Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza?
Rilanciamo un ampio stralcio del contributo (linkato a piè di pagina) di Gianni
Alioti – ripreso recentemente sulle pagine di sulatesta.net.- che fa riferimento
all’ultimo numero della rivista Su la testa. Argomenti per la Rifondazione
Comunista (n. 28/25), dedicata al Rapporto all’Onu di Francesca Albanese (la
Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei
Territori palestinesi occupati). Un intervento che smaschera il ruolo della
Leonardo Spa, mettendo in risalto le numerose omissioni e ammissioni di Roberto
Cingolani, Chief Executive Officer (“cioè il massimo dirigente”, così come
sottolineato dall’autore) del gruppo multinazionale[accì]
[…] E complici di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu2 sulla
situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967,
definisce “economia del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie
operanti nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero
uno al mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo.
Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2%
delle azioni la Leonardo ha una significativa presenza interna zio nale. Degli
oltre 60 mila dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il
13% negli Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo
tra cui 250 persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a
Glance” contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il quinto
“mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco. Dal
2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso nel
“resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella. Nel momento che il portafoglio
ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a gonfiarsi, spinti dalle
politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e dalle guerre in Ucraina e in
Medio-Oriente, le politiche di comunicazione aziendale si sono preoccupate di
non dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferendo collocarsi in
un generico mercato dual use per l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza.
Insistendo sul proprio profilo ‘sostenibile’.
Ma non sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei
fatti, come quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di
1,5 milioni di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin
Gesù. L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un
comunicato dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire
dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro
produzione. Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato,
utilizzando fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni
navali super rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti
di Spezia e montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti
dal mare su Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile.
Un quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo
«Non si dicono bugie al Papa».
Bugie e omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine
settembre di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della
Leonardo, dopo la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere
l’azienda dagli sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti
manifestazioni davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il
genocidio a Gaza, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le
accuse a Leonardo sono false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come
Israele»3. È vera questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di
Leonardo?
Cominciamo ad analizzare le prime ammissioni
Roberto Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel
genocidio’ di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai
ministri Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale
dʼarmamento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni –
rilasciate prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali
dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni
che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto e
dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la
circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando
vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come
nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma verso
altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza, sia
della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di diritti
umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi organismi
internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite.
Si tratta del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di
supporto logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i
trenta M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a
Varese). Il contratto per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu
firmato nel 2012. È superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi
simulatori di volo si sono addestrati e continuano a farlo i piloti
dell’aviazione israeliana degli F-16 e F-35 che hanno bombardato e ancora
bombardano Gaza.
Analizziamo ora le omissioni
Roberto Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo
Chief Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo. E, come tale, la
sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto di vista
geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate).
Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di
fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di
dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla
Agusta Westland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da
Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari
comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove
infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del
vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un
trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy aziendale
coerente o no con il proprio Codice Etico.
Diversa, e più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei
cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in
dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati
nelle nuove corvette in costruzione.
Eppure la Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro
cannoni navali super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe
Magen (tipo Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine
Systems. L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una
cerimonia ufficiale presso la base navale di Haifa.
Di questa commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto
Melara 76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori
affari mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per
un valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e
manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale
d’armamento dall’Italia a Israele.
L’arcano è presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati
negli Usa e, questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato
opaco delle armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90,
la quale prevede che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza
di esportazione rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo
saranno installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la
cui costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei
cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica
illecita di triangolazione.
La stessa pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come
Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di
Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione
non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager
di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia
potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come
l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania.
L’ultima omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di
Leonardo sulle bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la
principale azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del
controllo azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da
Airbus Group e BAE Systems.
Secondo un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti
chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in
numerosi attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati
uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento
negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39,
prodotte da Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di
essere guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA
Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi
trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso
l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400
milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.
E finiamo con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione
imbarazzante
Il fatto che Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al
programma internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense
Lockheed Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara)
dei cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti
elettronici, è innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei
caccia-bombardieri F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi
lotti per un totale di 14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024
Israele ha ordinato agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e
partecipa) alla fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei
bombardamenti su Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio
una strumentalizzazione aver incluso la Leonardo, in quanto co-produttore degli
F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate nell’economia
del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto Onu sui
territori palestinesi occupati.
* GIANNI ALIOTI È ATTIVISTA E RICERCATORE DI THE WEAPON WATCH – OSSERVATORIO
SULLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI
Redazione Italia