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In Lombardia si continua a lottare per difendere la sanità pubblica
In questi giorni, in 60 diverse strutture ospedaliere della Lombardia viene consegnata e protocollata la stessa lettera che chiede ai Direttori Generali del Servizio Sanitario Pubblico Lombardo di rigettare un nuovo provvedimento della Giunta Regionale Lombarda che punta ad affossare ancor più il Sistema Sanitario Nazionale in favore dei privati. I passaggi sono complicati e per capire meglio quali sono i nuovi marchingegni che faranno sì che il servizio pubblico scada ancor di più e le liste d’attesa crescano, vi invitiamo a leggerla. In particolare giovedì 5 marzo abbiamo seguito il gruppo di attivisti e attiviste che hanno a lungo volantinato davanti all’ospedale San Paolo e sono quindi entrati a consegnare la lettera. Battaglieri, generosi, giovani dentro, martellanti nel ricordare cosa siano i diritti, quale sia la storia di un servizio sanitario che era stata una conquista negli anni ’70 e che ora viene colpito a ripetizione. Sono gli uomini e le donne che sostengono gli sportelli salute che aiutano a far valere i propri diritti, accompagnando le persone a ottenere ciò che è stato loro prescritto, con i tempi indicati dal medico. In due parole: ciò che dovrebbe essere normale va reclamato; lasciar andare tutto significa abbracciare il privato (per chi può) o smettere di curarsi (per chi non può). Da tempo nelle piazze di Barcellona si grida: “Retallar en sanitat és assasinar.” In catalano suona bene, difficile ritrovare un ritmo in italiano: “Tagliare in sanità vuol dire assassinare”. Una semplice verità. Consultate www.sportellisalute.lo.it  Non è un semplice sito: è uno strumento di resistenza e di lotta, a cui unirsi e dare una mano. L’11 aprile, comunque, si andrà in piazza, numerosi, nel capoluogo lombardo. Foto di Andrea De Lotto Andrea De Lotto
March 6, 2026
Pressenza
Nursing Up: a sei anni dalla pandemia il SSN resta un “castello di sabbia”
A sei anni dall’inizio della pandemia il Servizio sanitario nazionale resta un sistema ancora fragile: terapie intensive sotto target, piano pandemico non definitivamente consolidato e una rete territoriale che procede a velocità diverse. Ma soprattutto, ovunque emergano squilibri del sistema, la vera criticità resta la carenza di personale sanitario, a partire dagli infermieri. I dati ufficiali sull’attuazione della Missione 6 – Salute del PNRR, rilevati dalla Ragioneria Generale dello Stato, analizzati nelle relazioni della Corte dei Conti, supportati dall’attività tecnica di AGENAS e oggetto di monitoraggio indipendente da parte dell’Osservatorio PNRR Salute della Fondazione GIMBE, indicano che la messa in sicurezza del Servizio sanitario nazionale non può dirsi definitivamente completata. Il piano di rafforzamento dell’area critica prevedeva un target complessivo di 5.922 nuovi posti tra terapia intensiva e sub-intensiva. Ad oggi risultano attivati 4.227 posti, di cui 1.839 in terapia intensiva e 2.388 in sub-intensiva, a fronte di obiettivi minimi fissati in 2.692 posti di intensiva e 3.230 di sub-intensiva. Restano dunque centinaia di posti ancora da rendere pienamente operativi, con un ritardo stimato di almeno cinque mesi rispetto alle scadenze programmate e con disomogeneità territoriali significative. «L’incremento rispetto al periodo pre-pandemico c’è stato, ma la stabilizzazione strutturale dell’area critica non è affatto conclusa», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up. Secondo il sindacato il vero nodo resta la dotazione di personale: una terapia intensiva non è solo un posto letto, ma un’équipe multiprofessionale operativa h24. «Ogni posto richiede personale formato, turnazioni complete e competenze avanzate. Senza questo elemento l’infrastruttura resta capacità teorica», prosegue De Palma. Il problema è confermato anche dalla letteratura scientifica internazionale: uno studio pubblicato su The Lancet mostra che ogni paziente aggiuntivo assegnato a un infermiere aumenta del 7% il rischio di mortalità ospedaliera a 30 giorni, mentre altre analisi indicano riduzioni della mortalità tra il 10% e il 20% negli ospedali con maggiore dotazione infermieristica. «Abbiamo fin qui potenziato strutture e programmato riforme, ma se non rafforziamo stabilmente il personale la resilienza del sistema resta teorica», conclude De Palma. «Senza infermieri e senza professionisti sanitari non si salvano vite». Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza