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Publish or vanish
Il sistema delle pubblicazioni scientifiche sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata da incentivi che spesso privilegiano quantità e rapidità della pubblicazione rispetto alla qualità e al rigore della ricerca. Nel seminario Publish or Vanish Paolo Crosetto ha discusso queste dinamiche proponendo un’analisi delle pressioni strutturali che stanno ridefinendo il sistema editoriale scientifico. Dalla crescita esponenziale degli articoli pubblicati alla diffusione dei modelli author-pays e delle special issue, emergono segnali di un ecosistema sempre più orientato alla produzione di volumi e metriche. Il risultato è un sistema in cui gli incentivi rischiano di distorcere le pratiche della ricerca e di indebolire i meccanismi di controllo della qualità. Riflettere su queste dinamiche è oggi essenziale per comprendere la sostenibilità e la credibilità della comunicazione scientifica. Riprendiamo qui un post apparso su openscience.unimi.it Il sistema della comunicazione scientifica è sottoposto ad incentivi spesso perversi: si premia la quantità e la velocità della disseminazione rispetto alla qualità e al rigore delle verifiche. Grazie all’AI, i costi di produzione di un lavoro scientifico si sono drammaticamente abbassati, incentivando la proliferazione di paper, mentre le case editrici, spesso trainate da motivazioni legate a profitti e dividendi per gli azionisti, sono spinte a massimizzare volumi, flussi e metriche, scaricando i costi su autori e istituzioni accademiche. La sensazione è spesso quella di una perdita di controllo da parte della comunità accademica sui driver che caratterizzano il sistema delle pubblicazioni. La logica del publish or vanish, rafforzata da sistemi di valutazione rigidamente performance-based, ha prodotto un ecosistema in cui la quantità conta più della qualità, la velocità più della riflessione, la conformità più del dissenso. L’open access, nato come promessa di democratizzazione del sapere, è stato progressivamente catturato e riconfigurato come modello di business: non più accesso aperto alla conoscenza, ma accesso a pagamento alla pubblicazione. Un sistema che trasferisce i costi sugli autori (o le istituzioni solitamente pubbliche) e i benefici su pochi grandi intermediari. In questo contesto, la proliferazione delle special issue, spesso alimentata da pratiche predatorie, non è un’anomalia, ma un sintomo. Presentati come spazi tematici di approfondimento, diventano spesso strumenti di accelerazione della produzione, moltiplicatori di articoli, metriche e APC. Non servono a far avanzare il dibattito scientifico, ma a far aumentare la quantità di pubblicazioni, aggirando i vincoli della peer review e delle vecchie pratiche di responsabilità editoriale. E più l’ingranaggio accelera, meno tempo resta per la valutazione critica e il controllo reciproco dei risultati  – che pure sono parte integrante del metodo scientifico. Le evidenze di queste distorsioni sistemiche sono ormai innegabili: inflazione della produzione, revisione affrettata, risultati ridondanti o fragili, perdita di fiducia nei meccanismi di certificazione scientifica. Se la credibilità della scienza si basa su un ‘contratto sociale’ che deve costruire e mantenere istituzioni, pratiche e standard finalizzati a produrre evidenze scientifiche rilevanti e innovative di cui il pubblico e i decisori possano fidarsi, diventa sempre più urgente alimentare una discussione critica su strutture e dinamiche di quel bene pubblico che chiamiamo conoscenza scientifica e sulla sua sostenibilità. Nel corso del seminario Publish or Vanish, tenutosi a Milano il 27 febbraio scorso, Paolo Crosetto, dialogando con Flaminio Squazzoni, ha proposto un’analisi articolata delle trasformazioni che hanno interessato il sistema delle pubblicazioni scientifiche negli ultimi anni, soffermandosi sulle pressioni strutturali che ne stanno ridefinendo equilibri, incentivi e meccanismi di funzionamento. Crosetto ha ripercorso questo tema seguendo il filo conduttore di tre pubblicazioni di cui è stato recentemente coautore: The Strain on scientific publishing (QSS 2024) The Drain of scientific publishing (Arxiv 2025) The issue with special issues:when Guest Editors Publish in Support of Self (Arxiv 2026) Uno dei punti centrali della sua presentazione ha riguardato la crescita esponenziale del numero di articoli scientifici pubblicati a livello globale, a fronte di una sostanziale stagnazione del numero complessivo di ricercatori Questo squilibrio suggerisce che l’aumento della produzione non sia riconducibile a un ampliamento della comunità scientifica, bensì a una crescente pressione sui singoli studiosi, spinti a pubblicare più frequentemente per rispondere agli incentivi. Il relatore ha evidenziato come tale pressione abbia favorito una progressiva monetizzazione del sistema editoriale. Molti editori hanno adottato modelli di business basati sul pagamento da parte degli autori (APC =article processing charges), accelerato i tempi di revisione e ampliato l’offerta di sedi di pubblicazione. Queste strategie si accompagnano a margini di profitto tra i più elevati nel panorama industriale, generando interrogativi sulla sostenibilità e sull’equità del sistema. Un ulteriore elemento critico discusso riguarda la manipolabilità degli indicatori bibliometrici, in particolare dell’Impact Factor, tradizionalmente (ed erroneamente ndr) considerati come proxy di qualità scientifica. Pratiche come autocitazioni strategiche, coercive citations e reti di citazioni incrociate hanno contribuito a un’inflazione generalizzata degli indici, alterando il significato originario di tali metriche e riducendone ulteriormente (se possibile ndr)  l’affidabilità. Nel corso del seminario è stato inoltre sottolineato come il significato stesso di termini quali “rivista”, “pubblicazione” e “numero speciale” abbia subito una sorta di slittamento semantico. L’emergere di mega-riviste con volumi di pubblicazione virtualmente illimitati, alti tassi di accettazione e un ricorso massiccio a numeri speciali ha contribuito a un processo di industrializzazione della produzione scientifica. Questo fenomeno si inserisce in un quadro di crescente concentrazione del mercato editoriale, in cui pochi grandi attori esercitano un controllo significativo sull’offerta, con il rischio di una progressiva perdita di controllo sulla qualità e sulla selettività dei contenuti pubblicati. In merito agli effetti degli incentivi è stata giustamente richiamata la legge di Goodhart: quando una misura quantitativa diventa un obiettivo, tende a perdere il proprio valore informativo. L’adozione sistematica di metriche come criteri di valutazione primaria rischia così di incentivare comportamenti opportunistici e di nascondere la qualità della ricerca in un “mare di quantità”, contribuendo a una perdita di fiducia complessiva nel sistema. Un’ampia parte dell’intervento di Crosetto è stata dedicata all’analisi degli incentivi quantitativi promossi da università e finanziatori. Sistemi di valutazione che premiano principalmente il numero di pubblicazioni hanno intensificato la competizione tra ricercatori e tra paesi, spingendo verso una produzione più rapida e abbondante. L’offerta editoriale si è progressivamente adattata a questa domanda, proponendo modelli open access con tempi di revisione ridotti, numeri speciali tematici spesso gestiti dagli stessi autori e tassi di rigetto inferiori rispetto al passato. Ne deriva una relazione di interdipendenza: gli autori cercano visibilità e avanzamento di carriera, mentre gli editori intercettano tale esigenza trasformandola in fonte di ricavo. Fra le pratiche adattative in risposta agli incentivi è stata citata l’endogenia, nello specifico la pubblicazione di articoli da parte degli editor degli special issues nei numeri speciali che coordinano. Sebbene esistano regole che limitano la percentuale di contributi “interni”, tali limiti non sempre risultano effettivamente rispettati. Il fenomeno appare concentrato in un numero relativamente ristretto di riviste, ma produce effetti sistemici rilevanti in termini di percezione e integrità. Il seminario ha evidenziato come le dinamiche descritte non siano distribuite in modo uniforme a livello internazionale. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, risultano ai vertici per numero di articoli pubblicati pro capite su riviste dell’editore MDPI. Tale dato è stato interpretato come indicativo dell’influenza esercitata dalle politiche nazionali di valutazione e finanziamento, che possono incentivare in misura maggiore strategie orientate alla quantità. Un ulteriore nodo critico riguarda la progressiva perdita di controllo da parte della comunità scientifica. I grandi editori privati esercitano oggi un’influenza significativa non solo sulle riviste, ma anche sugli indici, sugli indicatori bibliometrici e sui meccanismi reputazionali. In assenza di un’istanza pubblica di regolamentazione, il mercato tende ad autoregolarsi attraverso associazioni di editori, con evidenti conflitti di interesse. I profitti elevati e i costi di pubblicazione in crescita alimentano una dipendenza strutturale che ricade su ricercatori, istituzioni e finanziatori pubblici, senza che vi sia un effettivo controllo collettivo sulle regole del sistema. Quali sono le possibili alternative/vie di uscita da questa situazione? Vari punti sono emersi dalla discussione con relatore e moderatore. Le soluzioni sono a diversi livelli (regolatorio e implementativo), dal basso ma anche dall’alto. Certamente la spinta della Commissione Europea verso modelli di infrastrutture aperte governate dalle comunità scientifiche (diamond open access o modello Publish review curate) necessita di finanziamenti a livello di singoli paesi e un ripensamento dei modelli di valutazione implementati. Le pratiche di open science possono aiutare se le comunità saranno disposte a gestirle responsabilmente. Il video dell’evento è disponibile su Garr TV Le slide sono disponibili su Zenodo
March 5, 2026
ROARS