Chiaroscuro) CFFC ROMA (Centro di Formazione Fotografica Contemporanea) CINEMA METROPOLIS UMBERTIDE CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario) COLLETTIVO ARTISTICO STUDENTESCO PER LA PALESTINA COLLETTIVO OCCHI SULLA PALESTINA CSOA SPARTACO DISABILITY PRIDE ITALIA END GENOCIDE FEDERAZIONE ITALIANA ARTISTI GAYNET GLOBAL MOVEMENT TO GAZA INLIBERAUSCITA LIBERƏ CITTADINƏ PER LA PALESTINA PRESIDIO MONTECITORIO MOVIMENTO DEGLI STUDENTI PALESTINESI IN ITALIA MOVIMENTO PER IL DIRITTO ALL’ABITARE POSTMODERNISSIMO PROCIDA PER UNA PALESTINA LIBERA RETE CINEMA PIEMONTE RETE DEI NUMERI PARI RETE #NOBAVAGLIO RETE TERRITORIALE CINECITTÀ BENE COMUNE #SIAMOAITITOLIDICODA STOP REARM EUROPE ROMA TRANSFORM! ITALIA VENICE FOR PALESTINE VOCI PER LA PALESTINA VOGLIAMO TUTT’ALTRO (Assemblea Lavoratori Spettacolo) https://www.facebook.com/share/p/16mSeMA3ue/ Rete #NOBAVAGLIO
October 13, 2025
Pressenza