In Cisgiordania, gli agricoltori sono sotto attacco israeliano> Dall’articolo di Annaflavia Merluzzi per jacobin.com
In Cisgiordania la resistenza passa dai campi: gli agricoltori palestinesi sotto
pressione tra confische e attacchi
Nella valle a sud-est di Nablus, in Cisgiordania occupata, le comunità
palestinesi di Beit Furik e Beit Dajan stanno cercando di difendere il proprio
futuro coltivando la terra. Ma quella che potrebbe sembrare una normale attività
agricola è diventata, negli ultimi anni, una forma di resistenza quotidiana
contro l’espansione degli insediamenti israeliani, la violenza dei coloni e le
restrizioni imposte dall’occupazione.
Qui vivono circa 28.000 persone. Le due cittadine sono raggiungibili attraverso
un unico checkpoint, spesso presidiato non solo dall’esercito israeliano ma
anche dai coloni. Intorno ai centri abitati si estende una costellazione di
insediamenti e avamposti militari che, negli ultimi anni, si è progressivamente
allargata fino a circondare gran parte del territorio palestinese.
Secondo la suddivisione prevista dagli Accordi di Oslo, i centri urbani ricadono
nell’Area A, mentre gran parte delle terre agricole si trova nelle Aree B e C. È
proprio l’Area C, circa 1.600 ettari di territorio, ad aver subito le
conseguenze più pesanti dopo il 7 ottobre 2023. Gran parte di queste terre è
infatti diventata inaccessibile ai palestinesi, che hanno perso pascoli, campi
coltivabili e fonti di sostentamento.
«Israele applica una normativa secondo cui una terra palestinese non coltivata
per dieci anni può essere dichiarata proprietà statale e confiscata», spiega
Fares Nasasrah, sindaco di Beit Furik. «Il problema è che spesso siamo proprio
noi a essere impediti nell’accesso a quei terreni dai coloni o dall’esercito. Le
terre restano incolte non per scelta, ma perché non ci è consentito
raggiungerle.
La perdita delle terre si è sommata a un’altra crisi. Migliaia di lavoratori
palestinesi che in passato trovavano impiego in Israele non possono più
attraversare i checkpoint e hanno perso il proprio reddito. Di fronte a questa
doppia emergenza, le amministrazioni locali hanno deciso di puntare
sull’agricoltura.
Negli ultimi due anni è stato avviato un ampio progetto di recupero delle terre
disponibili nell’Area B. Campi precedentemente utilizzati solo per coltivazioni
stagionali o per il pascolo sono stati trasformati in serre, aziende agricole
biologiche e orti produttivi. Sono nate coltivazioni di fragole, pomodori e
ortaggi, creando opportunità di lavoro per circa ottocento persone rimaste
disoccupate.
Per molti abitanti si è trattato di un ritorno alle proprie radici. «Non avevo
mai lavorato la terra professionalmente», racconta un agricoltore oggi impiegato
nelle serre di pomodori. «Ma la conoscenza della coltivazione fa parte della
nostra tradizione familiare. Quando ho perso il lavoro, tornare ai campi è stato
quasi naturale.»
Anche la coltivazione dell’akoub, una pianta spontanea molto utilizzata nella
cucina palestinese e tipica delle alture del nord della Cisgiordania, è
diventata un simbolo di resilienza. Temendo di perdere definitivamente l’accesso
alle aree dove cresce spontaneamente, alcune comunità hanno iniziato a
riprodurla attraverso vivai e nuove coltivazioni.
Il progetto si basa su un modello di economia circolare che mira a garantire
autosufficienza alimentare e occupazionale. I prodotti vengono consumati
localmente e le eccedenze vendute nei mercati vicini, reinvestendo le risorse
all’interno della comunità.
La sfida, tuttavia, non riguarda soltanto la terra. Anche l’accesso all’acqua e
all’energia è diventato un terreno di scontro.
Le prime infrastrutture idriche costruite dai residenti sono state danneggiate.
Due pozzi sotterranei realizzati dalla comunità sono stati riempiti di cemento,
secondo le testimonianze raccolte sul posto. Per questo motivo, insieme alla
Palestine Agricultural Development Association (PARC), gli abitanti hanno
raccolto fondi per costruire una nuova rete di distribuzione dell’acqua e due
grandi cisterne di accumulo.
«Le cisterne sono uno degli obiettivi principali degli attacchi», spiega
Nasasrah. «Chi vuole fermare questo progetto sa che colpire l’acqua significa
mettere a rischio tutto il sistema.»
Anche l’energia elettrica rappresenta una criticità. La fornitura proveniente
dalla rete israeliana viene considerata insufficiente e soggetta a frequenti
interruzioni. Per ridurre la dipendenza esterna, negli ultimi anni sono stati
installati diversi impianti fotovoltaici che consentono oggi di coprire una
parte significativa del fabbisogno energetico locale.
Nonostante questi risultati, il progetto continua a svilupparsi in un contesto
di forte insicurezza. Secondo le autorità locali, negli ultimi due anni si sono
verificati decine di attacchi contro agricoltori, terreni e infrastrutture
agricole. I coloni vengono accusati di impedire regolarmente l’accesso ai campi,
mentre le incursioni dell’esercito nelle aree palestinesi restano frequenti.
«Non cercano soltanto di sottrarci la terra», afferma il sindaco. «Tentano di
rendere impossibile la vita quotidiana, colpendo direttamente i mezzi attraverso
cui le persone sopravvivono.»
Per contrastare questa pressione, le comunità hanno cercato di rafforzare
ulteriormente la propria autonomia. Con il sostegno di organizzazioni locali e
internazionali sono stati avviati programmi di orti familiari destinati alle
famiglie che vivono nei centri abitati, in particolare alle donne che spesso
evitano di recarsi nelle campagne per timore delle aggressioni.
Sono inoltre in fase di sviluppo cooperative agricole femminili e piccoli
progetti di allevamento, pensati per garantire nuove fonti di reddito e maggiore
indipendenza economica.
In una regione dove il controllo del territorio è al centro del conflitto,
coltivare la terra assume un significato che va ben oltre la produzione
agricola. Per molte famiglie palestinesi rappresenta la possibilità di rimanere
nei luoghi in cui sono cresciute e di preservare un legame considerato
essenziale per la propria identità.
«Il rapporto con la terra è una parte fondamentale di ciò che siamo», conclude
Nasasrah. «Per noi coltivarla è una forma di resistenza non violenta che ci
permette di continuare a vivere nelle nostre case e nella valle a cui
apparteniamo.»
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