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Deportazioni al tempo di Trump
Città del Messico – Le grandi città degli Stati Uniti, con Minneapolis in prima linea, restano teatro di proteste contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) anche nell’ambito di un conflitto istituzionale tra autorità locali e governo federale sulle modalità di controllo dell’immigrazione. Per il 28 marzo 2026 è prevista una nuova giornata nazionale di protesta chiamata “No Kings”, con evento principale proprio nelle Twin Cities 1. L’inquilino della Casa Bianca, con un’aggressiva disperazione, tenta di dare corpo alle promesse di annientamento dei “nemici interni” – da lui stesso fabbricati – mentre televisioni e reti sociali trasmettono immagini dei suoi robocop che sfondano porte, invadono abitazioni, massacrano esseri umani armati solo del desiderio di vivere con giustizia e dignità 2. L’artefice del caos vuole dimostrare al mondo cosa significhi che il suo pensiero e il suo agire – e dunque i destini della terra – non abbiano altri limiti se non la sua morale e la sua volontà: invade un paese, ne minaccia molti altri, applaude ai genocidi, celebra i suoi “tiranni minori” e li rende più letali che mai. Intanto, le comunità e i movimenti sociali si organizzano per resistere insieme, migranti e non, con o senza documenti. Questi eventi scrivono la Storia con la esse maiuscola. Eppure, nello stesso tempo, ha senso volgere lo sguardo verso le storie minori, verso vite giovani vissute in fretta e con intensità. Sono le storie di Leo e Joaquín, entrambi originari di un Centroamerica esplosivo, spesso invivibile. Oggi si trovano in Messico, una delle possibili destinazioni per chi viene deportato dagli Stati Uniti e rifiuta di tornare a un destino di angoscia e morte nel proprio paese d’origine. Nel nostro presente, governato dalla violenza e da una minacciosa incertezza, loro – come molti altri – non si lasciano travolgere. Si salvano, si rialzano, lottano per una vita che possa davvero chiamarsi tale, fatta di rispetto e dignità. Un filo rosso li lega alle vicende del vicino del nord, a quegli eventi convulsi e a quella guerra interna di cui siamo spettatori, e dai cui esiti dipende anche il loro futuro. Dividiamo questo reportage in due parti. La prima racconta l’esperienza migratoria di Leo, che lascia il Salvador nel 2011 a 18 anni. La seconda, che pubblicheremo la prossima settimana, è dedicata alla “piccola” storia di Joaquìn, partito da un paese centroamericano nel 2018, a 12 anni, e colloca le vite di entrambi nel contesto di quanto sta succedendo nelle Americhe dove tante persone migranti, come loro, si ostinano a difendere e rivendicare il diritto alla libertà di movimento. I SOMMERSI E I SALVATI È il 4 ottobre del 2025 quando Leo viene rilasciato dopo ore di interrogatorio in un commissariato di San Salvador. Era arrivato all’aeroporto di Comalapa deportato dagli Stati Uniti insieme ad altre quattro persone: tre uomini e una donna. Tutti marchiati dalla stessa etichetta – “terrorista” – e incatenati mani, piedi e vita con un unico dispositivo che, come denunciano numerosi organismi per i diritti umani, potrebbe costare la vita in caso di emergenza durante il volo. Per tutti, il destino sembrava già scritto: il CECOT, Centro di Confinamento del Terrorismo, il mega-carcere di massima sicurezza che Nayib Bukele, presidente del Salvador, esibisce con orgoglio come monumento alla sua guerra senza quartiere contro le pandillas 3, scatenata nel 2022. Invece, prima del carcere, ci fu una tappa intermedia. «Sembrava che ci stessero portando al CECOT. Invece no: ci hanno portato in una stazione di polizia per interrogarci. Quando hanno visto due dei ragazzi del nostro gruppo, quelli a cui si vedevano “i numeri”, non hanno fatto neppure una domanda. Direttamente al CECOT.» Rimasero in tre. Un altro ragazzo non aveva tatuaggi, come Leo, e nemmeno la donna del gruppo. Ma quando Leo parla di tatuaggi, precisa che si riferisce a quelli delle pandillas. Anche lui, negli anni, aveva inciso sulla pelle alcuni segni che ora doveva spiegare a una serie di agenti decisi a incastrarlo. «Per quel 503 ti sei già guadagnato un posto al CECOT, è la firma delle maras 4», gli dicevano. In realtà, il 503 è semplicemente il prefisso telefonico del Salvador. E quelle due bare tatuate non erano trofei di un sicario, ma un omaggio alle due figure adulte più importanti della sua infanzia e adolescenza: il padre e la nonna, entrambi morti. Un’agente lo insultava e lo minacciava con la sicurezza di chi si sa impunito: «Gli Stati Uniti dicono che sei un terrorista… ci pensiamo noi ad ammazzarti, ti faremo desaparecer». Eppure, contro ogni previsione, Leo riuscì a convincere i suoi aguzzini di non appartenere alle maras. Si salvò. Non così i due compagni di viaggio, anche loro estranei al mondo della criminalità, condannati a sprofondare nel pantano del sistema carcerario salvadoregno. Il rilascio non significò libertà. Mentre lo lasciavano andare, uno degli agenti continuava a riempirlo di insulti e minacce: «Ti verremo a scovare a casa tua, infame figlio di puttana». Leo capì che quella sarebbe stata una libertà assediata. Ebbe la certezza che, per sopravvivere, doveva allontanarsi di nuovo dal paese in cui era nato – un paese in cui la violenza senza freni era ormai concentrata nelle mani delle istituzioni, una guerra dichiarata contro giovani ed emarginati. DALLE STRADE DI SAN SALVADOR ALLE STRADE CHE PORTANO A NORD Leo non ha ricordi della madre, emigrata a New York quando lui era ancora bambino. A quindici anni, nel 2008, perde il padre – ex militare, guardia del corpo di impresari cinesi – assassinato dalle pandillas. Rimasto senza casa, insieme al fratello maggiore, cerca rifugio in un centro per minori che, più che un luogo di protezione, si rivela un carcere. Eppure, in quel momento, gli sembra l’unica possibilità: «Pensavo: almeno potrò studiare, avrò un posto dove dormire e mangiare, non dovrò vivere per strada». Dal 2009 vive per tre anni con la nonna materna. Misura quel periodo attraverso la scuola: settimo, ottavo e nono grado. È lì che termina la sua adolescenza. A diciotto anni, nel 2011, comincia il primo viaggio verso il nord. In tre giorni arriva a Tapachula, Chiapas, la porta d’ingresso al Messico. Vi rimane un mese, poi continua a spostarsi: Arriaga, sempre in Chiapas; Città del Messico; Querétaro; di nuovo Tapachula; ancora Città del Messico; infine Mexicali, in Baja California. In ciascuno di questi luoghi Leo entra in contatto con le case del migrante. Fin dall’inizio collabora alla loro gestione, costruisce relazioni di fiducia con attiviste e attivisti, stringe amicizie profonde. Per alcune e alcuni diventa un pupillo, quasi uno di famiglia. Parallelamente lavora nei classici impieghi “da migrante”: spesso sfruttato, sempre precario. Ma la sua serietà e affidabilità gli aprono porte che restano spalancate anche quando ritorna, mesi o anni dopo, negli stessi luoghi. È così che riesce a ottenere un permesso di soggiorno: prima annuale, poi permanente. Negli anni trascorsi in Messico, Leo mette su famiglia. Quando la relazione finisce, resta suo figlio Donovan, che oggi ha otto anni. LA TENTAZIONE DELLA LUNGA FRONTIERA Nel 2021 si trasferisce a Mexicali, in Baja California. È qui che dal Salvador arrivano due notizie devastanti. La prima riguarda una sorella adolescente, desaparecida per aver rifiutato le avances di un pandillero: «Nel Salvador, quando un pandillero dice qualcosa e tu ti rifiuti… sei morto. Questa è la conclusione a cui siamo arrivati: che mia sorella è morta. Ma in realtà nessuno sa niente di lei». La seconda notizia riguarda un cugino arrestato e incarcerato con l’accusa infondata di legami con le pandillas, proprio il giorno prima dell’arrivo di Leo, che stava per tornare in Salvador per portarlo in Messico e metterlo in salvo dallo stalking della polizia: «Era giovedì. Sabato avevo il volo per il Salvador. Ma venerdì, prima che facesse giorno, lo hanno buttato giù dal letto e gli hanno appiccicato l’etichetta di “pandillero”». La stessa sorte tocca anche a una cugina. Entrambi restano in carcere senza diritto a visite, pur non avendo nulla a che fare con la delinquenza. Lei ha una figlia che aveva un anno e mezzo quando è stata arrestata; oggi ne ha quasi sette. A Mexicali Leo è soddisfatto del lavoro in una compagnia di sicurezza privata. Ma tra lui e gli Stati Uniti c’è una linea sottile e lunghissima: la frontiera. Una tentazione costante. «Il mio obiettivo non era andare negli Stati Uniti. Sono rimasto lì due anni e volevo restarci. Ma perché? Perché non c’è mai stato nessuno che mi aiutasse. Se qualcuno mi avesse detto: “ti pago un coyote”, io sarei andato subito, perché so che lì la vita è diversa». DALL’ALTRO LATO Spinto da un amico, Leo scarica l’app CBP One 5. Dopo molte difficoltà riesce a ottenere un appuntamento. Il 27 giugno 2023 affronta l’intervista di “paura credibile”. Un’amica che vive a Los Angeles lo aiuta prima a raccogliere i requisiti necessari per entrare negli Stati Uniti e poi a sistemarsi in California. All’inizio tutto sembra procedere bene. Leo si presenta regolarmente alle udienze in tribunale e racconta delle persone care assassinate o fatte sparire dalle pandillas. Ma non ha prove documentali. Non riesce a dimostrare formalmente il pericolo concreto che correrebbe tornando in Salvador. Non vedendo vie d’uscita, smette di presentarsi alle udienze. Diventa, a tutti gli effetti, “un illegale”. A Los Angeles affitta una stanza. Lavora duramente, ma non riesce a risparmiare nulla. Così decide di rinunciare all’affitto – 900 dollari al mese – e di vivere in strada con alcuni amici. In meno di due mesi mette insieme 1.600 dollari, con cui compra una macchina: indispensabile in una città dove le distanze sono enormi e il trasporto pubblico quasi inesistente. L’auto, però, resta sua solo tredici giorni. Una notte di settembre del 2025 la sua vita cambia di nuovo, radicalmente: «Era domenica, verso l’una di notte. Avevo appena riparato la macchina: perdeva un tubo e l’ho cambiato. Tornavo dal bagno, dove avevo lavato gli attrezzi – cacciavite e tenaglia – quando mi è piombata addosso la polizia. Mi hanno picchiato… va bene, lo dovevano fare, no? Poi mi hanno detto: “se sei pulito, ti lasciamo andare”». Viene liberato mentre dorme sul pavimento del commissariato. Ma all’uscita trova ad aspettarlo gli agenti dell’ICE, il Servizio di Immigrazione e Controllo delle Dogane. «Immagino che siano stati i poliziotti a chiamarli… a quel punto doveva esserci già un ordine di deportazione a mio nome». La cosa più strana è che Leo non aveva mai ricevuto alcuna notifica ufficiale. Nessuna comunicazione a casa dell’amica dove riceveva la posta, nessun documento, nessuna firma. La macchina resta abbandonata in strada. Con l’auto, Leo perde tutto: vestiti, attestati di studio, documenti, persino il permesso di soggiorno messicano. In un attimo, il suo ultimo progetto di vita va in frantumi. E lui viene rispedito nel paese che lo aveva visto nascere. VITE SOTTO TIRO: TRA BUKELE E LE PANDILLAS Sin dal 2014, Nayib Bukele, candidato a sindaco di San Salvador, aveva stretto un patto segreto con le pandillas: vantaggi economici e impunità in cambio del loro sostegno elettorale. Questo accordo lo aiutò a vincere le elezioni comunali e, cinque anni dopo, le presidenziali. Bukele ha sempre negato l’esistenza del patto, sostenendo che la diminuzione degli omicidi fosse un “miracolo”. Ma nel marzo 2022 il presidente rompe l’intesa. Dopo una reazione violenta che provoca 87 omicidi in due giorni, approva uno stato d’eccezione sospendendo le garanzie costituzionali. Nei primi nove giorni si registrano 6.000 arresti; nel secondo mese 35.000; nel terzo mese 42.000. Le pandillas, che avevano permesso la scalata politica di Bukele, diventano il nemico pubblico numero uno. La repressione colpisce però indiscriminatamente: persone comuni, oppositori politici, associazioni, mezzi di comunicazione. Tra questi ultimi, la rivista digitale El Faro diventa bersaglio, costretta all’autoesilio ad aprile 2023. Tra giugno 2023 e metà 2025, El Faro raccoglie 27 testimonianze di persone sopravvissute ad arresti e reclusioni arbitrarie nel CECOT 6, il mega-carceri di massima sicurezza. Emergono abusi sistematici: * Arresti basati su quote da raggiungere, senza alcuna prova concreta. * Irruzioni nelle case senza mandato. * Rapporti sugli operativi pieni di falsità e montature. * Pestaggi “di benvenuto” ai nuovi arrivati, tortura, sovraffollamento estremo, mancanza di cibo, igiene e cure mediche. * Proroghe arbitrarie delle detenzioni, anche dopo assoluzioni o ordini di scarcerazione. * Autopsie che ignorano segni di tortura e denutrizione, registrando cause di morte generiche. * Condanne collettive e accuse “di gruppo”, negando un processo giusto e individuale. Queste pratiche denunciano l’involuzione autocratica della democrazia salvadoregna sotto Bukele, dove il CECOT diventa simbolo e strumento di un sistema carcerario di brutalità legalizzata. NON HO UN POSTO DOVE TORNARE Quindici anni dopo aver lasciato il Salvador, Leo torna in catene. Ha “scampato” il lager, ma sa di essere preso di mira. La deportazione, insieme all’incarcerazione di cugini innocenti, lo rende un sospettato e candidato a finire tra gli 88.000 detenuti stimati dall’associazione Soccorso Giuridico Umanitario (SJH) a ottobre 2025, di cui circa 30.000 innocenti. Leo decide di ripartire subito, ma attende la madre che, finalmente con permesso di soggiorno statunitense, sta per tornare per la prima volta in Salvador. Per motivi di sicurezza, durante un paio di settimane deve dormire ogni notte in una casa diversa, ed abituarsi ad una madre che non conosce, arrivata con sorella e fratello anche loro sconosciuti. Il giorno dopo la loro partenza, però, prende anche lui un aereo e, finalmente, raggiunge il Messico, che sarà di nuovo il suo territorio rifugio. 1. L’area metropolitana composta da due città principali del Minnesota: Minneapolis e Saint Paul. Una manifestazione nazionale della rete No Kings è prevista anche a Roma il 28 marzo ↩︎ 2. Top Border Patrol official and other federal agents being investigated by Minneapolis prosecutors office – Reuters (3 marzo 2026) ↩︎ 3. Le pandillas (o maras) sono organizzazioni criminali giovanili latinoamericane, trapiantate negli Stati Uniti e diffuse a livello transnazionale, note per la loro estrema violenza e il coinvolgimento in attività illecite ↩︎ 4. Le Maras sono bande criminali transnazionali nate negli USA e diffuse in America Centrale (Honduras, El Salvador, Guatemala), note per estrema violenza, gerarchie rigide (clicas), tatuaggi identificativi ed estorsioni ↩︎ 5. L’app CBP One (ora nota come CBP Home) è uno strumento digitale del governo statunitense, scaricabile gratuitamente, che permetteva a migranti e viaggiatori di fissare appuntamenti per richiedere asilo, scansionare documenti e inviare informazioni in anticipo al confine USA-Messico. L’amministrazione Trump ha sospeso la funzionalità di appuntamento il 20 gennaio 2025, annullando le prenotazioni in corso e creando incertezza. È stata riproposta a marzo 2025 come “CBP Home”, con l’obiettivo dichiarato di facilitare il “rimpatrio volontario” (self-deportation). L’applicazione è gestita dal U.S. Customs and Border Protection (.gov) ed è parte delle strategie per migliorare la sicurezza e gestire i flussi migratori; App CBP One sospesa in America: rischi per migliaia di persone migranti, MSF (21 gennaio 2025) ↩︎ 6. In questa indagine il giornale salvadoregno raccoglie 27 testimonianze di persone arrestate durante lo stato d’eccezione e poi rilasciate perché innocenti. Le interviste sono state raccolte a partire da giugno 2023 e raccontano arresti arbitrari, torture, fame e maltrattamenti nelle carceri salvadoregne. ↩︎