PretenDiamo legalità: concorso della Polizia di Stato per le scuole. Riflessioni su obbedienza/punizione VS educazione
Se non esistesse il nostro Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole
e delle università, non potrebbe fare notizia la nona edizione dell’iniziativa
che, in «considerazione del positivo riscontro delle passate edizioni», il
Dipartimento di Pubblica Sicurezza, in collaborazione con il Ministero
dell’Istruzione, sta avviando sull’intero territorio nazionale.
Apprendiamo che questo progetto – PretenDiamo legalità – ha nove anni di vita,
che si tratta di un ciclo di incontri per «agli alunni delle scuole primarie,
secondarie di primo e di secondo grado» con in cattedra la Polizia di Stato.
Così recita la nota della Questura, in questo caso di Bergamo, inviata
all’Ufficio Scolastico Regionale (USR) (clicca qui per il concorso).
In totale sprezzo della autonomia delle scuole, se ancora vogliamo confidare
nella legge che la regola e nella funzione degli Organi Collegiali nel definire
il Piano dell’Offerta Formativa (PTOF), le articolazioni del progetto sono
decise dalle questure per fasce di età e ordini scolastici «di concerto con il
Ministero dell’Istruzione». Le scuole saranno individuate su un elenco fornito
dall’USR: di aderenti volontari? Di dirigenti già considerati fidati, confidenti
nella bontà dei percorsi? Del resto, i selezionatori-questurini avranno a che
fare con dei referenti della scuola indicati da non si capisce chi.
La legislazione scolastica non rientra nella cultura della legalità. Partiamo
dal titolo, crasi assai suggestiva di pretendere e dare. La pretesa è
prepotente, è potenza in atto prima di ogni riflessione in merito; il dare è
donativo, paternalistico, pastorale. I contenuti previsti nel progetto sono un
misto fra addestramento a individuare le minacce che ci circondano in strada,
ovunque, e buonismo parrocchiale. Nella primaria, tenendo conto della sua
elementarità basica, senza pretese, figura il parlar bene, le competenze soft
utili allo stare in gruppo. Ma, in questo caso, quello a cui da sempre bada una
brava Maestra, nella nota si chiama “Hate Speek“. In che consista il giocare –
soprattutto oggi che le creature sono affascinate dai dispositivi – lo insegnano
i poliziotti.
Nella secondaria, la ex media e le superiori, il gioco si fa duro: qui si tratta
di contrastare il cyberbullismo, magari dopo aver fatto vedere come si traccia
vita natural durante un sospettato, come si raccoglie una testimonianza di
molestie presentata da una ragazza, come si procede a un interrogatorio
(bullismo da questura?). Ma forse siamo troppo poco indulgenti con le buone
intenzioni dei percorsi proposti, sarà perché a furia di sentire e leggere di
parità, di inclusione, di accesso ai diritti per il cittadino (escluso il
migrante, ovviamente, dalla categoria), avvertiamo l’abuso semantico e politico
in cui sono precipitati questi concetti.
Richiamare i Principi della Carta Costituzionale, da vivere ogni giorno come
recita il testo, dà molto da pensare in un Paese dove vigono norme di sicurezza
durissime e si ascoltano continui echi di guerra, nel drammatico disprezzo per
le madri e i padri che li scrissero, dopo la devastazione sociale prodotta dal
Ventennio e a ridosso di una carneficina che ha prodotto nel mondo circa 85
milioni di morti.
Per ben concludere, la nota ricorda il concorsone finale, ormai il paese è tutto
un festival, vinti e vincitori, qualcuno merita di più, qualcuno è in fondo
lista. A ben pensarci è sempre una questione di confini, di occupazione di
territori, di abilitarsi come leader. Al di là della metafora incalza la vita
vera, a questi valori orientata.
Spendiamo qualche riflessione veloce su un tema che meriterebbe lo studio di
interi trattati. La legalità rappresenta la corrispondenza fra un comportamento
di qualsiasi tipo (verbale, fisico, singolare, collettivo) e una fonte di norme,
e la legge. La legge nella sua anomia, erga omnes, nell’apparente equità,
nell’indifferenza per la soggettività di coloro che esibiscono un comportamento,
prevede obbedienza al suo mandato e punizione per il mancato rispetto.
La legge segue una complessa via gerarchica di elaborazione. Nei Paesi che si
definiscono democratici si incardina in complessi ordinamenti di cui le carte
costituzionali sono la fonte primaria, segue protocolli di presentazione,
discussione, approvazione, piuttosto complessi. Proprio per la macchinosità
della sua vigenza e per l’impatto politico che produce, la legalità non sempre
si conforma alla legittimità.
Legale e legittimo nel nostro ordinamento giuridico non sono sinonimi. La
legittimità, potremmo dire un po’ grossolanamente, è discussa, discutibile,
oggetto di diatribe che portano in giudizio anche la legge dettata. Ma, né in
questo né in altri progetti analoghi, si mette in campo un discorso che evidenzi
queste delicate problematiche. Il Verbo è chiaro, non ammette chiaroscuri,
ombre: da un lato chi conosce e amministra le procedure legali, dall’altro chi
deve conformarsi, adattarsi. Naturalizzazione del comando, potremmo dire.
Oggi il nostro Osservatorio riceve decine di segnalazioni quotidiane, spesso
viene citato dai media, e questo forse dimostra che si è alzata la sensibilità
della società civile, del corpo docente, degli studenti su questa invasione di
divise nelle nostre scuole. Una presenza insinuante che contagia, che vampirizza
saperi e conoscenze, facendo della legalità un meta-valore morale, categorico,
ineludibile per il buon cittadino di oggi e di domani. Forse, se per alcuni
anni, mentre maturava il clima giusto per ben nove tornate di incontri di questo
tipo, ci siamo distratti, oggi dobbiamo stare sul pezzo, allertati, soprattutto
come educatori, come adulti responsabili.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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