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Dove nasce Gesù? Dove eri tu?
Corteo a Napoli nella notte di Natale: un Gesù Bambino avvolto in una kefiah per denunciare la tragedia di Gaza e interrogare le coscienze. Napoli, 24 dicembre 2025. Nelle nostre case va in scena una liturgia stanca e distratta. Un Natale per inerzia: luci accese, alberi perfetti, tavole imbandite, televisori che coprono il silenzio. Un rito consumato senza corpo e senza ferite. Eppure Gesù, oggi, non nasce lì. Nasce tra le macerie e il fango di Gaza. A Napoli pioveva. Una pioggia insistente, fredda, che entrava nelle scarpe e non chiedeva permesso. Pioveva come piove a Gaza: senza riparo, senza pausa, senza la possibilità di asciugarsi. Sotto quella pioggia, nel quartiere Vomero, un corteo ha attraversato via Scarlatti e via Luca Giordano. Non una rappresentazione, non un presepe vivente per addolcire le coscienze. Un gesto netto. Un atto politico e umano. Un Gesù Bambino avvolto in una kefiah è stato portato in strada dal Comitato Pace e Disarmo – Campania insieme a Alex Zanotelli. È il secondo anno che accade. Abbastanza per dire che, mentre tutto invita alla distrazione, qualcuno sceglie la fedeltà alla realtà. Gaza non è una metafora. È un luogo devastato: decine di migliaia di civili uccisi, ospedali distrutti, strutture sanitarie ridotte a ciò che resta dopo un bombardamento. Le ONG ostacolate, i soccorsi rallentati, la vita resa impraticabile. E mentre Gaza viene annientata, la Cisgiordania continua a essere erosa dall’espansione dei coloni, fino a lambire Betlemme. Betlemme, proprio Betlemme: il luogo in cui la tradizione cristiana colloca la nascita di un Dio che sceglie di venire al mondo come scarto, come povero, come corpo vulnerabile. Al corteo hanno partecipato la Comunità Palestinese, la Rete Sociale No Box, il Presidio di Pace IoCiSto, i Sanitari per Gaza e molte persone senza sigle, senza ruoli, senza protezioni. Persone che non hanno parlato di Gaza, ma hanno camminato per Gaza. I Sanitari hanno denunciato la condizione drammatica delle poche strutture ospedaliere ancora operative e l’atteggiamento ostativo di Israele verso chi tenta di portare aiuti umanitari. Padre Zanotelli ha letto un messaggio arrivato dalla Palestina: parole di gratitudine per la solidarietà italiana, ma soprattutto un appello a non fermarsi. Continuare con le campagne BDS. Sostenere azioni nonviolente come la Flotilla. Disinvestire dalle banche armate. Fare. Non limitarsi a commentare. Non rifugiarsi in una spiritualità che consola senza assumere responsabilità. Il cristianesimo, quello che non tranquillizza, nasce qui. Non nella sicurezza delle nostre case riscaldate, ma dove un bambino non ha una culla, dove una madre non può proteggere, dove un padre non può promettere il futuro. Il Vangelo non è decorativo: disturba. Non anestetizza: smaschera. Se Dio nasce sotto le bombe, allora la neutralità diventa una menzogna. Gravi e inquietanti i tentativi legislativi che in Italia cercano di equiparare antisionismo e antisemitismo. Confondere la critica politica con l’odio razziale non tutela nessuno: serve solo a spegnere le parole, a rendere impronunciabile l’ingiustizia. Questo corteo non cercava consenso. Interrompeva la corsa ai regali, la liturgia del consumo, la pace fittizia del “non mi riguarda”. E poneva una domanda che il Natale tenta disperatamente di evitare: Se Gesù nasce oggi tra le macerie, tu dove eri? Il corteo si è concluso con l’auspicio di rilanciare nuove iniziative per una Palestina finalmente libera. Ma la domanda resta aperta, inchiodata nelle nostre case illuminate e distratte. Dove nasce Gesù? E soprattutto: dove eri tu? Stefania De Giovanni
“Giù le mani dal Venezuela!” Manifestazione di solidarietà a New York
Le minacce di Trump di una guerra al Venezuela non si fermano; dall’inizio dell’aggressione statunitense nel Mar dei Caraibi sono stati uccisi 83 esseri umani, con tutta probabilità pescatori. Qualche giorno fa è stata indetta una giornata nazionale di solidarietà al popolo venezuelano che si è tenuta sabato 6 dicembre in tutto il Paese. A New York City l’appuntamento era a Times Square: sotto i grattacieli ricoperti da mastodontici schermi su cui scorrono video di Babbo Natale che beve tutto contento la Coca Cola e di spiagge tropicali per una fuga a cinque stelle dallo stress moderno, si sono ritrovati attivisti ed esponenti della comunità latina; insieme a loro c’erano i giovani del movimento per la Palestina libera e  un buon numero di rappresentanti della storica comunità nera newyorkese (che per una volta hanno alzato l’età media dei partecipanti). Il sodalizio tra la lotta socialista portata avanti dai lavoratori e la comunità nera fu stabilito oltre sessant’anni fa proprio qui a New York, ad Harlem per la precisione. Fidel Castro era allora ospite (sgradito) presso un hotel destinatogli dall’Onu, ma da lì, su invito del giovane attivista Malcom X, si trasferì in una pensione di Harlem. Nel quartiere potè osservare la miseria e la discriminazione a cui era soggetta la popolazione nera, ma riuscì anche a ispirarla e a liberare il suo potenziale creativo. Chavez onorò con la pratica l’ideale di solidarietà internazionale tra lavoratori attuando il programma “Oil for the poor”, con il quale rifornì di greggio a prezzo scontatissimo uno dei quartieri più poveri della città, Mount Hope, nel South Bronx. Nel 2016 il quartiere gli ha dedicato dei murales. Anche i poveri di Chicago e quelli del ricco Massachussetts beneficiarono dalle generose iniziative del governo socialista di Chavez.  Oggi sul palco il Venezuela viene ricordato con rispetto e riconoscenza. Le bandiere dello Stato sudamericano non allineato sventolano nell’aria gelida della piazza davanti a una gigantesca bandiera a stelle e strisce, che dovrebbe apparire minacciosa ma che, forse per via della sua composizione (migliaia di pixel che luccicano), appare pop e piuttosto decadente. Al termine del comizio la folla riunita decide di marciare verso la sede della News Corp (un conglomerato di media oggi proprietà della Disney).  Il corteo non è autorizzato, ma è pacifico e la polizia lascia fare (molti sono neri e latini); dunque cantando gli slogan della giornata “Hands off Venezuela” (Giù le mani dal Venezuela) e “No boots on land, No bombs from air” (Niente attacchi da terra, niente bombe dal cielo) e disturbando un po’ il traffico ci incamminiamo verso la Sesta Strada. Considerando che la convocazione in piazza è arrivata un po’ all’ultimo momento, direi che il movimento internazionale socialista qui nella Grande Mela ha reagito e se l’è cavata niente male. Marina Serina
Roma, corteo costruito dal basso a Monteverde
Oltre mille persone hanno attraversato oggi, domenica 30 novembre, il quartiere di Monteverde nel XII Municipio di Roma. Il corteo era animato dalle ragazze e dai ragazzi delle scuole superiori del quartiere, uniti nel collettivo Monteverde Antifascista, Monteverde per la Pace e dalla Murga SinconTrullo dell’XI Municipio. Si tratta di uno dei tanti cortei costruiti dal basso, su iniziativa di studenti, centri sociali e comitati unitari, che periodicamente attraversano i diversi quartieri di Roma. Condanna del genocidio tuttora in corso, solidarietà con il popolo palestinese, libertà per l’iman di Torino che rischia l’espulsione in Egitto e unanime, forte condanna per le provocazioni e le vere proprie aggressioni di squadristi fanaticamente devoti alla causa del suprematismo sionista. Tra queste ricordiamo, in ottobre, l’aggressione al medico dello Spallanzani Andrea, di Sanitari per Gaza e dirigente regionale di Rifondazione Comunista, colpevole di aver partecipato con una bandiera palestinese a un presidio all’interno del proprio ospedale in solidarietà con il personale medico e paramedico degli ospedali distrutti a Gaza e quella contro gli studenti del liceo artistico Caravillani. Il corteo si ferma davanti alla scuola media del quartiere “Fabrizio de’ André”, abbandonata da cinque anni per necessari lavori di ristrutturazione di cui non si vede ancora l’inizio. Gli studenti srotolano un lungo striscione con la scritta: “Una scuola abbandonata: una storia sbagliata”  La scuola era un presidio di civiltà e cultura e un punto di aggregazione del quartiere, dove si tenevano tra l’altro diverse attività sportive pomeridiane. Altra tappa è il Liceo Morgagni, dentro il quale gli studenti srotolano uno striscione e ricordano le modalità inaccettabile di cui alcuni di loro sono stati vittime durante lo sgombero forzato della pacifica occupazione. Lunghissimo il percorso del corteo, aperto da un camioncino che accompagna la manifestazione con alcuni interventi e con una colonna sonora variegata di canti di lotta. A sorpresa parte perfino Bandiera Rossa, che gli studenti conoscono e cantano a dimostrazione di un filo rosso che ha attraversato la storia della Repubblica fino ai nostri giorni. Ecco l’ennesima riprova che il lungo autunno caldo del 2025 non è terminato, ma ha creato in ogni territorio ampi nuclei di resistenza al genocidio, al riarmo e alla guerra che minacciosamente incombe nella quotidianità delle nostre vite. Mauro Carlo Zanella
Manifestazione del 29 novembre a Roma: la speranza in un mondo migliore
Hanno scritto in molti sulla manifestazione di ieri, 29 novembre, Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese. Che emozione dall’inizio alla fine, da Porta San Paolo a Piazza San Giovanni e vedere quest’ultima stracolma come una volta, dando a tutti la speranza in un mondo migliore possibile. Grazie a USB, a Guido Lutrario, a Pierpaolo Leonardi e ai sindacati di base per avere unito le lotte: quella dei lavoratori e quella della Palestina e di tutti i popoli oppressi, perché se è vero che nella nostra Costituzione sta scritto che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, è pur vero che il lavoro onesto e ben retribuito sembra essere una chimera oggi! Al grido di “Blocchiamo tutto” e “Palestina libera” il corteo di circa 100.000 persone di età diverse ha percorso le strade di Roma incuriosendo molti turisti che hanno scattato foto e fatto domande. Questo è positivo, così come è stata positiva la presenza degli ospiti nazionali e internazionali, quali Francesca Albanese , Thiago Avila, Greta Thumberg, José Nivoi e il collegamento telefonico con Roger Waters, grazie a Federico Greco. I loro interventi sono stati applauditi a lungo e tutti insieme abbiamo cantato ” BELLA CIAO”, altro che i saltelli buffi visti nei giorni scorsi da parte del governo Meloni. Anche una rappresentanza di rabbini antisionisti provenienti da New York ha partecipato alla manifestazione ed è e intervenuta dal palco, spiegando bene che l’antisionismo non significa antisemitismo e che loro sono per una convivenza pacifica fra israeliani, musulmani e cristiani in Palestina, terra che ha dato vita alle tre religioni monoteiste. Foto di Francesca Perri Foto di Marco Cinque Tutti gli oratori hanno sottolineato che la  lotta per  la Palestina è la lotta di tutti ed è la molla che ci ha portato a reagire ai soprusi dei prepotenti criminali che non pensano alla tutela delle persone, ma solo a riempire le loro tasche. Alla fine ho avuto l’occasione di parlare anch’io come Sanitari per Gaza, spiegando perché quello in Palestina è un genocidio, spiegando che i nostri 1.700 colleghi palestinesi uccisi devono essere menzionati come eroi, perché l’unica colpa è stata quella di non volere abbandonare il loro ospedale e i loro pazienti. Foto di Francesca Perri Francesca Anna Perri
A Milano corteo per la Palestina e non solo
E’ il 29 novembre 2025, Giornata Mondiale della Solidarietà col popolo palestinese e mi avvio a piedi da Piazza del Duomo a Piazza XXIV maggio in pieno quartiere Ticinese a Milano; arrivato in corso di Porta Ticinese mi rendo subito conto che la partecipazione al corteo è numerosa proprio come lo sventolio delle bandiere palestinesi ed i cartelli che gridano “Libertà per Marwan Barghouti”, l’unico palestinese veramente temuto dal governo d’Israele e dai capi di Hamas, perché in grado di mettere fine al genocidio in atto a Gaza ed ai crimini dei coloni appoggiati dall’esercito israeliano nei confronti delle famiglie palestinesi in Cisgiordania. Tanti gli striscioni e i cartelli per la liberazione dell’imam Shahin, attualmente prigioniero nel Cpr di Caltanissetta, che rischia di essere consegnato all’Egitto, con il quale il dialogo del nostro Paese continua a essere più che aperto, nonostante i pianti per l’assassinio di Giulio Regeni. Almeno in 15mila sfilano per le strade della città; non mancano numerose sigle dei sindacati di base, che oltre a gridare “Free Palestine” non tacciono sul governo Meloni e sulle condizioni sempre peggiori di lavoro, sulla precarietà, sui morti del lavoro, sulla schiavitù e sullo sfruttamento. Come ai vecchi tempi ricompaiono anche i “volantinatori” e di conseguenza i volantini fronte e retro scritti fitto fitto perché tutto stia su un foglio di carta. (avete letto bene …..di carta!). Uno di questi “piccolino nel formato” titola “Contro il piano di Trump su Gaza e i sacrifici per la guerra, per l’embargo a Israele e per buttare giù il governo Meloni con la piazza!” Su un altro volantino si legge “Contro lo sfruttamento e il riarmo! Per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori” ed io non posso che continuare a sperare che i sindacati facciano “pace con il cervello” e comincino a capire che prima dei loro piccoli interessi ci sono quelli degli sfruttati, dei poveri e della gente comune che chiede lavoro e dignità. L’unità d’azione sarebbe già un gran bel segnale! Redazione Milano
A Roma manifestazione contro la finanziaria di guerra, il riarmo e il genocidio a Gaza
Un mare di persone ha attraversato per l’ennesima volta le strade di Roma partendo da Porta San Paolo, per concludersi in Piazza San Giovanni. Sul carro di testa sono saliti Greta Thunberg, l’attivista brasiliano Thiago Avila, entrambi membri della Global Sumud Flotilla e presenti alla manifestazione di ieri a Genova e Maya Issa, rappresentante degli studenti palestinesi in Italia. Si sono poi uniti tutti al cordone di apertura del corteo, insieme a Francesca Albanese, a numerosi attivisti della Global Sumud e della Freedom Flotilla, ai pompieri dell’Usb e ai portuali di Genova, accompagnati dalla canzone composta da Roger Waters per salutare e appoggiare lo sciopero generale indetto ieri da USB. In testa anche le bandiere del Venezuela, quotidianamente minacciato di invasione da parte degli Stati Uniti. L’imponente corteo non ha tradito le attese, con la partecipazione di tante famiglie con bambini e tantissimi giovani e giovanissimi italiani da generazioni e di altri originari di innumerevoli Paesi, a dimostrazione che anche a Roma è il mondo intero a opporsi al genocidio e ai governi occidentali complici, ma anche alla finanziaria fatta di riarmo, di tagli allo stato sociale e di politiche guerrafondaie purtroppo diffuse in tutta l’Europa. Politiche che stanno apertamente sabotando ogni possibile accordo di pace in Ucraina e ci stanno irresponsabilmente trascinando in una spaventosa guerra mondiale. Accolta da calorosi applausi e grida che scandivano il suo nome e l’hanno accompagnata per tutto il tempo, alla fine del corteo Francesca Albanese ha pronunciato un discorso appassionato ed emozionante: “Non ho più voce non per questa giornata o per quella di ieri, ma perché sono due anni che cerco di svegliare il mondo dicendo che i palestinesi sono vittima di un genocidio” ha scandito, per poi dirsi felice di essere là e ringraziare i portuali del CALP, Genova, Roma e l’Italia. “Facciamoci sentire, fate sentire la vostra voce contro la finanziaria” ha proseguito, denunciando gli investimenti nelle armi e non nella salute o nell’istruzione. Ha poi ringraziato ed esortato i poliziotti e le poliziotte presenti a non mettersi muro contro muro rispetto al popolo in marcia che si sta battendo anche per i loro diritti. “Oggi, giornata di solidarietà con il popolo palestinese istituita dall’ONU nel 1977, sono qui anche perché non voglio più sentir dire che si è spezzato il senso di unità e urgenza che ha spinto la gente a riempire le piazze” ha continuato. “Se le istituzioni facessero quello che dovrebbero fare non ci sarebbe bisogno di riempire le piazze. Dovrebbero tagliare le relazioni economiche, militari, strategiche e anche di ricerca con uno Stato che commette il crimine dell’apartheid e del genocidio e continua a uccidere. Il genocidio non si è fermato. A Gaza si muore nella mancanza di dignità, di acqua, di cibo. E noi come europei abbiamo una responsabilità verso la Palestina. Non ci possiamo fermare, fino a liberare la terra tra il fiume e il mare perché tutti siano liberi e con gli stessi diritti. La liberazione della Palestina sarà anche la liberazione degli israeliani. Io condanno la violenza in tutte le sue forme, condanno gli attacchi alla sede della Stampa; la violenza anche all’interno di un sistema violento finisce per rafforzarlo. Invece bisogna praticare la sumud, la resilienza, l’etica dell’empatia, sentire l’altro e il suo dolore come se fosse il nostro. Io vedo la fine di questo incubo se porteremo dalla nostra parte anche chi non sta qui, agendo con gentilezza e amorevolezza” ha concluso tra gli applausi, portando una luce di speranza opposta alla logica brutale della violenza e dell’oppressione rappresentata da Israele e dai governi occidentali, Italia in testa.   Mauro Carlo Zanella
Corteo per la Palestina a Varese, tra denuncia e speranza
Le manifestazioni dei mesi scorsi a Varese sono state la scintilla che ha acceso il fuoco della partecipazione dei suoi cittadini più attenti, che vogliono fare sentire la loro vicinanza al popolo palestinese. Infatti sabato 8 novembre alle 16.00 da Piazza Montegrappa, o come preferiscono chiamarla i ragazzi del collettivo “Da Varese a Gaza”, Piazza bambin* di Gaza, è partito un lungo corteo che ha percorso le vie principali della città per ritrovarsi in piazza del Garibaldino (Piazza Podestà) e terminare la manifestazione tra danze, musica e parole di speranza. I temi trattati durante il corteo sono stati molti. A distanza di due anni dall’inizio dell’ultimo atto di genocidio da parte di Israele, innescato dell’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023, il popolo palestinese si appresta a vivere il terzo inverno in condizioni catastrofiche e gli occhi del mondo sembrano essersi girati dall’altra parte. Dopo il teatrino della pace di Trump, messo in scena per calmare l’indignazione di coloro che nei mesi scorsi guardavano a quella parte di mondo con orrore e scendevano in piazza a protestare, oggi in molti credono che tutto sia finito, ma non qui a Varese. Molti pensano che chi manifesta sia un ingenuo, ma chi è sceso in piazza sabato 8 novembre crede fortemente che il cambiamento parta dalle persone e dalle piazze dove confluiscono lavoratori, studenti, gente informata e che si sforza di aiutare chi ne ha bisogno. La pace non può essere giusta senza il coinvolgimento dei palestinesi, altrimenti si chiama colonialismo. A Gaza oltre 200 palestinesi sono stati uccisi dopo questa falsa tregua, e l’80-90% delle strutture sono state abbattute, gli aiuti umanitari entrano centellinati e Israele continua ad infrangere il Diritto Internazionale, i coloni in Cisgiordania occupano le case e le terre dei palestinesi e impediscono la raccolta delle olive e pertanto una vita dignitosa ai contadini. Il corteo è partito pacificamente, attraversando le vie del centro, che sabato pomeriggio erano affollate di gente, molti mostravano solidarietà, riprendevano con il telefono cellulare e cantavano i cori insieme ai manifestanti. Qualche automobilista impaziente invece suonava il clacson stizzito, ma tutto si è svolto senza incidenti. Davanti alla sede del McDonald, in via Morosini, al microfono è stato spiegato cosa vuol dire boicottaggio, perché ognuno di noi può essere attivo scegliendo in modo consapevole. McDonald ha finanziato pasti per i soldati israeliani, rendendosi complice del genocidio. Durante un’altra tappa del corteo si è parlato dell’importanza del linguaggio e di come le parole siano importanti per dare valore alle cose che accadono. Un grande cartellone spiegava bene la differenza di parole utilizzate dalla stampa e dai canali di informazione per parlare degli stessi concetti in maniera differente se si tratta di israeliani o di palestinesi, creando così una narrazione fuorviante. Anche il discorso della stampa libera e di quella al servizio di Israele e dei governi complici è stato affrontato molto chiaramente. Molti giornalisti indipendenti, come Cecilia dalla Negra, che si occupa di Palestina, subiscono repressione, arresti, sanzioni. Emblematico il recente caso del giornalista Gabriele Nunziati, ex collaboratore di Agenzia Nova, che è stato licenziato perché aveva chiesto alla Commissione UE se Israele dovesse finanziare la ricostruzione di Gaza. Intorno alle 18:00 ormai il sole era calato; i manifestanti sono passati per le vie del centro già illuminate per Natale, per terminare il corteo in Piazza del Garibaldino, dove sono intervenuti i ragazzi del comitato studentesco varesino e il collettivo di Radio Aut Pavia ha portato la propria solidarietà. Ha preso il microfono anche un ragazzo palestinese della Cisgiordania, che ha invitato a farsi sentire e continuare a manifestare perché è nel silenzio che Israele può continuare a fare quello che vuole restando impunito, come ha fatto nel corso degli ultimi ottant’anni. E’ infine intervenuta una donna che ha posto l’accento sugli armamenti che servono a sterminare un popolo: provengono dal nostro territorio e da molte altre parti di Italia, rendendo la nostra nazione complice di genocidio. La serata è terminata con una nota positiva, tra danze palestinesi che hanno coinvolto i partecipanti e con musiche emozionanti che parlano di speranza e resistenza. Ancora una volta i ragazzi del Collettivo “da Varese a Gaza” si sono dimostrati pronti e attivi in difesa della Palestina, una Palestina libera dal fiume al mare. Monica Perri
Corteo per Gaza a Roma: “Il popolo sa da che parte stare”
Gli organizzatori parlano di oltre un milione di partecipanti alla manifestazione nazionale per Gaza del 4 ottobre a Roma. Cosa certa è che la testa del corteo, partita alle 14.30 da Porta San Paolo, poco prima delle 17.00 era arrivata a Piazza San Giovanni, punto d’arrivo, mentre la coda era ancora al punto di partenza. Una marea di gente, che raramente è possibile vedere. Il corteo da Porta San Paolo a Piazza San Giovanni ha sfilato lungo viale della Piramide Cestia, piazza Albania, viale Aventino, piazza di Porta Capena, via di San Gregorio, via Celio Vibenna, piazza del Colosseo, via Labicana e via Merulana. Un lungo tratto del centro di Roma, composto di larghi viali e strade che la folla occupava per intero. Un corteo pacifico, osservato con simpatia dalla gente che lungo i marciapiedi o dalle finestre sventolava le mani per salutare. La parola pace, la richiesta di mettere fine al genocidio ha messo, se non tutti, moltissime persone d’accordo, perché ognuno di coloro che non hanno potere, in questo periodo di crudeltà e tensione al riarmo, si è posto inconsciamente il problema della sopravvivenza della nostra specie. Tra i partecipanti moltissimi arrivati in autobus da tutta Italia. Gli attivisti hanno denunciato un tentativo di bloccare il loro flusso da parte delle forze dell’ordine, con controlli ai caselli autostradali e perquisizioni ma, a parte un rallentamento, l’affluenza c’è stata comunque e ha dato origine a un poderoso, straordinario, fiume umano. Queste le richieste, sotto forma di slogan, lanciate dal popolo solidale con la Palestina a chi ci governa: “Nessuna arma, nessun soldato/fuori l’Italia dalla Nato”. “Bloccare Israele non è reato”. “Il popolo sa da che parte stare, Palestina libera dal fiume al mare”. “Siamo il grido altissimo e feroce/di tutti quei bambini che più non hanno voce”. “Siamo tutti antifascisti!”. “Netanyahu pezzo di merda”.  “Salvini, Tajani, Meloni: dimissioni!”.  Una folla ordinata, nonviolenta, assieme ai genitori molti i piccoli che, a volte, hanno lanciato slogan attraverso i megafoni. Altri adulti alzando una grandissima bandiera palestinese sotto la quale i bambini andavano a nascondersi, hanno dato vita a un gioco. Una ragazza con le stampelle si è fatta tutto la manifestazione, dall’inizio alla fine. Questo il popolo che ha sostenuto la coraggiosa missione della Global Sumud Flotilla, un popolo sicuramente nonviolento, tanto che apprendendo di scontri con la polizia da parte di alcuni a corteo finito, si è meravigliato sentendoli estranei imbecilli, quando non volutamente inviati a provocare per svalutare la protesta. Bruna Alasia
3 ottobre, sciopero generale ad Ancona
Più di diecimila persone ad Ancona per lo sciopero generale sono scese in piazza e si sono dirette in corteo verso il terminal container del porto. L’appuntamento fissato dal Coordinamento Marche per la Palestina ha visto sfilare migliaia di persone in direzione porto per bloccarlo. Mentre un presidio permanente ha bloccato l’uscita dei traghetti al varco da Chio, il numeroso corteo ha proseguito per bloccare al varco della dogana le operazioni di scarico e carico merci. Una delegazione del coordinamento è entrata, alle ore 18, per verificare il blocco effettivo delle operazioni di scarico. La pressione dei manifestanti ha fatto sì che il corteo superasse i varchi della dogana, per poi riversarsi all’interno dell’area portuale, interrompendo ogni attività. Successivamente il corteo si è diretto in via Marconi fino a piazza Italia, bloccando il traffico in entrata e uscita dalla stazione. Il corteo si è concluso al presidio permanente in piazza del Crocifisso. Le Marche hanno risposto così all’appello del Calp di Genova, dei sindacati e della Global Sumud Flotilla. Durante la manifestazione è stata richiesta a gran voce la fine del genocidio palestinese, la rottura di ogni rapporto dell’Italia con il regime criminale israeliano e la liberazione delle attiviste e degli attivisti arrestati, tra cui la concittadina Silvia Severini. Questa è la migliore risposta di una regione popolare, solidale e antifascista al grido di: blocchiamo tutto. Coordinamento Marche per la Palestina Sumud, Centro culturale palestinese delle Marche Redazione Marche