Il nuovo codice penale dei Talebani chiude ogni porta alla giustizia
Nel gennaio di quest’anno in Afghanistan è stato introdotto un nuovo codice
penale che ridefinisce profondamente l’assetto giuridico e sociale del Paese. Il
testo istituzionalizza divisioni sociali, consolida le disuguaglianze e colpisce
in modo sistematico donne e minoranze religiose.
Il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda) ha intervistato
Belqis Roshan, ex parlamentare afghana oggi rifugiata in Germania.
Con il nuovo codice penale i Talebani hanno ulteriormente inasprito le
condizioni di vita della popolazione, soprattutto delle donne. Quali sono le
norme più gravi?
Il nuovo codice viene presentato come applicazione fedele della religione, ma in
realtà rafforza il controllo sulla popolazione e il potere dei religiosi. In
quattro anni di governo l’emiro Hibatullah Akhundzada ha emanato 470
provvedimenti, di cui circa 100 contro le donne. Il codice rafforza l’impianto
della “Legge contro il vizio e per la virtù” del 2024. Prima le norme erano
rivolte alla popolazione, ora vincolano giudici, imam e capivillaggio a imporre
pene severe.
L’articolo 9 è il più sconvolgente: divide la società in quattro classi –
religiosi, ricchi, classe media e poveri – con pene diverse per ciascuna. Ricchi
e mullah possono essere solo richiamati, mentre i ceti medi e poveri rischiano
processi e punizioni corporali, tanto più dure quanto più basso è il loro
status. È la legalizzazione della disuguaglianza sociale.
Quali conseguenze concrete comporta per le donne?
L’articolo 32 prevede che un marito violento venga incarcerato per 15 giorni
solo se la moglie può dimostrare lividi o fratture. Ma le donne non possono
uscire di casa da sole per andare in ospedale, quindi è quasi impossibile
provare le violenze. L’articolo 34 stabilisce inoltre che una donna non può
lasciare la casa del marito senza permesso per tornare dalla propria famiglia:
se lo fa lei e il padre che la accoglie rischiano frustate e tre mesi di
carcere. La donna è trattata come proprietà del marito o del padre e l’accesso
alla giustizia è di fatto chiuso.
Anche i bambini restano poco protetti: il codice lascia ampio spazio alle
punizioni corporali e gli insegnanti sono puniti solo in caso di lividi o
fratture, mentre altre forme di abuso, compresa la violenza sessuale, frequente
nelle madrase, non vengono menzionate.
Anche la libertà religiosa viene limitata drasticamente. Quali effetti può
avere?
L’articolo 2 riconosce come unica religione legittima la scuola hanafita. È una
norma pericolosa che può alimentare conflitti. In Afghanistan convivono da
secoli comunità sikh, hindu, ismailite e altre minoranze. Metterle fuori legge
crea tensioni profonde. Le minoranze musulmane non hanafite, come gli Hazara,
rischiano ulteriori persecuzioni. Nella provincia di Badakhshan, ad esempio,
alcuni ismailiti sono stati costretti a distruggere i propri luoghi di culto e a
convertirsi. Queste divisioni possono essere sfruttate anche da potenze
regionali e da gruppi armati legati a diversi governi, con il rischio di
alimentare nuovi conflitti.
Come viene applicato il codice?
Anche se non è stato ancora formalmente promulgato, viene già applicato. Alcune
norme sono precise, ma molte sono lasciate alla discrezione dei religiosi.
L’articolo sulla fede prevede la pena di morte per chi non segue la scuola
hanafita o si oppone ai Talebani. Poiché il sistema giudiziario si basa
soprattutto su testimonianze, spesso estorte con la tortura, diventa facile
eliminare qualcuno accusandolo di essere contro i principi islamici. La
giustizia è amministrata dai religiosi e le vie legali sono di fatto bloccate.
Gli imam possono decidere direttamente accuse e pene, spesso su norme vaghe come
quella che vieta la “danza” o perfino il “guardare la danza”, potere usato per
reprimere qualsiasi espressione culturale.
Nonostante fame e repressione, le proteste sono limitate. Perché?
Non è accettazione, ma repressione brutale. Uomini e donne vengono arrestati,
torturati e uccisi. Tuttavia il malcontento è diffuso e la situazione è molto
tesa. I Talebani sono odiati e molti non si fidano a muoversi tra la popolazione
senza scorte armate. Piccole proteste continuano a verificarsi, spesso represse
nel sangue.
La comunità internazionale ha reagito poco. Perché questo disinteresse?
Il governo talebano di fatto è sostenuto da molti Stati. Gli aiuti umanitari
contribuiscono a mantenerlo in piedi, mentre alla popolazione arrivano solo
briciole. Gran Bretagna e Unione Europea parlano di apartheid di genere, ma non
adottano misure concrete. Gli Stati Uniti respingono le richieste di asilo e non
possiamo dimenticare che sono stati proprio loro a riportare i Talebani al
potere.
Come si può uscire da questa situazione?
L’occupazione statunitense ha introdotto alcune libertà, ma non ha prodotto un
vero cambiamento. Oggi i Talebani sono sostenuti da potenze straniere e si sono
trasformati in una forza politica strutturata. La soluzione può venire solo
dall’unità del popolo afghano, al di là delle divisioni etniche e religiose e
dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale sui propri governi
affinché smettano di sostenere questo regime. Senza appoggi esterni, i Talebani
non potrebbero restare al potere.
Puoi leggere qui l’articolo integrale pubblicato da Altreconomia
CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane