Circa 7.000 infermieri ogni anno lasciano l’Italia, con una perdita pubblica di oltre 200 milioni di €
Lo Stato si fa carico del futuro dei militari, ma abbandona a oneri pesantissimi
tutti i professionisti che lavorano nel pubblico, a partire dai professionisti
della salute. E’ la denuncia del Sindacato Infermieri Italiani NURSING UP. Il
panorama previdenziale italiano si trova, infatti, di fronte ad una palesa
contraddizione che ferisce profondamente. Con la Circolare n. 109/2025, l’INPS
ha formalizzato le istruzioni operative per il riconoscimento del computo
gratuito dei periodi di studio universitario, ai sensi dell’articolo 32 del
D.P.R. 1092/1973, a favore degli ufficiali delle Forze Armate e dei Corpi
equiparati. Ma mentre per chi indossa la divisa militare, lo Stato ha deciso che
gli anni di laurea debbano entrare nel conto previdenziale senza alcun esborso,
infermieri, ostetriche e gli altri professionisti del Servizio Sanitario
Nazionale (e non solo) restano clamorosamente esclusi. Insomma, di questi tempi,
per ottenere lo stesso riconoscimento di chi indossa una divisa militare, chi
lavora nella pubblica amministrazione e, in particolare, chi salva vite è
costretto a pagare di tasca propria cifre esorbitanti per il riscatto oneroso.
“Plaudiamo, beninteso, al riconoscimento giunto nei confronti dei tanti
militari, che ogni giorno, con abnegazione e dedizione, operano in favore dello
Stato, ma se si parla di settori critici non si può limitare il campo di azione
solo a questi ultimi, ha sottolineato Antonio De Palma, presidente Nazionale del
Nursing Up. È un’asimmetria di diritti intollerabile! Lo Stato si fa carico del
futuro dei militari, ma abbandona a oneri pesantissimi i professionisti della
salute, che arrivano a percepire retribuzioni che i dati ARAN inchiodano ancora
tra i 1.412 e i 1.900 euro lordi. Stipendi ben lontani dal mutato costo della
vita e certo non in linea con la recente crisi energetica”.
Il Sindacato Infermieri Italiani NURSING UP ritorna sull’<<abisso retribuito>>,
che ormai supera il +250%. Questa sperequazione interna si scontra con un
mercato del lavoro internazionale che ha ormai trasformato l’infermiere italiano
in una preda ambitissima. Il divario economico non è più un semplice scarto, ma
un abisso: i dati ufficiali dell’Ufficio Federale di Statistica svizzero (UST)
descrivono una realtà in cui il salario mediano per le professioni
infermieristiche supera i 7.000 franchi lordi (oltre 7.200 euro mensili). In
Italia, la stagnazione sotto i 2.000 euro genera un differenziale superiore al
+250%. Oltre confine, un professionista percepisce ogni mese quanto un collega
italiano guadagna in oltre tre mesi di lavoro! Ancora più aggressiva è la spinta
che arriva dal Nord America. Attraverso la Rete Eures, il Québec ha lanciato
nuove selezioni mirate esclusivamente a infermieri laureati o diplomati in
Italia per strutture di prestigio come l’Ospedale Santa Cabrini di Montréal. Le
condizioni offerte rappresentano una sfida alla precarietà italiana:
retribuzioni mensili lorde tra 4.380 e 8.140 dollari canadesi (circa 2.400 –
5.100 euro), accompagnate da supporto gratuito per tutte le procedure di
immigrazione, biglietti aerei pagati e corsi di lingua finanziati dal governo
canadese.
A sancire il fallimento del sistema è il superamento della tradizionale “fuga”:
siamo passati a una vera e propria sottrazione alla fonte. Inchieste di testate
internazionali documentano un fenomeno inquietante: i recruiter stranieri non
attendono più la laurea, ma intercettano gli studenti prima che diventino
infermieri, direttamente nelle aule universitarie, da ultimo nei poli
d’eccellenza della Lombardia e delle zone di confine. Attraverso proposte di
pre-assunzione vincolate al raggiungimento del titolo di studio, i talenti
sanitari vengono “prenotati” prima ancora di poter partecipare a un concorso
pubblico nel proprio Paese. Secondo i dati di Hunters Group incrociati con le
indagini nazionali, circa 7.000 infermieri varcano i confini ogni anno. Poiché
formare un singolo infermiere costa allo Stato italiano circa 30.000 euro — una
stima basata sui dati CREA Sanità che includono i costi vivi della formazione
universitaria e dei tirocini — regalare queste competenze all’estero significa
bruciare ogni anno oltre 200 milioni di euro di soldi pubblici. “Siamo davanti a
un vero e proprio scippo, denuncia con fermezza De Palma. L’Italia si è ridotta
a fare da vivaio gratuito per il resto del mondo: spendiamo risorse pubbliche
per formare eccellenze e poi le consegniamo, chiavi in mano, a chi sa
valorizzarle. È un paradosso che grida vendetta: l’INPS, come detto in base ad
una recente normativa, gestisce il computo gratuito per i laureati in divisa, ma
per gli infermieri, le ostetriche e gli altri professionisti sanitari del SSN la
porta resta sbarrata. Si trovano le coperture per i militari, ma si volta lo
sguardo dall’altra parte quando si parla di chi sostiene l’ossatura della salute
pubblica. Non chiamatela fuga di cervelli, questa è una desertificazione
programmata. Senza un adeguamento radicale degli stipendi e senza estendere
anche al personale sanitario il computo gratuito dei periodi universitari, il
Servizio Sanitario Nazionale è destinato a implodere. Chi curerà gli italiani
domani, quando l’ultimo infermiere avrà scelto la dignità che l’Europa e il
Canada gli offrono e che l’Italia gli continua a negare?”.
Qui per approfondire: https://www.nursingup.it/.
Giovanni Caprio