Milo Manara / Il fumetto come metaletteratura
Trasporre Il nome della rosa, romanzo d’esordio di Umberto Eco, significa
affrontare un paradosso: come rendere visibile un libro che vive di digressioni,
dispute teologiche, vertigini semiotiche? Milo Manara sceglie di agire per
sottrazione, arrivando all’essenza narrativa del romanzo, ma anche espandendolo
in maniera memorabile nella sua esplosione visiva e simbolica. Con i due volumi
che compongono l’opera completa, il maestro del fumetto compie anche un passo in
più: costruisce un sistema visivo tripartito, con registri grafici distinti che
seguono la linea narrativa principale, i racconti interni e l’iconografia
medievale. Tre registri che non replicano il libro ma lo reinterpretano,
confrontandosi con una sfida di notevole complessità, quella di trovare
l’equilibrio necessario fra densità concettuale e leggibilità, fedeltà
dichiarata e inevitabile riscrittura.
In un’opera che è al contempo un giallo storico, una riflessione sul sapere e
una metafora sulla cultura, Manara organizza, chiarisce e orienta, senza però
rinunciare al dramma investigativo, al ribaltamento di prospettive, al gusto per
l’intuizione intellettuale. Il nome della rosa diventa così un laboratorio sul
rapporto tra testo e immagine, dove il fumettista taglia, comprime, elimina,
preservando gli snodi narrativi essenziali.
Se Eco ha pubblicato un romanzo che riflette sui manoscritti, sulla censura,
sulla trasmissione del sapere, la trasformazione in fumetto raggiunge un nuovo
livello metaletterario, quello di un libro che mette in scena altri libri. Le
citazioni iconografiche, i rimandi ai marginalia medievali, la stratificazione
grafica costruiscono una struttura a “matrioska”. Il lettore non assiste solo a
un racconto investigativo, ma a un impianto che ragiona sulla materialità del
libro e sulla sua trasformazione nel tempo.
La costruzione della tavola rivela poi un controllo rigoroso del ritmo. La
gabbia non è sperimentale né frantumata, ma solida, leggibile, funzionale alla
chiarezza narrativa. Soprattutto col secondo volume, Manara evita soluzioni
barocche e privilegia una scansione che alterna stabilità e dinamismo,
sostituendo la densità verbale del romanzo con una gestione spaziale del
racconto. Manara non cede neppure all’iconografia da horror monastico o
all’estetica gotica cinematografica, sedimentata principalmente dalla versione
cinematografica di Jean-Jacques Annaud del 1986. Niente eccessi di ombre
espressioniste o vertigini architettoniche esasperate, ma un monastero imponente
e misterioso, una biblioteca che è un dispositivo razionale e geometrico. Il
mistero non nasce dall’oscurità spettacolare, bensì dalla disposizione dello
spazio, dalla tensione intellettuale e dall’enigma cognitivo. Il Medioevo viene
mostrato come campo di tensioni culturali, di dispute dottrinali, di conflitti
simbolici. L’inquietudine proviene dall’idea che il sapere può essere manipolato
o proibito dall’uomo, non dal soprannaturale.
Il ritmo visivo viene dunque costruito attraverso contrasti. Alle grandi tavole
panoramiche – che aprono lo spazio e permettono al lettore di respirare –
seguono sequenze più compatte, dominate da dialoghi e scambi ravvicinati. I
dettagli di arredi, abiti, sculture e decorazioni rimandano a fonti storiche
riconoscibili, ed è proprio questa attenzione filologica a conferire coerenza
visiva all’opera, rafforzando la credibilità del contesto ed evitando l’effetto
fantasy. Proprio in questa prova di equilibrio fra ragione e fede, letterarietà
alta e thriller storico, l’opera di Manara trova uno spazio di autonomia
stilistica e narrativa, rivelandosi un adattamento solido, leggibile e coeso,
capace di reggere nel tempo.
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