Hudson Valley vs ICE: no al detention center a ChesterJuan è in America da diciotto anni. Viene da Puebla, Messico. Ogni mattina
scende dalla collina dove sorge Chester per raggiungere le serre a valle, dove
raccoglie i frutti che finiranno sulle tavole di New York City. Tutti lo
conoscono: i vicini, i commercianti della via principale, persino i poliziotti.
Chester è una di quelle cittadine anonime e tranquille tipiche dell’Hudson
Valley. Quattromila abitanti a un’ora da New York City, una strada principale,
qualche negozio, il cream cheese per cui la zona è famosa e un castello
trasformato in parco giochi per bambini/e. I tassi di criminalità sono
praticamente inesistenti.
Però, dall’8 gennaio, qualcosa comincia a cambiare. Il Dipartimento della
Homeland Security pubblica un avviso: intende acquistare un magazzino nell’area
industriale per trasformarlo in un “centro di detenzione e processamento”
dell’Immigration and Customs Enforcement. Capacità: 1.500 persone. La notizia fa
il giro dei media locali, poi arriva al Washington Post e al New York Times,
fino alla stampa internazionale. Il 13 febbraio, l’agenzia conferma
ufficialmente: «L’ICE ha acquistato una struttura a Chester, New York. Sarà un
centro di detenzione ben strutturato che soddisfa i nostri standard». Per
braccianti come Juan, che ogni mattina scendono dalla collina per nutrire la
città, la paura della deportazione non è più un pensiero lontano: è diventata
realtà.
> «Sono qui con mia sorella e mia nipote», dice Juan, chiedendo di restare
> anonimo. «Qui c’è solo una strada principale e tutti si conoscono. Se arriva
> l’ICE, mi deporta in un giorno».
«L’edificio in questione è un ex-centro di distribuzione di ricambi auto Pep
Boys. Secondo il Washington Post, d’estate le temperature al suo interno
diventano insopportabili, paragonabili a stare intrappolati in una baracca di
alluminio. Ma c’è un dettaglio che non è sfuggito a molti: il magazzino
appartiene a una società riconducibile a Carl Icahn, ex-consulente industriale
dell’amministrazione Trump e uno dei suoi maggiori finanziatori. «Stiamo davvero
parlando di costruire centri di detenzione», si chiede il reverendo Richard
Witt, direttore esecutivo della Rural and Migrant Ministry, «oppure si tratta di
pompare denaro pubblico nelle tasche di un amico del presidente?»
*
Photo by Henry Smith/American Image News Service
La struttura si trova a meno di tre chilometri da una scuola elementare, diverse
chiese e un parco pubblico. «È l’unica località proposta nello Stato di New York
e verrebbe probabilmente utilizzata per detenere persone provenienti da tutto lo
Stato, non solo dall’Hudson Valley», spiega Vanessa Cid, attivista di For the
Many, movimento di base che organizza le comunità nella Hudson Valley per la
giustizia abitativa e migratoria. «Questa struttura avrà un impatto su tutti i
newyorkesi, non solo sui residenti di Chester e della valle. Aumenterà la
presenza dell’ICE e i rapimenti nella Hudson Valley e oltre. Non vogliamo che
nessuno, da nessuna parte, venga rapito e detenuto».
Non è la prima volta che l’Orange County ospita strutture di detenzione: già
oggi la contea affitta gran parte della sua prigione all’agenzia federale,
guadagnando milioni di dollari. Witt conosce bene questo meccanismo e cita il
precedente di Batavia, una cittadina nell’ovest dello Stato che costruì un
centro anni fa. «Batavia non è più conosciuta per essere una bella città, ma
solo per la struttura di detenzione. Ora l’Orange County diventerà nota come il
luogo di raccolta per madri e padri innocenti».
L’impatto sulla comunità è già tangibile, soprattutto tra i lavoratori agricoli.
La Rural and Migrant Ministry, fondata nel 1981, accompagna da decenni le
famiglie rurali e i braccianti nella loro lotta per migliori condizioni di
lavoro e di vita. Molti provengono dall’America Centrale e del Sud, dai Caraibi,
ma anche da paesi come l’Egitto e la Cina. L’agricoltura muove oltre sei
miliardi di dollari all’anno nello Stato di New York. «I contadini di New York
esistono per nutrire New York City – spiega Witt – portare via le persone ha un
impatto economico enorme».
Nella via principale di Chester, nei caffè e nei negozi, non si parla d’altro. I
migranti che raccolgono frutta nelle serre e lavorano nella ristorazione hanno
già cominciato a limitare i propri movimenti. «Le persone hanno paura di uscire.
L’ICE si mette davanti alle lavanderie e ai supermercati – racconta Witt – la
gente ha paura di camminare per la strada, di lasciare i figli a scuola. C’è
un’enorme crescita dell’ansia. Questo vale anche per chi non è immigrato, ma
dipende dagli immigrati per la propria attività. La paura sta colpendo tutti».
Photo by Henry Smith/American Image News Service
Di fronte a questa minaccia, la risposta non si è fatta attendere. «Quando ci
siamo mobilitati per la prima volta a Chester il 2 gennaio, poco dopo la fuga di
notizie sulla stampa e prima che molti avessero sentito parlare del centro, si
sono presentate meno di una dozzina di persone – spiega Cid – il 12 gennaio,
circa 700 persone hanno risposto alla nostra chiamata per presentarsi a una
riunione del consiglio comunale. Alla fine di gennaio, circa 800 persone si sono
presentate a un’altra manifestazione. È incredibile quanti membri della comunità
si siano uniti a questa lotta così rapidamente. È ancora più sorprendente dato
che questa è un’area molto rurale — solo circa 4.000 persone vivono a Chester».
> «Ovunque le persone provano paura e rabbia mentre l’ICE terrorizza le comunità
> – aggiunge Cid – l’agenzia ha aumentato massicciamente la sua attività nella
> Hudson Valley da quando è entrata in carica la seconda amministrazione Trump;
> gli avvistamenti confermati e i rapimenti di residenti della valle sono
> esplosi rispetto al primo mandato di Trump. Questa agenzia federale canaglia
> non può essere riformata. Deve essere abolita».
«C’è un’enorme voglia di opposizione – conferma Daniel Atonna, consigliere
comunale di Poughkeepsie e organizzatore del Mid-Hudson Valley DSA – l’Hudson
Valley è davvero una sola comunità, e siamo molto preoccupati che i nostri
vicini vengano rapiti. Se questa struttura aprirà, rapiranno migliaia di persone
per le strade di tutta la Hudson Valley, e li manderanno qui a Chester».
Photo by Henry Smith/American Image News Service
Il 29 gennaio, tra 600 e 800 persone sono tornate in strada durante un meeting
del Town Board, il consiglio che amministra la città. La pressione ha prodotto
risultati: il consiglio ha approvato due risoluzioni, una contraria alla
costruzione del centro, l’altra a sostegno del NY MELT Act, che obbligherebbe
gli agenti a portare cartellini identificativi. Parallelamente, For the Many ha
fatto pressione sul rappresentante democratico Pat Ryan affinché rifiutasse le
donazioni dei dirigenti di Palantir, uno dei più grandi contractor dell’ICE, e
destinasse i fondi già ricevuti a organizzazioni locali di difesa degli
immigrati. Ryan ha accettato.
Dietro Chester si nasconde qualcosa di molto più ampio. Secondo documenti
interni trapelati a dicembre e pubblicati dal Washington Post, la cittadina fa
parte di un piano nazionale per costruire 23 nuovi centri su tutto il
territorio, per un totale di 76.500 posti letto. Il piano è finanziato dal Big
Beautiful Bill, la legge che ha quasi raddoppiato i fondi dell’agenzia, che oggi
detiene settantamila persone al giorno – un record storico.
> «A prima vista sembra che riguardi solo Chester», spiega Witt, «ma a uno
> sguardo più attento, riguarda l’intera regione. Si tratta di costruire una
> struttura vicino alla base aerea di Stewart per espellere le persone,
> affittando spazi per svuotare l’Hudson Valley, il Connecticut occidentale, il
> New Jersey settentrionale e la Pennsylvania orientale. Si tratta di uno sforzo
> nazionale complessivo per costruire queste strutture. Si tratta di trasformare
> il nostro paese in uno Stato di Polizia».
L’espansione è già in corso: nuovi uffici dell’ICE stanno sorgendo a New
Windsor, a Woodbury e a Roseland. Tutti i sedi si trovano a meno di un’ora e
mezza da Chester, creando una rete di controllo sul territorio. I numeri
confermano l’accelerazione su scala nazionale. A metà gennaio, più di 75.000
immigrati si trovavano in detenzione, rispetto ai 40.000 di un anno prima. Le
strutture utilizzate sono più che raddoppiate, arrivando a 225 siti in 48 stati.
Ma l’amministrazione Trump sta compiendo ulteriori passi: a gennaio sono stati
spesi 102 milioni di dollari per un magazzino nel Maryland, 84 milioni in
Pennsylvania, più di 70 milioni in Arizona.
Mentre il governo costruisce la sua infrastruttura della deportazione, da
Chester parte un movimento di resistenza per difendere la valle e opporsi
all’ICE. Il costo umano è altissimo. «Abbiamo un ragazzo di sedici anni che ha
già perso il padre e ogni giorno ha paura di perdere la madre», racconta Witt.
«È qualcosa che un sedicenne dovrebbe affrontare?» La pressione si fa sentire
tra i giovani lavoratori: molti stanno abbandonando la scuola per prendersi cura
delle famiglie. «Le famiglie con cui lavoriamo non sono criminali», sottolinea
Witt. «Sono uomini e donne che lavorano duramente. Non sono qui solo per
sfuggire a persecuzioni e povertà, ma anche per contribuire alle nostre
comunità, alla nostra economia. Ci stanno nutrendo».
Photo by Henry Smith/American Image News Service
Mentre i ristoranti si svuotano, cresce la determinazione. «La paura sta
colpendo tutti», ammette Witt, «ma stiamo vedendo anche qualcos’altro: una
comunità che si unisce, che dice no. Le persone alle manifestazioni sono gente
comune – non solo attivisti ma anche madri, padri… persone normali insomma. Non
permetteremo che i nostri vicini vengano rapiti dalle loro case». Come è
successo a Batavia, se il centro verrà costruito, le proteste continueranno. «Le
persone continueranno a resistere contro quella che percepiscono come detenzione
ingiusta, rapimenti e abusi».
«Vogliamo che i nostri fratelli e sorelle in Italia e in Europa sappiano che non
condividiamo ciò che è stato detto e fatto da molti dei nostri funzionari
eletti, specialmente dal Presidente – aggiunge Witt – siamo in molti a credere
che la visione e la forza dell’America si fondino sulla diversità: persone che
si uniscono, lavorano, vivono insieme. È da qui che l’America trae la sua forza
e la sua pace».
«For the Many organizza persone comuni in tutta la Hudson Valley per fare
pressione su chi detiene il potere», spiega inoltre Vanessa Cid. «Siamo riusciti
a ottenere che Pat Ryan rifiutasse le donazioni di Palantir con un post sui
social media. Immaginate quanto saremmo efficaci se ci presentassimo in massa
ogni volta, come abbiamo fatto a Chester. È questo che ci vuole per tenere fuori
l’ICE e fermare questi attacchi alle nostre comunità. Ed è per questo che ci
stiamo organizzando».
Immagine di copertina di Henry Smith/American Image News Service
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