Dare il voto alle auto?“La tua auto voterebbe per noi”. Così, alla vigilia delle elezioni in Baden
Wurttemberg, il partito nazista Afd (perché poi “neo”?) della Repubblica
Federale Tedesca ha trasformato le automobili in elettori e i cittadini in
delegati dei rispettivi veicoli (in Italia dobbiamo quindi aspettarci che le
nostre auto votino sì al Referendum…).
Il problema è che l’industria dell’auto è in difficoltà in quasi tutto il mondo:
consuma, sia quella termica che quella elettrica, troppo spazio, risorse,
energia, tempo e salute. E in Germania più che altrove, perché è stato ed è
ancora il settore fondamentale del suo sviluppo e ha puntato troppo sulla
permanenza della propulsione termica che le politiche climatiche hanno messo
ovunque in discussione. La guerra all’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz
non faranno che aggravarla. L’Afd ne dà la colpa al governo tedesco e alle
politiche ambientali dell’Unione Europea (peraltro in via di smantellamento),
anche se sia l’UE che molti Stati membri hanno già imboccato il “piano B”:
sostituire all’industria dell’auto come settore portante quella delle armi. Sono
supportati in questa scelta dalla moltiplicazione delle guerre innescata da
quella in Ucraina, dal montare dello spirito bellicista che le alimenta e ne è
alimentato, ma soprattutto dalla incapacità generale di concepire delle
alternative. Invece è proprio alle alternative che bisognerebbe pensare. E non
da ora. Perché per l’auto privata c’è poco futuro.
L’auto, con la sua tecnologia prima fordista e poi toyotista, ma soprattutto con
la sua fame di spazi, tempo e risorse, ha dato la sua impronta al ventesimo
secolo: con la brutalizzazione del paesaggio e lo smembramento delle città,
invadendo il campo e sostituendosi al trasporto pubblico per farle posto, a
partire dalla Germania, anche prima che a questo provvedessero i bombardamenti
della Seconda Guerra Mondiale. Poi con l’individualismo che, proprio a partire
dalla strada, non ha fatto che alimentare familismo, ostentazione,
competitività, aggressività e possesso (cioè proprietà: ieri indispensabile per
avere un’auto a disposizione; oggi del tutto superflua). Le classi popolari,
principali vittime di questi processi, li hanno subiti e condivisi senza
rendersi conto della direzione in cui le spingevano. I loro rappresentanti,
invece di metterle in guardia, li hanno favoriti scambiando la motorizzazione di
massa, con tutte le sue implicazioni, per un processo di democratizzazione.
La politica, e con essa le organizzazioni “di sinistra” che si proponevano di
cambiare il mondo in direzione di una maggiore giustizia sono rimaste impigliate
e imprigionate nella cultura dell’auto, facendosene promotrici (come oggi sono
rimaste vittime della cultura della rete e dei social senza nemmeno rendersene
conto, ma ben consapevoli di quanto sia difficile sottrarvisi o contrastarla).
Eppure, l’alternativa all’auto privata c’era e c’è: nel trasporto pubblico, ieri
come oggi e poi in quello flessibile e condiviso da almeno due decenni, nei
veicoli autonomi domani, nella città dei 15 minuti, in un turismo di fruizione e
godimento e non di mero consumo dei luoghi. A condizione di adottare – in questo
campo come in tutti gli altri – un approccio alle questioni della vita
quotidiana che privilegi la condivisione rispetto al possesso, la solidarietà
rispetto alla competizione, la sobrietà rispetto all’ostentazione, la
partecipazione rispetto al dominio, la quiete della conflittualità quotidiana
rispetto alla tempesta della guerra.
Non è mai troppo tardi, anche se a farsi carico di porre il freno al dominio
dell’auto sta ormai provvedendo (senza dirlo, anzi fingendo di fare il
contrario) il potere in carica oggi, quello dei residui governi democratici,
tutti impegnati ad aprire la strada alle forze che nella militarizzazione tanto
dell’industria che della vita quotidiana si trovano e si troveranno sempre di
più a loro agio.
Guido Viale