I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha
scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un
riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo
da parte di una persona competente in materia.
Si è parlato molto in questo periodo dei bambini e di chi ne abbia la proprietà:
i genitori o lo Stato. Instradati su un percorso obbligato, inizia così lo
scontro pubblico per accaparrarsi l’ambìto ruolo di proprietario. Secondo lo
Stato, ca va sans dire, i bambini sono dello Stato; secondo i genitori sono dei
genitori.
Io trovo che questa domanda sia una volutamente manipolativa: qualsiasi risposta
si darà si sarà nel torto, perché tradisce un errore di fondo: fa riferimento ad
un concetto di proprietà, di possesso e di reificazione che inevitabilmente
mostra il volto peggiore della relazione di reciproca appartenenza tra genitori
e figli. Insomma, questo modo di impostare il discorso sottende che i bambini
siano degli oggetti di cui possa esistere un legittimo proprietario.
Non mi rivedo in questa concezione e del resto anche il nostro ordinamento
considera i bambini soggetti di diritto e non oggetti di cui disporre.
Prima della riforma del 2012, il Codice Civile italiano era costruito intorno al
concetto di potestà genitoriale. Il minore era un semplice oggetto di un potere
esercitato dagli adulti, più che soggetto titolare di diritti propri. In ambito
europeo invece esistevano già delle tutele: il divieto di ogni discriminazione
fondata sulla nascita, la tutela della vita familiare, il riconoscimento che il
legame tra genitori e figli non è una concessione dello Stato ma un dato che lo
precede (artt. 8 e 14 CEDU, art. 21 Carta dei diritti fondamentali UE). Nel
diritto europeo spiccava una visione in cui la relazione genitori-figli non era
una dinamica di potere ma un insieme di responsabilità esercitate nell’interesse
del minore (Regolamento CE 2201/2003). La giurisprudenza italiana più avveduta
aveva cominciato a fare propria questa lettura, e la stessa Corte Costituzionale
aveva chiarito che il fondamento dei diritti e dei doveri genitoriali risiede
nel rapporto procreativo.
La riforma del 2012 ha quindi dato forma legislativa (L. 219/2012, D.Lgs.
154/2013) a tutto questo, sostituendo l’espressione “potestà” con quella di
“responsabilità genitoriale” e ha introdotto, per la prima volta nella storia
del nostro ordinamento, una norma che, tra le altre cose, prevede il diritto dei
bambini di crescere nella propria famiglia, mantenendo rapporti significativi
con entrambi i genitori (art. 315-bis c.c.).
Direi che possiamo, quindi, definitivamente scansare questa orrenda logica
oggettistica che inquina il nostro dibattito, per affrontare finalmente il vero
tema.
I bambini nascono in seno alla propria famiglia e a questa appartengono, secondo
una legge biologica e naturale che preesiste a qualsiasi norma e a qualsiasi
idea di Stato. Lo Stato, infatti, e il nostro non fa eccezione, è la risultante
di una costruzione simbolica di significati e di regole che i cittadini di una
determinata epoca e società si sono dati, considerandola adeguata agli interessi
prevalenti. Quando tali interessi sono nelle mani di alcune élite di potere,
naturalmente la forma di Stato servirà i loro interessi; questo è un concetto
basilare che troviamo sempre, in tutte le organizzazioni politico-sociali, ma le
manipolazioni perenni della società attuale ce lo rendono ostico, difficile da
decifrare. Si è, infatti, insinuata da tempo nella nostra coscienza l’idea che
il buon cittadino non sia più colui che custodisce e giudica l’operato di chi
detiene il potere, anzi costui viene considerato un credulone, un inaffidabile,
un attaccabrighe, quando non un vero e proprio criminale da contenere e
rieducare; mentre il buon cittadino diventa colui che difende strenuamente
l’operato dello Stato, a qualsiasi costo e contro ogni evidenza.
Da persona che ha studiato la legge non posso non dire che la legge è una
esternazione fallibile e limitata perché dipende dalle consapevolezze raggiunte
fino a quel momento, dalle scienze considerate più forti in quella fase storica,
dagli interessi di categoria sottostanti. Invece, la famiglia è una cellula
naturale e biologica che ha la propria forza in se stessa. È per questo che in
qualsiasi società, anche meno articolata, se avviene un rapimento di un bambino
o la sua uccisione sono chiamati in causa i genitori, sia come esercenti di
doveri di tutela specifici sia come soggetti di diritti a cui risarcire il danno
morale ed esistenziale arrecato.
Per questo — e non certo a causa della possessività dei genitori — nel nostro
ordinamento la sottrazione di un minore dal proprio nucleo familiare è reato.
Non si tratta di tutelare i genitori, ma di tutelare i figli. Lo dicono con
chiarezza le fonti più alte del diritto internazionale ed europeo: pensiamo alla
Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, che all’art. 9 stabilisce che il
minore non può essere separato dai propri genitori contro la sua volontà se non
in casi eccezionali e sotto controllo giurisdizionale, ma pensiamo anche
all’art. 8 che protegge il suo diritto all’identità e alle relazioni familiari.
E ancora: l’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea
riconosce al bambino il diritto di mantenere relazioni con entrambi i genitori
come condizione per il suo pieno sviluppo; e non possiamo dimenticare che la
Corte europea dei diritti dell’uomo, attraverso una giurisprudenza consolidata
ha più volte sanzionato gli Stati membri — Italia compresa — per allontanamenti
di minori ritenuti sproporzionati o privi di adeguata motivazione.
Non parliamo, quindi, di sentimentalismi morbosi né di rivendicazioni di
proprietà: parliamo di diritti umani.
Chi oggi dispone l’allontanamento di un minore dal proprio nucleo familiare in
assenza di quei presupposti eccezionali che la legge richiede, non si muove
dunque in un vuoto normativo né in una zona grigia: viola una norma precisa, che
dopo un lungo e documentato percorso finalmente mette nero su bianco ciò che la
coscienza civile considera da sempre un principio elementare: i figli crescono
nella propria famiglia, e separarli da essa è un atto molto cruento che richiede
giustificazioni eccezionali — non falle burocratico-amministrative, non
divergenze di vedute educative, non valutazioni discrezionali affidate a singoli
operatori senza adeguato controllo, non raccapriccianti intenti correttivi.
Non esiste, a quest’ultimo proposito, alcuna legge nel nostro Paese che
legittimi la sottrazione di minore da parte dello Stato nei casi in cui vi sia
una visione educativa diversa tra assistenti sociali/magistratura e famiglia. Il
fatto che siano saltati tutti gli organi di garanzia in questo Paese, e che le
situazioni proliferino per anni nel silenzio generale, non le rende legittime.
Mi chiedo: tutto questo universo di spunti e di riflessioni che qui ho a
malapena accennato, che spazio trova nelle sentenze, nei convegni e nelle
interviste dei nostri magistrati e dei nostri operatori del diritto? Di tutto
questo vorrei che avesse modo di parlarci il giudice che ha espresso
pubblicamente le parole: “I bambini non sono di nessuno, non sono dei genitori”.
Una spiegazione dettagliata di questa affermazione, potenzialmente equivoca,
potrebbe essere utile a smorzare il malcontento popolare e a non alimentare
oltre, nel cuore delle persone, dubbi e paure. Molti cittadini temono che il
magistrato intendesse dire che i bambini non appartengono ai genitori perché
appartengano allo Stato. Esternazione che sarebbe quanto mai grave e meritevole
di approfondimento. Questo dubbio interpretativo è comprensibile, perché tali
parole venivano proferite non all’interno di una discussione filosofica di ampio
respiro, ma per motivare un’ordinanza di sottrazione dei tre bambini di Palmoli,
in Abruzzo, dal loro nucleo familiare, in assenza di ragioni plausibili.
Proprio per superare queste spaccature tra cittadini e istituzioni io auspico,
dunque, un confronto attivo e sincero su questi temi che coinvolga giuristi,
magistrati, operatori del sociale, esperti della psiche, famiglie coinvolte,
cittadini. Del resto, dal momento che le istituzioni sono sorte per il nostro
bene e per tutelare la difesa dei singoli e l’ordine sociale, prevedere luoghi
di dialogo e confronto dinanzi a situazioni tanto drammatiche e foriere di
malcontento è operazione del tutto auspicabile e naturale.
Ripeto, con grande fermezza e convinzione, che il rapporto tra genitori e figli
non può in alcun modo essere interrotto da nessuno, istituzioni comprese, se non
in casi specifici e residuali e prevedendo determinate modalità – sia del
prelevamento/collocamento sia della permanenza nelle Case famiglia, sempre con
misure temporanee e da aggiornare ciclicamente e potendo vigilare in modo
costante sull’andamento della separazione, sugli obiettivi specifici del
percorso di allontanamento e su come (non) venga preservata la relazione
genitore – figlio. Il tutto con uno sguardo vigile e attento ai tempi e modi per
favorire questo ricongiungimento, che va una volta per tutte considerato
obiettivo centrale degli operatori coinvolti per una crescita sana ed
equilibrata dei bambini, e non va più vissuto come un ostacolo da evitare ad
ogni costo, come purtroppo molte volte sembra accadere.
Eppure, nonostante le tante parole, tutto resta fermo. Eppure, ogni volta che
questi fatti emergono, il dibattito si incaglia: si innalzano bandiere, si
costruiscono trincee, si trasforma una questione di diritti e di bambini in uno
scontro politico o ideologico tra cittadini. Ed è esattamente questo il
meccanismo che consente al problema di sopravvivere perché normalizza l’orrore:
insomma, finché lo tratteremo come una questione di parte, un tema come un altro
legato a una certa sensibilità politica o ad una propria visione del mondo,
nessuno avrà davvero interesse a risolverlo.
Vedete, questo sistema è molto sofisticato e particolare, destreggiarsi non è
sempre facile, ma invece è facile interrogare la nostra coscienza e tornare
all’essenza. Quale sistema può giustificare un orrore del genere e considerare
giusto un comportamento che noi stessi abbiamo considerato sempre criminale,
dalle tribù fino ai sistemi più burocratizzati?
Quando ci porremo questa semplice domanda, indipendentemente dal fatto se ci
troviamo in accordo o meno con le ragioni più superficiali della scelta di
allontanamento, quando segneremo dei punti fissi da non superare, senza paura
del giudizio degli altri e senza timore di passare dalla parte dei “cattivi” e
di coloro che considerano i bambini degli oggetti, le risposte verranno da sé.
Sarà allora possibile avviare un percorso comune tra cittadini, che in seconda
istanza preveda anche il dialogo con le istituzioni. Quel giorno queste ultime
ci daranno qualcosa in più che fugaci esternazioni per le loro scelte, nella
consapevolezza riguadagnata che loro sono lì per noi e con noi, e non contro di
noi.
La relazione tra cittadini e potere è bilaterale: essere consapevoli del nostro
ruolo in tutto questo è tutto.
È arrivato, secondo me, il momento di affrontare questo fenomeno senza lenti
politiche né ideologiche, con la serietà e il coraggio dovuti ad un tema come
questo che riguarda i nostri bambini. Io credo che lo meritino.
Precedenti contributi:
https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/
ROSANNA PIERLEONI
Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue
la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma.
Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze
psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con
abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È
autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi.
Redazione Italia