Allievi della scuola militare “Nunziatella” in visita all’ospedale pediatrico Santobono-Pausilypon di Posillipo
Le giovani e i giovani cadetti della Nunziatella, in uno slancio di spirito
caritatevole e di servizio, vengono portati a visitare i bambini e le bambine
dell’ospedale pediatrico Santobono-Pausilypon di Posillipo. Sia il sito della
struttura sanitaria, sia quello della Scuola Militare, diffondono in rete il
filmato della visita mentre la delegazione, accompagnata dal Comandante e dal
Direttore Sanitario, distribuisce giocattoli. Le immagini diffuse sono quasi
tutte relative al reparto più delicato della struttura sanitaria, l’oncologico.
Musica accattivante su Instagram, sorrisi soddisfatti del personale e dei due
accompagnatori, il direttore della scuola e quello dell’ospedale, posture non
proprio spontanee e rilassate dei cadetti di cui non si vedono i visi sotto le
mascherine (clicca qui per la notizia e i video dell’evento).
La scuola militare Nunziatella di Napoli ha una lunga storia. Fondata da
Ferdinando IV di Borbone a fine Settecento, è ospitata in un palazzo storico
sulla collina di Pizzofalcone. Leggendo sul sito scopriamo che molti degli
ufficiali ex cadetti della scuola sono stati protagonisti nelle rivoluzioni
ottocentesche, nelle guerre mondiali, in quelle coloniali in Africa, durante il
fascismo. (clicca qui per le informazioni).
Leggiamo anche che i cadetti vengono avviati – fin da allora – ad apprendere la
capacità di «ragionamento e giudizio gradatamente e piacevolmente» (sic!),
dunque, attraverso quelle che – oggi – in gergo didattico chiamiamo buone
pratiche, magari condite con un po’ di soft skills affettivo-relazionali.
Infatti, si precisa, si tratta di formare nelle giovani leve «il corpo, la mente
e il cuore». Tutte ottime caratteristiche che ben dispongono alla pietas verso
chi soffre, ad esempio i bambini e e bambine ricoverate.
Da sempre visitare gli infermi è stato un precetto cattolico, e non solo.
Alleviare la noia e il dolore nelle corsie è compito del personale delle
strutture, ma lo svolgono anche i volontari. Il volontariato, spesso, in molti
servizi pubblici, non è un dono gratuito e di supporto, ma una delega di compiti
– viste le carenze di personale – di funzioni di cura, non solo relazionale.
Difficile, del resto, passare fra i letti del reparto oncologico. Anni fa
l’istituto scolastico che dirigevo comprendeva anche sezioni di scuola
dell’obbligo in un famoso ospedale pediatrico di Roma. Ogni giornata nel reparto
oncologico era per gli/le insegnanti una sofferenza e una lezione di
accettazione della vita fragile, che si può spezzare e non sempre ricomporre. La
sofferenza dei malati era duplicata in quella delle madri, soprattutto madri,
donne che avevano lasciato i paesi di provenienza al Sud per far curare un
figlio, altri a casa, donne accanto ai letti, di giorno, di notte, ospitate a
caro prezzo nelle strutture religiose e nei B&B dei dintorni.
I sorrisi nelle immagini del Santobono sono rari, i bambini e le bambine
ammalate prendono i doni con il distacco di adulti consapevoli. Soprattutto ai
più piccoli non è facile capire perché i genitori, le persone che li amano, non
riescano a evitare loro dolore e perdita di identità. Questo commento zoppica e
inciampa, non è facile. Si rischia facilmente la retorica del buon samaritano o
il tono cinico.
Il secondo nome del Santobono è Pausilypon, in greco la sospensione del dolore,
la tregua dalla paura. Nobile intento. Il carcinoma non è una patologia come
tutte le altre, indipendentemente dalla gravità essa occupa nell’immaginario
collettivo un posto speciale. Il “brutto male” è metafora che prova a non
definirlo, a lasciare in una sorta di sospensione semantica quel misto di paura
e di senso di colpa che provano i malati e i loro famigliari. Il secondo
sentimento è legato all’idea di non aver fatto abbastanza per prevenire il
cancro, altra parola metaforizzata dalla medicina popolare dal nome comune di un
crostaceo, le cui caratteristiche fisiche rimandano alla pericolosità di chele e
zampe, alla inquietante fissità degli occhi. Segno zodiacale, in una più bonaria
tradizione. Altra metafora legata ai carcinomi è quella della lotta, della
guerra guerreggiata fra il corpo attaccato e il nemico attaccante.
Susan Sontag ne scrive come “notte in vita” , e la notte non è colpevole. Donna
Haraway sottolinea come soprattutto questa malattia sveli l’ideologia delle
tecniche biopolitiche sui corpi. Lottare è un dovere del malato, come quella di
un buon soldato. La filosofa della scienza correda il suo libro con esempi di
manifesti affissi in ospedali, farmacie, studi medici statunitensi. Tavole che
incalzano ad alzare il proprio potenziale immunitario, a “orchestrare” i propri
organi per tenere lontano il pericolo, The Body Victorious è lo slogan.
La tregua dal dolore e dal terrore la provano ogni giorno milioni di bambini nel
mondo, per denutrizione, abbandono, abuso, o perché rappresentano un danno
collaterale delle guerre. Si insegna tutto questo panorama di orrore ai giovani
futuri soldati, nel nesso cuore-mente che fa da ispirazione all’accademia?
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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