Vigdis Hjorth / Come è il mondo e come lo abitiamo
Tendiamo a rifare ogni giorno le stesse cose e gesti, frequentare le stesse
persone e luoghi, per anni. La ripetizione crea una confort zone, ci rende
riconoscibili agli altri, quindi stabilizza le nostre relazioni interpersonali e
l’interfaccia con il mondo. La ripetizione ci sostiene e anestetizza, come un
rituale laico; “ci sazia e ci nutre con la sua benedizione”.
Eppure capita dopo anni, 48 nel caso della protagonista di Ripetizione, di
rivivere un passato doloroso con la stessa intensità e ingestibilità di allora,
nonostante la rete di parole gesti e abitudini intrecciata con tanta pazienza.
Capita per via di un banale episodio: una sera a teatro accanto a lei,
scrittrice affermata, si siedono una ragazza adolescente e i genitori. La
ragazza è insofferente, la madre la tormenta per una inezia, il padre pigramente
spalleggia la moglie. La vista di quelle tre persone infelici ma
indissolubilmente legate riporta la protagonista nel 1975, quando era
adolescente e viveva con i genitori, un fratello e due sorelline piccole.
Una famiglia, a ben vedere, di estranei. Il dolore che alberga nel cuore di sua
madre costituisce il centro e il precipizio della sua vita di ragazza. La madre
la controlla ossessivamente, sospetta preventivamente che lei frequenti cattive
compagnie, beva, fumi, esca con ragazzi, faccia sesso. Annusa i suoi vestiti
quando torna a casa, fruga nelle sue tasche, legge il suo diario. Non teme
quello che può accaderle ma quello che lei potrebbe fare di sua iniziativa.
Cerca disperatamente gli indizi, i segni di quello che sospetta, la accusa di
essere la causa delle sue preoccupazioni e incolpandola preventivamente la
inventa e la crea, non vedendola per quello che è. In questo modo le rovina ogni
cosa bella, perché ogni ritorno a casa, dopo i pomeriggi passati con le amiche,
significa sempre ritorno all’ansia, al controllo, alle interrogazioni della
madre. In tutto questo, il padre resta sullo sfondo, sulla poltrona in cucina,
interviene soltanto con un “Lasciala stare” quando sente la moglie esagerare.
Nel resoconto di una adolescenza così priva di spensieratezza c’è spazio anche
per alcuni episodi quasi comici – seppur vissuti come drammi di non ritorno
dalla protagonista – come la prima notte di sesso con un ragazzo, desiderata non
tanto come esperienza in sé ma come riempitivo del vuoto che la madre le apre
dentro. La vivrà, quella notte, soprattutto nella narrazione non proprio
aderente al reale che farà la sera stessa, tornata a casa, nel suo diario. La
scrittura in quello spazio di intimità, che vale come dialogo interiore e
terapia, e in particolare la narrazione di quella esperienza, è l’atto fondante
del suo essere scrittrice. Quel suo modo di scrivere, che è già una forma
auto-fiction così come quella di Vigdis Hjorth, evidenzia l’ambiguità del
rapporto tra letteratura e realtà, e mostra «che ciò che inventiamo con la mente
o la scrittura può avere maggiore significato di quello che è vero, anzi essere
più vero».
Quando i genitori scoprono le sue avventure, il padre compie un gesto non
comprensibile, e la madre si allea con lui, costretta dalla sua condizione di
assoluta dipendenza economica e affettiva che le rende impossibile una scelta
alternativa. Il comportamento del padre nasconde un segreto – svelato nelle
ultime pagine del libro – che rimanda a una infanzia ancora più dolorosa di come
era sembrata, e spiega l’assenza di legame tra i componenti della famiglia.
«Forse i genitori contribuivano, consciamente o meno, a far sì che i quattro
fratelli non diventassero intimi e si alleassero contro di loro, o almeno
ponessero ai genitori delle domande alle quali avrebbero dovuto rispondere,
chiedere chiarimenti. Perché com’è che tutto era diventato così strano, così
difficile, così distrutto, dove era iniziata la rovina?» – si chiede la
protagonista nel presente.
È un libro denso, delicato e inesorabile, che si legge d’un fiato e risuonerà
soprattutto in chi ha vissuto esperienze familiari similmente disfunzionali.
Riporta a temi già trattati dall’autrice soprattutto in Eredità (Fazi, 2020),
best seller della letteratura norvegese e finalista al National Book Award for
Translate Literature nel 2019. Eredità ha causato a Hjorth non pochi guai con i
suoi familiari. I segreti che vi sono raccontati sono in parte segreti
dell’autrice stessa, con tutti i potenziali inganni di una narrativa che pur
partendo dalle proprie vicende biografiche è dichiarata di finzione.
Ripetizione è anche una interrogazione su come funziona la memoria e come i
trasformi nel tempo. Come accade che si rimuova la ragione del dolore ma non il
dolore stesso, mentre più raramente accade il contrario? Non ci ricordiamo
perché stiamo male in determinate situazioni o luoghi, o alla vista di certe
persone. C’è una memoria del corpo che forse affonda, senza svanire, in quella
serie di ripetizioni che ci fanno guscio, e che è lì pronta a farsi sentire di
nuovo quanto certi tempi antichi si creano di nuovo spazio dentro di noi. La
narrazione di Hjorth, tuttavia, nonostante i temi, a tratti è lieve, come se
quella memoria di ritorno si trasformasse in una consapevolezza rotonda, chiara
e leggera. Consapevolezza anche dei limiti, perché «A essere misterioso non è
come è il mondo, ma il fatto che c’è».
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