Disagio mentale e povertà, un legame perverso
Reso noto giorni fa, il Rapporto delinea lo stato allarmante di salute
psico-fisica della popolazione italiana e in particolare dei giovani e delle
donne. Quello che emerge dalla ricerca è «un peggioramento strutturale della
salute mentale, con effetti particolarmente evidenti sulle giovani generazioni,
sulle donne, sulle persone con esperienza migratoria, e una critica al
definanziamento della salute mentale, all’indebolimento dei servizi
territoriali, alle crescenti disuguaglianze nell’accesso alle cure e ai servizi
integrati».
> Qualche dato: «In Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e
> tutt’altro che marginale. – si legge nel Rapporto – Gli studi clinici stimano
> che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra
> il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi dodici mesi oscilli tra il
> 7,3% e il 15,6%. La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della
> popolazione nel corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i
> disturbi d’ansia colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il
> 3–5% su base annuale.In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato
> divario di genere, con una prevalenza di ansia e depressione nettamente più
> elevata tra le donne».
Quanto ai giovani, Unicef registra che l’indice di salute mentale «evidenzia un
peggioramento nelle fasce più giovani della popolazione, mentre con l’aumentare
dell’età la situazione tende generalmente a migliorare. In particolare, la
fascia di età 14–19 anni registra lo scostamento più marcato nel confronto tra
il 2016 e il 2024 di 1,6 punti (insieme alla fascia 25–34 anni). Peggioramento
più accentuato tra le ragazze, con una riduzione di 2,3 punti rispetto al 2016».
E se, dati Ocse, risulta che l’Italia si colloca all’ottavo posto nel mondo per
la salute mentale dei quindicenni, lo studio europeo ESPAD (School Survey
Project on Alcohol and Other Drugs) mostra che solo il 59% dei ragazzi tra i 15
e i 19 anni presenta un buon livello di benessere mentale, con un divario di
genere molto marcato (66% tra i ragazzi contro il 35% tra le ragazze). Lo studio
di sorveglianza europeo Health behaviour in school children (HBSC) segnala un
forte aumento dei sintomi di stress nella fascia 11–17 anni, che arrivano a
coinvolgere fino all’80% delle ragazze.
Giovani, donne e, naturalmente, migranti. La Caritas rileva come «una componente
rilevante riguarda le persone con storie di migrazione: giovani mandati avanti
senza un progetto migratorio definito, minori non accompagnati spesso vittime di
maltrattamenti, figli ricongiunti che non hanno partecipato alla scelta
migratoria dei genitori e vivono una doppia perdita affettiva. Gli operatori
parlano di stress transculturale, inteso come frattura identitaria prodotta
dallo scontro tra cultura di origine e di arrivo, e segnalano il rischio di
diagnosi inappropriate in assenza di una mediazione linguistico-culturale
stabile e di competenze transculturali nei servizi». In particolare, nei
giovani tra i 18 e i 25 anni si parla di ansia, attacchi di panico, depressioni
ad alto funzionamento, autolesionismo e uso di crack.
Dai dati emerge un netto peggioramento delle condizioni di salute mentale nel
nostro paese in particolare tra i giovani e le donne.
Per cercare di capire le cause di questo tracollo sociale, parliamo con Laura
Storti, psicoanalista, presidente dell’Associazione Il Cortile e coordinatrice
del Consultorio di Psicoanalisi Applicata, fa parte della Scuola lacaniana e
dell’Associazione mondiale di psicoanalisi ed è docente dell’Istituto freudiano
per la clinica, la terapia e la scienza.
Perché siamo caduti in questo precipizio?
La causa scatenante è stata la pandemia, nel senso che i problemi non sono nati
in quella occasione ma quell’evento traumatico ha creato un buco nella trama del
simbolico. Ci ha riportato al nostro stato di debolezza che era stato camuffato
dallo scientismo che ci ha fatto credere che potevamo ricostruirci come
volevamo. Nell’aspetto, nel pensiero, nell’agire. Si è mostrata la fragilità
umana che ha rivelato come la scienza non sia e non possa essere la nuova
religione. Il Covid, che ci ha colti “di sorpresa” ha rivelato l’ovvio e cioè
che la ricerca non si fa in nome del bene dell’umanità ma per ragioni di
convenienza. E i giovani hanno accusato più degli altri il colpo. Durante il
lockdown c’erano miei giovani pazienti che cercavano un po’ di privacy per non
interrompere le nostre sedute e andavano sul tetto… per scoprire che sul tetto
c’erano altre dieci persone. Il Covid ha annullato i corpi e il corpo è molto
importante nell’adolescenza. I giovani, come dice Lacan, sono quelli che
soffrono di più in un mondo immondo dove il posto per la soggettività è sempre
più ridotto. A tutto questo si è aggiunta la colpevolizzazione: erano degli
incoscienti perché volevano uscire a divertirsi, erano loro gli “untori” dei
loro nonni e dei loro padri. E, dopo il lockdown la situazione non è migliorata
né è tornata a essere come “prima” perché molti di loro si erano rifugiati in
quell’isolamento, strada che già avevano cominciato a seguire attraverso i
cosiddetti “social” che ti illudono di avere duemila amici e ti lasciano solo
davanti a un computer. Da qui quel che vedo dal mio punto di vista: ragazzi che
si tagliano, aumenti vertiginosi di tentati suicidi, crisi esistenziali.
Un quadro desolante che va ben oltre il Covid
Esatto. Affonda le sue radici nella trasformazione della psichiatria che ha
smesso di fare clinica e fa solo diagnosi dando a chi soffre e sta male una
etichetta. Mi rifiuto di accettare che il malessere della civiltà si rovesci sui
giovani e che, addirittura, la diagnosi che viene loro affibbiata diventi il
loro nome. Ora sono gli stessi ragazzi alla ricerca di una diagnosi che li
“assolva” da colpe che non hanno. È una domanda deresponsabilizzante. E, accanto
alla diagnosi, le risposte, sempre le stesse: farmaci e ricoveri.
Invece di?
Faccio un esempio: ultimamente è esplosa la domanda sulla propria identità di
genere. Nelle scuole e nelle università da qualche anno esiste un protocollo che
ogni studente deve compilare se decide di voler cambiare la propria identità di
genere. Può decidere di volersi chiamare Maria invece di Mario. Questa
incertezza non è un “disturbo” come vorrebbe la psichiatria, ma il segno di una
difficoltà a conoscersi così come anche, viceversa, rifiutare il sesso o fare
sesso ma senza innamorarsi. Così anche il bullismo diventa un “disturbo” in una
scuola che ha dismesso la sua missione pedagogica diventando sempre più
normativa e coercitiva: metal detector, sequestro dei cellulari… Ma la scuola
non può essere un carcere e a queste condizioni è evidente il distacco sempre
più marcato dei giovani da quel luogo. Distacco fortemente legato alla crisi nel
riconoscere l’autorevolezza, prima dei genitori, poi degli insegnanti.
A questo come rispondono gli adulti? I genitori assecondando le tendenze a
etichettare i cosiddetti “disturbi” dei figli per deresponsabilizzarsi e per
paura che i figli si buttino dalla finestra. E i professori a irrigidire la loro
relazione.
Rientra in questa configurazione anche la questione della famosa educazione
sessuale nelle scuole?
In Francia è stato introdotto un modulo di “consenso” che va firmato prima che
due ragazzi escano insieme: cosa si può fare, fino a che punto ci si può
spingere, e via dicendo. Non so se sia la strada da seguire di certo il problema
esiste ed è molto sentito altrimenti come spiegare l’incremento così rilevante
della pornografia tra i giovani? Pornografia che vuol dire una distorta
introduzione alla sessualità, spesso la sola.
Il quadro è disperante, come si può invertire la rotta?
È vero che vanno forti sentimenti terribili come l’odio o l’indifferenza o il
cinismo ma esiste, come diceva qualcuno, «l’amore come antidoto giusto per
curare la tentazione della violenza» e io colgo, soprattutto nei maschi giovani
una sorte di fratellanza con gli amici che la scuola potrebbe favorire anche
perché altri luoghi di una socialità autentica non ce ne sono.
la copertina è di Paolo Monti da wikimediacommons
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