Il Nepal volta pagina nelle prime elezioni dopo la rivolta gen-Z
A soli sei mesi dalla rivoluzione della gen-Z nepalese, il Paese himalayano,
divenuto Repubblica solo nel 2008 grazie alla rivoluzione armata guidata dai
gruppi maoisti, cambia faccia. Dopo anni di governi nelle mani di una classe
politica gerontocratica e corrotta, votata all’alternanza di governo tra Partito
Comunista Nepalese – Unificato Marxista-Leninista – e Congresso Nepalese con
rispettivi partiti minori alleati, mutano nettamente gli equilibri
politico-partitici dell’assemblea legislativa del Paese.
Simbolo di questo cambiamento post rivoluzione gen-Z è Balen Shah, ingegnere, ex
sindaco di Kathmandu e famoso rapper. Balen, così conosciuto dalle masse in
seguito al suo exploit musicale avvenuto nel 2013, ha costruito il suo successo
cambiando il volto pubblico del Rashtriya Swatantra Party (Rsp)– partito
nazionale indipendente. Levato il partito dalle mani dell’ex conduttore
televisivo Rabi Lamichanne – uscito di galera durante la rivoluzione gen-Z di
settembre, dov’era rinchiuso con accuse di frode fiscale – Balen ha puntato
sull’effetto social network e sulla capitalizzazione della sua popolarità in
termini elettorali.
Spazzate via le figure influenti di Sudan Gurung – leader della popolare ONG
Hami Nepal, personalità molto influente durante la rivoluzione gen-Z – e
terminato il dibattuto mandato di transizione di Sushila Karki, Balen ha
sugellato il suo successo stravincendo nella competizione elettorale contro K.P.
Oli, ex primo ministro e leader del Partito Comunista Nepalese – Unificato
Marxista-Leninista.
Dietro al dato simbolico della vittoria si cela il dato oggettivo della chiusura
di un’epoca politica iniziata a metà anni novanta con la lotta armata dei
comunisti-maoisti per la Repubblica e poi tradita dalla stessa classe politica
che aveva impugnato i fucili contro la monarchia della famiglia Rana; di una
rivoluzione gen-Z, o meglio delle classi subalterne, che in un sussulto di
liberazione si è emancipata da un ceto politico anziano e putrescente.
> Il risultato di Balen è anche figlio dell’incapacità dei partiti di rinnovare
> agenda e facce nella fase di transizione post-rivoluzionaria.
Il partito comunista marxista-leninista, solo nel nome, guidato da K.P. Oli non
ha mai riconosciuto come legittimo il governo di transizione di Sushila Karki,
restando arroccato nelle proprie posizioni politiche e con le stesse figure di
spicco alla guida del partito. Il pessimo risultato alle urne è anche figlio di
quest’incapacità di rinnovarsi per stare al passo coi tempi.
Cambio di faccia invece adottato dal Congresso Nepalese, con la candidatura del
“giovane” quarantanovenne Gagan Thapa per sostituire la vecchia leadership.
Un’operazione fallimentare, all’insegna del cambiare tutto per non cambiare
nulla. Più interessante, ma allo stesso tempo residuale, l’operazione unitaria
di una decina di partiti comunisti riunitisi sotto il simbolo del Nepal
Communist Party.
Il cambio di paradigma è evidente nella crescita esponenziale del Rashtriya
Swatantra Party. Il giovane partito, nato meno di quattro anni fa, passa dai 20
seggi su 275, conquistati nelle ultime elezioni, a una proiezione che assegna al
solo partito circa la metà dei seggi in ballo. Nonostante il lento conteggio
degli oltre dieci milioni di voti, su una platea di elettori di circa 19 milioni
di aventi diritto, la vittoria è schiacciante.
Con un programma elettorale centrato su modernizzazione tecnologica ,
istruzione, giovani, lavoro digitale, e attenzione alla diaspora nepalese, Balen
si troverà col difficile compito di de-burocratizzare un Paese dove spesso i
documenti vengono consegnati a ridosso della loro scadenza. Ambizioso il
programma economico con cui si vuole portare la crescita economica al 7% annuo
del PIL, necessaria per l’obiettivo dell’espansione economica a quasi 100
miliardi di dollari, e l’aumento del reddito medio pro-capite a tremila dollari
all’anno da una base di 1.440 dollari registrata nel 2024.
> Crescita che poggia sulla promessa della creazione di 1,2 milioni di posti di
> lavoro per sopperire alla diaspora nepalese, puntando sul reinserimento dei
> lavoratori migranti e l’attrazione di nomadi digitali, individuati come
> cruciali per la crescita i settori dei servizi, informatica e
> telecomunicazioni, turismo, agricoltura e manifatturiero.
Fanno da cornice alle proposte di legislazione ordinaria, le proposte di riforma
costituzionale ed elettorale. Sul piatto l’elezione diretta del capo del
governo, la legge elettorale per rendere il Parlamento pienamente proporzionale
– ad oggi 165 membri sono eletti con il maggioritario uninominale e 110 con il
proporzionale –, e riforma del federalismo.
Su quest’ultimo compito, la riforma andrebbe a istituire una struttura
amministrativa federalista dello Stato, come previsto dalla Costituzione del
2015, mai attuata dai 14 governi che si sono succeduti in soli 17 anni di
Repubblica. I compiti saranno ancor più difficili se il nuovo primo ministro si
dovesse ritrovare a dover fare alleanze con altri partiti minori, fughe dal
partito, o ancor peggio una gestione del potere politico clientelare quanto
quella della classe politica pre-rivoluzione gen-Z.
Il voto è una bocciatura delle politiche della vecchia Repubblica, responsabile
dell’impoverimento della popolazione e della massiccia emigrazione giovanile.
Nel Paese con un’età media di 25 anni, sono più di tre milioni i giovani
costretti a emigrare per cercare condizioni di vita migliori che in madre patria
non riescono a trovare.
Di questi, molte e molti emigrano nei Paesi asiatici circostanti. Le famiglie
che hanno un gruzzolo poco più grande consegnano un destino migliore ai propri
figli, consentendo loro di partire per Europa, Americhe o Asia occidentale – 1,7
milioni nella regione tra il Mar Arabico e il Mar Rosso. Indispensabili le loro
rimesse per la tenuta dei conti pubblici, su cui pesano per oltre un terzo del
totale.
A spoglio quasi al termine è certo che l’obiettivo di scacciare via la classe
politica corrotta del Paese è stato raggiunto, resta da capire se la nuova sarà
in grado di essere all’altezza del consenso della gen-Z o se sarà oggetto delle
sue critiche. Il passaggio di cariche da Sushila Karki commentato da Balen come
«vittoria della democrazia sotto la [sua] guida» porta con sé dubbi su quanto la
transizione guidata dall’ex presidente della Corte Suprema – tra l’altro
ritenuta troppo moderata da frange degli insorti in settembre – sia stata
efficace nel preparare la nuova Repubblica.
Altrettanto leciti i dubbi sulla forma tecno-ottimista e liberista del programma
di Balen e Rsp, i cui auspicati esiti positivi si troveranno a fare i conti con
uno Stato fortemente burocratizzato, alta povertà e comprovata prontezza dei
subalterni gen-Z a scacciare i governi quando questi sono incapaci di attenersi
ai propri compiti.
Del resto, i subalterni nepalesi non sono nuovi ad alzare la testa. Loro che, in
più di un decennio di lunga rivoluzione contadina armata, hanno destituito una
delle più longeve e parassitarie monarchie sopravvissute alle ghigliottine delle
rivoluzioni borghesi.
La copertina è di Janak Bhatta (Wikipedia)
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