Milano, incontro per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i detenuti politici palestinesi
Molti lo definiscono “il Nelson Mandela della Palestina” e in effetti la vita di
Marwan Barghouti presenta diversi aspetti in comune con quella di colui che si
batté strenuamente contro l’apartheid sudafricano, riuscendo a diventare
addirittura presidente. In primo luogo entrambi hanno dovuto affrontare un lungo
e terribile periodo di detenzione, un calvario che per Barghouti non è ancora
finito. A fronte di migliaia di detenuti politici rilasciati dal governo
israeliano durante la guerra, la sua liberazione non è stata neppure presa in
considerazione e non è certo un caso.
È infatti opinione comune non solo in Medio Oriente, ma nel mondo intero che
Marwan Barghouti, grazie alla sua storia e al suo carisma, sia il solo leader
politico che sarebbe in grado di ricostituire intorno a sé l’unità dei
palestinesi oggi frammentati e sfiduciati, “mentre il genocidio continua, solo a
un ritmo un po’ rallentato”, spiega l’ambasciatrice palestinese Mona Abuamara.
Proprio lei ha tenuto a battesimo sabato 7 marzo alla Casa della cultura il
Comitato di Milano per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i detenuti
politici palestinesi, a cui aderiscono al momento una trentina di associazioni e
realtà della società civile.
Al centro dell’incontro, ricco di interventi di persona e in collegamento, è
stata proprio l’intervista all’ambasciatrice condotta da Lorenza Ghidini e
Danilo De Biasio. “Purtroppo dopo la mobilitazione che ha portato in piazza
milioni di persone in tutto il mondo” ha spiegato Abuamara “la causa palestinese
è uscita dai radar con la firma del teorico ‘cessate il fuoco’ e l’istituzione
del cosiddetto Board of peace, nient’altro che un comitato d’affari che esclude
i palestinesi dalle decisioni sul loro futuro. Oltretutto si parla solo di Gaza,
ma nessuna soluzione che escluda la Cisgiordania è attuabile. Noi abbiamo
dimostrato di essere disponibili, ma la premessa è che Israele accetti il
diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e cessi l’occupazione che dura da
quasi 60 anni. Non c’è pace senza giustizia. Il governo di Netanyahu invece ci
ha disumanizzati e ci tratta come oggetti da spostare a suo piacimento.
Ora poi l’attenzione si è ulteriormente spostata sull’Iran, mentre la situazione
in Cisgiordania non fa che peggiorare, i gazawi sono di nuovo rimasti senza cibo
e tutta la Palestina è esposta ai colpi dei razzi e dei droni iraniani. Dal 10
ottobre (giorno della firma della tregua) si calcola che i palestinesi uccisi
siano almeno 600”.
A chi le chiedeva se i giovani palestinesi conoscano la figura di Barghouti,
condannato a 5 ergastoli per la sua partecipazione alla seconda Intifada e in
carcere da 24 anni, l’ambasciatrice ha risposto: “Marwan è un leader
riconosciuto e noto a tutti, come Mandela ha usato la detenzione come
opportunità per studiare, sviluppare il suo pensiero politico e scrivere testi
da poter condividere. Non dico che se fosse rilasciato diventerebbe
automaticamente presidente, ma deve essergli lasciata la possibilità di
candidarsi a libere elezioni e di riprendere l’impegno politico al servizio del
suo popolo. Dobbiamo batterci per la liberazione sua e delle migliaia di altre
persone detenute ingiustamente senza accuse né processo. Occorre ricordare che
l’esercito israeliano considera terrorista ogni palestinese, bambini compresi:
in cella ci sono almeno 10mila detenuti, oltre 500 sotto i sedici anni”.
Sull’argomento è intervenuta l’eurodeputata Cecilia Strada: “Tutti sanno che la
situazione nelle carceri israeliane è drammatica. I prigionieri vengono tenuti
in isolamento e torturati, viene loro impedito di vedere i familiari e un
avvocato. Addirittura quando un detenuto insiste per incontrare un legale gli
viene concesso, ma il giorno dopo quello stesso detenuto viene pestato o
stuprato in carcere per punirlo, tanto che molti rinunciano a ogni richiesta per
paura di ritorsioni. Ora poi la Knesset sta approvando una nuova legge che
prevede la pena di morte, ma solo per i palestinesi.”
Già ora peraltro sono centinaia le persone morte in carcere e neppure il corpo
viene restituito ai familiari, che restano spesso ignari della sorte del loro
caro. Nell’autunno scorso nell’ambito degli accordi di tregua sono stati
consegnati alla Croce Rossa Internazionale 120 corpi in tre tranche: sui sacchi
bianchi non nomi ma numeri, all’interno resti martoriati dalle torture e in
diversi casi privi di organi.
E’ intervenuta anche l’europarlamentare Ilaria Salis: “In Palestina il carcere è
uno strumento di repressione politica. Con la ‘detenzione amministrativa’ viene
meno il diritto a un giusto processo, uno dei diritti umani sanciti dalla
Dichiarazione universale. La solidarietà internazionale è fondamentale per
aprire un percorso di decolonizzazione, pace e giustizia”.
Moni Ovadia, intellettuale ebreo da sempre schierato per i diritti dei
palestinesi, dopo aver invocato il ritorno in massa nelle piazze per la
liberazione di Barghouti e dei suoi compagni di sventura, si è scagliato contro
il cosiddetto Ddl antisemitismo passato in questi giorni al Senato con 7 voti
del Pd e l’astensione del resto del partito. “Quella legge adotta la definizione
operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza
internazionale per la memoria dell’Olocausto (International holocaust
remembrance alliance – Ihra)” ha spiegato. “Essa equipara l’antisemitismo
all’antisionismo condiviso da moltissimi israeliani ed ebrei della diaspora. Una
legge che non esito a definire fascista, razzista e antisemita, volta a mettere
a tacere qualsiasi critica al comportamento genocida di un governo guidato da un
criminale di guerra. I sionisti sono molto abili a sfruttare questa arma
ideologica: accusano di antisemitismo chiunque contesti loro le stragi di
innocenti commesse a sangue freddo. Se non reagiamo rischiamo di vedere
compromesso il nostro diritto alla libera espressione e manifestazione del
pensiero sancite dalla Costituzione, oltre che dalla Dichiarazione universale
dei diritti umani e pietra miliare della democrazia.”
La giornata di solidarietà a Marwan Barghouti – le cui condizioni psicofisiche
sono ignote, dal momento che nessuno ha potuto entrare in carcere per
constatarle – si è poi conclusa con la proiezione del docufilm “Tomorrow’s
freedom” di Georgia e Sophia Scott, su quest’uomo che ha dedicato la vita alla
lotta per l’autodeterminazione e la sopravvivenza del suo popolo.
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Claudia Cangemi