Essere o diventare Comunità competente, capace di ri-cucire e ri-connettere
Oggi 7 Febbraio a Firenze, al Parterre nella Sala dei Marmi si è tenuta la
Presentazione del libro “Luna dell’altro” di e con Giacomo Grifoni.
In un pomeriggio che anticipa una giornata di lotta per le donne e per tutte le
soggettività che richiedono percorsi di emancipazione, in un pomeriggio che
accade mentre non lontano da noi, a Prato, le piazze parlano di lotta contro il
linguaggio e contro le prassi che riportano indietro nella storia respingendo
proprio quelle persone che avrebbero bisogno e speranza di essere accolte e
sostenute, nel calore emotivo di una sala piena di attenzione e
com-partecipazione Giacomo Grifoni, in dialogo con Federico Fabbri, ci racconta
la scrittura di un libro, un romanzo, il suo terzo, che si colloca, ad uno
sguardo attento, in uno scenario di stretta contiguità tra questo dentro (la
narrazione di storie) e quel fuori (la contro-narrazione di parole e fatti).
Il romanzo “Luna dell’altro” nasce da un bisogno, porta fuori l’anima poetica e
al tempo stesso politica di chi, già anni fa, aveva contribuito a mettere in
gioco strumenti per poter incidere nella de-escalation di violenza (maschile):
socio fondatore del CAM (Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti), psicologo
psicoterapeuta, Giacomo si interroga sui determinanti di salute relazionale,
cercando di smontare, smontandola, la logica vittima – carnefice (non lo fa
direttamente, ma se ne evince il significato nel lavoro che promuove) e sostiene
le persone – gli uomini – che agiscono comportamenti violenti nell’assumersi le
proprie responsabilità, perché, al netto di storie anche drammatiche all’origine
dei gesti, “Non esiste giustificazione”.
Perché un romanzo? Forse proprio per poter fare prevenzione passando attraverso,
per de-patologizzare o forse meglio per ri-umanizzare le relazioni, a partire da
letture che, coinvolgendo tutte e tutti, abitui ad usare un linguaggio che
riporti in profondità anche dentro le solitudini individuali e restituisca un
senso collettivo (di comunità) dentro la società, l’odierna che, afferma
Giacomo, manca spesso di luoghi di incontro. Chi abita le piazze, chi vive la
dimensione della partecipazione alla cosa pubblica ben sa che in realtà esistono
gli spazi, ma forse rischiano di non essere abitati abbastanza, soprattutto
quando sia tardi – troppo tardi.
Ed allora il dialogo tra Giacomo e Federico com-muove, perché ricompone, perché
ri-cuce la comunità quale “luogo di cura”, che magari in età giovanile non si
sceglie con la consapevolezza che sia elemento salvifico (sentirsi parte –
appartenere come elemento di con-tenimento quando si inizia a vacillare), eppure
si parte da una prima comunità, quella familiare (anche quando mono-genitoriale
– a partire dal grembo materno), idealizzata o condannata, perfetta o
imperfetta, perduta o mai profondamente sentita, per andare verso seconde,
terze, molteplici dimensioni di appartenenza, che possano restituire il senso
delle esperienze. Quando tramonta la stagione dell’idealità e si entra dentro la
realtà, comunque residua sempre il desiderio di sentirci nelle inter-connessioni
che tengano insieme i frammenti di esperienze perdute.
Giacomo, che nel precedente romanzo “I signori del silenzio” parlava di
relazioni che nascondono le verità, qui si mostra attento all’importanza del
disvelamento, che rispetta le solitudini, che pur si possono incontrare; è
delicato nell’affrontare il passaggio dalle vite anonime delle soggettività in
ricerca alle domande di scopo, significato condiviso che dentro la comunità
restituisce valore al sentirsi appartenere. Non è nota la trama (ancora il
romanzo è in crowdfunding su bookabook), si provano ad immaginare i personaggi,
Luna e Cristiano, si sentono persone comuni, che abitano spazi contigui,
somiglianti per risonanza… o forse è il desiderio che possano le lettrici e i
lettori ritrovarsi per riconnettersi, la scrittura funzionale quale veicolo
terapeutico che aiuta a trasformare i dolori o più semplicemente i disagi che
separano, nell’unione di menti e corpi pensanti.
Perché su Pressenza? Perché invita a decostruire il linguaggio della violenza, a
disinnescare le prassi che conducono alla escalation della violenza, perché
invita ad essere o, se possibile, provare a diventare parte di Comunità capace
di ri-cucire e ri-connettere.
Emanuela Bavazzano