Tag - letteratura francofona

Marie NDyae / Il verde è una memoria incerta
Calzerebbe, all’Autoritratto in verde di Marie NDyae, il sottotitolo del Requiem di Tabucchi: un’allucinazione; o forse, meglio, “frammenti di un’allucinazione”. Pubblicato in Francia nel 2005, l’opera si inseriva nella collana “Traits et portraits” di Mercure de France, che proponeva autoritratti d’artisti scanditi da illustrazioni, giocando sull’eco tra testo e immagine. Nel caso di NDyae l’effetto è quantomai perturbante: invano si cercherebbe, non che una conferma quanto meno un indizio dell’esistenza di ciò che il testo farfuglia – le foto furono scelte, come ebbe a dichiarare l’autrice stessa, completamente a caso. Eppure tout se tient: queste foto morte, di bianco e di nero, fatte come di fantasmi dalle mani lunghe, o di alberi tristi, secchi e lasciati appassire sugli acquitrini, foto sovraesposte e talvolta ripetute nella stessa pagina – sembrano identiche e forse non lo sono, quasi ad invitare il lettore a ripetere il gioco delle sette differenze nelle riviste di enigmistica –, foto di dubbi e di tempi sfasati; e questi frammenti di un diario che scardina le date, tenute insieme dalla figura della donna in verde, “una sorta di figura palinsesto”, come ricorda Ornella Tajani nella postfazione. Più che un semplice tema, il verde (negli occhi, negli abiti dei personaggi…) funziona qui come dispositivo ottico: un filtro che altera la percezione del mondo e che, al tempo stesso, permette di scorgerne le zone d’ombra. La trama, se così si può chiamare, è volutamente esile: NDyae mette in scena un io narrante che porta il suo nome, vive nella provincia francese, è madre, scrittrice, figlia. Intorno a lei si muovono figure misteriose, spesso inquietanti: la vicina di casa, l’ex-compagna di scuola, la madre, il padre. Tutte queste figure (padre compreso) sono “donne in verde” e, in quanto tali, altre da ciò che dovrebbero essere: non più, dunque, altro da sé, ma double par proximité. Il loro verde ha qualcosa di ereditario, quasi un tratto genetico o una malattia di famiglia, ma anche di socialmente, storicamente situato. NDiaye, autrice francese di origini senegalesi, lascia risuonare, senza tematizzarla in modo esplicito, la dimensione della migrazione, dell’appartenenza divisa, dello spostamento di identità. La madre, che si allontana, ritorna come figura opaca, enigmatica: non la si può giudicare senza restare impigliati in una catena di colpe, omissioni, fraintendimenti. Il verde diventa così non solo un colore, ma una qualità dello sguardo: quella tonalità che impedisce al bianco e nero del giudizio morale di chiudersi in maniera definitiva. Se il libro è breve, la densità di echi letterari è alta. Si potrebbero evocare, per contrasto e affinità, i territori allucinati di Anna Maria Ortese, le case stregate di Shirley Jackson, certe derive autobiografiche di Annie Ernaux quando la memoria si fa paesaggio mentale deformato. Ma NDiaye mantiene una voce del tutto singolare, che combina rigore formale e spostamento costante delle coordinate narrative. L’uso della prima persona, la frammentazione in episodi, la presenza di elementi ripetitivi – la vegetazione, il fiume, le apparizioni, le foto – costruiscono una sorta di partitura ipnotica, in cui ogni variazione di tono o di luce aumenta l’inquietudine di chi legge, fino a lasciarci spaesati: come se qualcosa, nelle nostre stesse immagini interiori, avesse assunto d’improvviso una tonalità più scura, più densa, irrimediabilmente verde.   L'articolo Marie NDyae / Il verde è una memoria incerta proviene da Pulp Magazine.
September 26, 2026
Pulp Magazine
Ève Guerra / Una scrittura mai disoccupata
Non è solo questione di “perfezione”, citando Cristina campo in esergo (da Gli imperdonabili) al suo primo romanzo, per Ève Guerra – ma è molto di più perché la passione spontanea in lei arriva molto prima, quando gli attriti della vita si presentano selvaggi e occorre una vigorosa fondazione se la spinta a scriverne fa abbandonare ogni prudenza. In Rimpatrio l’autrice nata a Mossendjo in Congo non si pone limiti per addentrarsi nel senso del mondo, e da vera poetessa quale è, mette nello stesso crogiolo realtà e metafora, immagini personali e pubbliche con il retaggio di una coscienza. Quella paterna emerge dalle pagine di questo libro (Prix Goncourt opera prima 2024) nel momento in cui la protagonista Annabella Morelli riceve la notizia della morte del padre, in un angolo del Camerun alquanto distante dalla Lione dove lei vive. In un attimo il tempo si coagula intorno a un’esistenza i cui ricordi volontari e involontari accendono un fuoco ostile verso la burocrazia (le difficoltà evidenti legate al rimpatrio della salma) e verso la figura paterna, violenta ed etilica, nonostante l’infanzia congolese di Annabella fosse stata felice fino al momento dell’abbandono di una madre stanca delle brutalità del marito. Dopo i sette anni, la ragazza sente che l’affar suo sia quello di costruire i propri salmi, la lode della propria vita seguendo le ragioni scoperte nella scrittura delle donne. L’archetipo del padre, definito da Guerra all’interno di Rapatriement, è il Kurtz di Cuore di tenebra, dio impazzito nelle profondità africane. L’autrice nulla nasconde della ricerca personale, ribaltata nelle vicende di Annabella, la memoria di entrambe si scontra con l’immancabile questione del tempo di proustiana ascendenza, ma qui avviene che la scrittura di Guerra rivela una precisa identità moderna, fatta di poesia otto-novecentesca e di movimenti filmici attuali. In molte pagine di Rimpatrio sono evidenti gli a capo e il verso libero che s’insinuano rapidi nel respiro delle frasi: oltre a Cristina Campo, si ritrovano Arthur Rimbaud e Ingerborg Bachmann, i grandi poeti tutti morti che non hanno bisogno di salvacondotto per essere scritti sulla pelle di Ève che in ogni intervista li ricorda e li medita a voce alta. L’incendio non è più un presagio nel romanzo, l’esistenza narrata ha le stimmate della realtà, le tasche vuote e l’opposizione ottusa degli uffici che bloccano emozioni e buonsenso nei loro polverosi scantinati. Rimpatrio non ha solo la forma di un memoir, o della trascrizione di un taccuino tenuto aggiornato quando la morte improvvisamente condensa il tempo in qualcosa di irrespirabile. Il libro di Guerra è la prima linea di un conflitto concentrato e cadenzato, dove i punti di vista diventano molteplici come nei film di Nolan: in realtà è la vita “moltiplicata” – tornando a Campo – che nella scrittrice (e poetessa, non dimentichiamolo) fa fare i salti e tratta la propria carne con un trappismo oggi raro in chi si avventura nel dare alle stampe un libro. La vita narrata da Guerra è sovvertita giorno dopo giorno, i fatti invadono quel che in un primo momento potrebbe sembrare metafora della vita stessa, ma all’autrice non basta (anzi ne ripudia alcune insistenze) lo stile per integrare vicende, volti e città – le belle frasi non sono ciò che per lei fanno grandi i poeti. Ciò che infonde in Annabella non è soltanto trepidazione per quanto si è vissuto nella geografia africana, ma è anche l’abbandono all’azzardo partito dalla vecchia Lione e lungo la Saone istruendo la realtà perché non la costringa ad abdicare. Prosa e poesia, ne siamo certi, in Ève sono nati dallo stesso seme.   L'articolo Ève Guerra / Una scrittura mai disoccupata proviene da Pulp Magazine.
March 1, 2026
Pulp Magazine