Comune-info.net: Il sogno del guerrieroDI RENATA PULEO SU WWW.COMUNE-INFO.NET DELL’11 GENNAIO 2026
ANVER È UN ADOLESCENTE INQUIETO, NATO IN BELGIO DA MADRE EBREA, CHE DA
GIOVANISSIMO, SIAMO NEGLI ANNI QUARANTA, SI SPOSTA IN ISRAELE E SI FA TRAVOLGERE
DALLA LOTTA ARMATA. RENATA PULEO, CHE SI OCCUPA DA MOLTO TEMPO DI QUESTIONI
EDUCATIVE, IN QUESTA RECENSIONE DI MEMORIE DI UN TERRORISTA, LIBRO SCRITTO DA
ANVER, RAGIONA SU COME QUEL TESTO OBBLIGA A CONSIDERARE L’ATTUALE CONTESTO
STORICO E POLITICO, E SEGNALA ALTRI QUATTRO PREZIOSI LIBRI (DI AMOS OZ, ROSARIO
BENTIVEGNA, ALESSANDRO PORTELLI, CARL SCHMITT) CHE SAREBBE IMPORTANTE OGGI
LEGGERE E DISCUTERE CON STUDENTI E STUDENTESSE
Un libro su cui riflettere in questi giorni di tempesta è Memorie di un
terrorista, firmato con il solo nome, Avner. Pubblicato alla fine degli anni ’50
in inglese è stato tradotto in italiano da Mondadori nel 1960, se ne trovano
varie edizioni nel mercato on line, segno di un successo piuttosto lungo, quanto
insolito. Difficile è stabilire se si tratta di una testimonianza autentica, per
quanto molto verosimile, così come rimane l’incertezza sull’identità
dell’autore. Alcune notizie si possono ricavare, digitando il suo nome, dal sito
ebraico dell’Organizzazione Lechi (lechi.org.il). La Lechi (Lohamei Herut
Israel, Combattenti per la Libertà di Israele), si legge nella scarna
introduzione al racconto, era una frazione del potente Irgun, gruppo nato nel
1936 per combattere sia contro l’occupazione inglese, sia contro gli arabi di
Palestina. L’Irgun fu subito favorevole alla creazione dello Stato di Israele,
nel 1948, e si integrò nelle forze militari israeliane. La Lechi, spostata a
sinistra, visceralmente anti-inglese e antimperialista (si direbbe ancora
esistente nella memoria collettiva), reclutò, secondo le fonti disponibili,
Avner nel 1940, quando aveva 17 anni. Il sito citato fornisce anche alcune
scarse note biografiche. Avner Grushow (cognome variamente trasposto dai
caratteri ebraici), nome di battaglia Yoav, nasce in Belgio da madre ebrea, si
sposta giovanissimo in Israele fuggendo dal collegio. Dopo una breve reclusione
alla frontiera belga che aveva provato a superare senza documenti, riesce
fortunosamente ad arrivare nella Palestina ancora occupata dagli Inglesi. Avner
nasce 1923 come si ricava da un’altra fonte. Digitando il titolo del libro,
appare sul sito la foto della sua lapide nel Cimitero di Montparnasse a Parigi,
dove morì nel 2010 (it.findagrave.com). L’anno di nascita è compatibile con
quanto narrato dall’autore.
Provo a spiegare l’interesse che suscita questo libro per chi come me si occupa
di questioni educative e pedagogiche. Un adolescente inquieto, in fuga da un
sistema scolastico oppressivo, spesso vittima dei compagni, in cerca di un
riscatto personale, si fa travolgere dal fascino della lotta armata, dai confusi
echi provenienti dalla guerra civile spagnola. Non andrà in Spagna, ma sbarcherà
in Palestina intorno al 1939. Entrato in un kibbutz, non riesce a condividerne
l’utopia, si annoia, il lavoro è duro, la piccola comunità gli appare priva di
fascino, conformista, pettegola, senza futuro. Una storia simile la racconta
anche lo scrittore israeliano Amos Oz. L’iniziazione all’età adulta avviene
abbracciando un fucile, credendo ciecamente nel diritto a conquistare uno spazio
in cui realizzare i propri ideali di attaccamento alla terra dei Padri. Il
sacrificio della vita, la morte eroica, l’azzardo della lotta avventurosa,
durano fintanto che, in Oz, non si affina un ragionamento politico pragmatico:
la spartizione del territorio fra due popoli, soluzione che non verrà mai presa
sul serio dai vertici del potere israeliano. (Una storia di amore e di tenebra,
2015). Il pensiero corre ai nostri adolescenti, perfino ai bambini, oggi oggetto
di simili fascinazioni, la Patria, la creazione del Nemico, la Difesa, indotte
dalla pervasiva presenza dei militari di ogni arma nelle aule scolastiche.
Addestramento alla disciplina, obbedienza, abitudine alla guerra, come
documentato dall’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle
Università. Le proposte pedagogico-didattiche centrate sul sapere militare,
l’arte della guerra, vanno dal brivido del volo su un elicottero dell’esercito,
al funzionamento di una mitraglietta, fino al ventilare la prospettiva di un
lavoro sicuro, aggettivo ossimorico per un soldato, formato per dare e ricevere
la morte.
Questo libro ci obbliga a considerare l’attuale contesto storico e politico, in
un momento di brutale lotta al terrorismo di Hamas a Gaza, da parte
dell’esercito israeliano. Chi è il terrorista? La definizione che conosciamo è,
nel libro di cui scrivo, soggetta a numerose accezioni: lotta di liberazione con
qualsiasi mezzo, indifferenza nelle azioni dei commandos alla morte di civili,
omicidio come dovere, “calcolo del sangue” come inevitabile variabile a cui ci
si abitua, tanto che, confessa Avner, si finisce per diventarne dipendenti.
Avner ci parla di subdole, quanto labili, alleanze fra arabi palestinesi e
membri delle organizzazioni paramilitari, della diffidenza verso i sabra (i nati
in Israele) da parte degli immigrati della Shoa, delle lotte intestine fra i
vari gruppi armati. Qualche commentatore, in questi tragici giorni in cui si
consuma il genocidio a Gaza, ha arrischiato un parallelismo fra azione
terroristica e azione partigiana, con riferimento alla Resistenza
Italiana. Commento improprio, visto che dal libro di Avner sembra che sparisca,
man mano che le azioni continuano, fino al tentativo di minare la sede del
Parlamento inglese, ogni scopo politico. Qualsiasi formazione partigiana in
Italia portava con sé idealità e azione politica, insieme, come praxis. Ne
scrive Rosario Bentivegna, organizzatore e protagonista dell’azione dei GAP
(gruppi di azione patriottica) in Via Rasella, nel 1944 a Roma, contro una
colonna tirolese arruolata nell’esercito nazista, attentato di cui assumerà
sempre, anche nel giudizio postbellico, ogni responsabilità, nel tragico
orgoglio di una scelta rivendicata come necessaria, etica, (con Cesare De
Simone Operazione Via Rasella, 1996). Nel dialogo con l’ex camicia nera
Mazzantini, condotto da Dino Messina, emerge la trama del percorso politico
intrapreso da entrambi, ancora adolescenti (Rosario Bentivegna; Carlo
Mazzantini C’eravamo tanto odiati, 1997). Una ricostruzione del carattere
organizzativo e politico dei GAP, dell’attentato e della sproporzione della
vendetta dei tedeschi, si deve a un libro sempre attuale di Alessandro Portelli
(L’ordine è già stato eseguito, 2005). Un esempio emblematico della logica
militare dell’occupante che, di nuovo, impone di guardare verso Israele: si
scombinano le fasi di qualsiasi logica temporale fra attacco, risposta,
responsabilità, e conseguente dramma dei civili coinvolti. Del partigiano, della
vis spesso anarchica verso tutto ciò che è istituito e, nello stesso tempo,
dell’utopia volta a fondare una libera comunità di uguali, ne scrisse Carl
Schmitt, il pensatore che più ha analizzato il rapporto fra Stato, dittatura,
rivolta (Teoria del partigiano, 2005).
Un tema, che qui non posso approfondire data la sua complessità, è la questione
dello Stato Sovrano, della sua nascita e della sua eventuale dissoluzione. La
vocazione imperialista degli stati, la facilità con cui le regole della
convivenza si mutano in anomia, e la democrazia diventa svuotata retorica, sono
oggetto di riflessione, su queste pagine di Comune, sia da parte di Giorgio
Agamben che di Rául Zibechi, analisi utili a inquadrare il problema delle
istituzioni e della loro fragilità. Avner considera la fondazione di Israele, il
cui mito fondativo riposa nei Libri Sacri (Eretz Yisrael, la Terra dei Padri),
un vero tradimento, emblematico del rapporto fra soggetto libero e potere
istituito. Della atipicità, allo stesso tempo esemplare dello Stato di Israele,
scrive anche Donatella Di Cesare analizzando il tema della terra come patria
elettiva, sognata nell’esilio, mentre è in atto la diaspora. (Israele Terra,
ritorno, anarchia, 2014; Marrani. L’altro dell’altro, 2018). Che ogni Stato
abbia relazione con i confini e con la guerra per segnarli, di come l’esercito
sia uno dei primi istituti fondativi della città e, nello stesso tempo,
paradigma del lavoro regolato al millimetro, diviso gerarchicamente, è fatto
storicamente acclarato. (Lewis Mumford La città nella storia, 1998). Ma di
questo delicatissimo rapporto fra soggetto politico e istituzione non si parla a
scuola. È un sapere interdetto, semmai spalmato nella rete come educazione
civica, fatto di contenuti volgari, convenzionali, per menti che, per esser
obbedienti, devono essere povere. Sempre più numerosi sono i corsi su generici
diritti del cittadino impartiti da poliziotti, mentre gli insegnanti stanno
fuori dalle aule, così come la partecipazione degli alunni alle performanti
esibizioni nei poligoni militari.
Tornando al nostro autore, Avner scrive come, nel 1948, Israele diventa per lui
l’emblema di una dolorosa sconfitta, è una realtà a cui non si conforma e, come
altri compagni della Lechi, abbandona la lotta. Annota enigmaticamente:
Non che si dovesse proseguire la lotta sovversiva all’interno dello stato […] ma
quando, in nome di una morale eretta a vocazione divina, si sono commessi
delitti assolti in anticipo, e senza alcun vantaggio personale, ciò implica
l’appartenenza a un sacerdozio. Non si può rinnegarlo (pp 129/130).
Elat, città appena fondata all’estremo confine del Neghev, sul Mar Rosso,
fronteggiata sullo stretto di Tiran dal porto giordano di Aqaba e dalla costa
egiziana, sarà la meta di un nuovo esilio.
La seconda parte del libro racconta il ritmo quasi estatico di una vita da
pescatore, cercatore di conchiglie e pietre preziose, esistenza disincantata,
senza futuro. E seguiranno altri luoghi in cui consumare la propria amarezza.
Concludendo, un romanzo di formazione da leggere con gli studenti, così come i
libri citati. I saperi sono ancora custoditi nelle pagine di carta, non sono
solo informazione liquida, algoritmica.
Fonte: www.comune-info.net
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