I contratti trasformativi. Un vero affare (per gli editori)> Quali sono i vantaggi dei contratti trasformativi* per le istituzioni e per
> gli editori? Qual è un tempo accettabile per la auspicata trasformazione delle
> riviste scientifiche da ibride ad accesso aperto? Quali i costi? Quale la
> sostenibilità? A quasi 10 anni dal primo contratto trasformativo e lecito
> chiederci se ci poniamo le domande giuste.
Un recente articolo apparso su The Journal of academic librarianship analizza il
tema dei contratti trasformativi dal punto di vista degli editori, prendendo
come caso di studio l’editore Wiley.
Giova ricordare che l’editore ha acquistato nel 2021 la casa editrice open
access Hindawi per 298 milioni di dollari. Una manovra molto costosa e poco
comprensibile, visto che dopo più di 11mila retractions le riviste di Hindawi
sono state chiuse.
Sappiamo che i contratti trasformativi sono accordi di solito stretti a livello
consortile in cui le istituzioni pagano per accedere ai contenuti (per lo più
prodotti dai propri ricercatori) e per permettere ai propri ricercatori di
pubblicare articoli ad accesso aperto senza costi ulteriori (perché ovviamente i
costi per le istituzioni sono aumentati). Nascono originariamente come
transitori, perché a costi immutati (falso perché i costi in realtà sono
aumentati) dovrebbero condurre ad una trasformazione della editoria scientifica
verso un modello aperto, equo e sostenibile.
Sappiamo anche che il movimento dell’accesso aperto si sviluppa come risposta
alla crisi del prezzo dei periodici, quando cioè gli editori impongono prezzi
così elevati per l’acquisto degli abbonamenti che le istituzioni non sono più in
grado di pagarli. Non si mette mai in discussione per cosa stiamo pagando, ma
semplicemente il costo elevato. (vale a dire che a fronte di un costo inferiore
o definito più equo non ci sarebbero problemi).
Nell’articolo citato si sostiene che gli accordi trasformativi sono un affare
soprattutto per gli editori in quanto generano più guadagni da clienti e
prodotti già esistenti, fanno in modo che gli autori non si accorgano dei costi
e diminuiscono il carico amministrativo per l’editore, un carico amministrativo
che nella gestione delle APC diventa molto oneroso.
Il sistema delle APC inoltre, in continuo e vergognoso aumento, rischia di
danneggiare il rapporto fra autori ed editore, mentre attraverso i contratti
trasformativi gli autori non si rendono conto dei costi. Infine, una volta che
il contratto è siglato una prima volta, i ricercatori, ritenendolo un affare
vantaggioso, tendono a continuare a richiederlo, aspettandosi che le istituzioni
lo rinnovino a ogni scadenza, facendo diventare permanente ciò che doveva essere
transitorio.
Gli effetti sul comportamento degli autori sono prevedibili. Uno studio fatto
dal consorzio svedese riporta in maniera evidente il cambiamento nelle domande
degli autori da “which journal is the best for my article to get published in” a
“where could I publish my article without having to pay an APC?”.
In sostanza la direzione che l’editoria scientifica sembra aver preso è verso un
open access che manca di qualsiasi valore originario, e che favorisce e anzi
consolida quei fenomeni per contrastare i quali era nato.
Fra i fenomeni negativi che gli accordi trasformativi contribuiscono a
consolidare possiamo citare il rafforzamento del modello ibrido e delle rendite
di posizione degli oligopoli della scienza, la mancanza di consapevolezza sui
costi effettivi della comunicazione scientifica da parte degli autori,
l’indirizzamento verso le sedi editoriali oggetto di questi contratti a scapito
di sedi editoriali magari più qualificate ma per le quali non ci sono
facilitazioni, l’accentuazione delle disuguaglianze fra istituzioni del Nord e
del Sud del mondo.
L’articolo si conclude con alcune considerazioni e una domanda che a questo
punto verrebbe naturale porsi:
Will TA carry academic journals into an Open future? It’s unlikely large
publishers will change in a direction that’s positive to libraries, or willingly
cede some of the benefits they have gained from this business model. TA provide
many benefits and interests that don’t align with libraries and are counter to
them. This direction leads to a future that is technically OA but lacks any of
the values originally associated with the movement. It homogenizes published
research by excluding many researchers from access to publishing and enriches
the corporations OA emerged to combat. It reduces the diversity of publishers,
particularly small non-profit or society publishers. TA could carry us into a
future where read access to research is highly accessible, but the research
covers fewer perspectives. Wiley has stated that the individuals are unwilling
to pay for academic digital text. They have found another method of extracting
funds from the academic market. Are libraries willing to invest in this
uncertain future?
All’epoca di paper mills e review mills, di un numero di retraction in crescita,
di dimissioni di interi editorial board e della necessità di limitare
l’ingerenza degli editori sui processi scientifici oltre a contare le
pubblicazioni ad accesso aperto sarebbe fondamentale chiedersi quanto stiamo
pagando e per cosa.
*AISA si è più volte occupata del tema dei contratti trasformativi. Si veda qui
un riassunto delle posizioni assunte nel corso degli anni