Ève Guerra / Una scrittura mai disoccupataNon è solo questione di “perfezione”, citando Cristina campo in esergo (da Gli
imperdonabili) al suo primo romanzo, per Ève Guerra – ma è molto di più perché
la passione spontanea in lei arriva molto prima, quando gli attriti della vita
si presentano selvaggi e occorre una vigorosa fondazione se la spinta a
scriverne fa abbandonare ogni prudenza. In Rimpatrio l’autrice nata a Mossendjo
in Congo non si pone limiti per addentrarsi nel senso del mondo, e da vera
poetessa quale è, mette nello stesso crogiolo realtà e metafora, immagini
personali e pubbliche con il retaggio di una coscienza. Quella paterna emerge
dalle pagine di questo libro (Prix Goncourt opera prima 2024) nel momento in cui
la protagonista Annabella Morelli riceve la notizia della morte del padre, in un
angolo del Camerun alquanto distante dalla Lione dove lei vive.
In un attimo il tempo si coagula intorno a un’esistenza i cui ricordi volontari
e involontari accendono un fuoco ostile verso la burocrazia (le difficoltà
evidenti legate al rimpatrio della salma) e verso la figura paterna, violenta ed
etilica, nonostante l’infanzia congolese di Annabella fosse stata felice fino al
momento dell’abbandono di una madre stanca delle brutalità del marito. Dopo i
sette anni, la ragazza sente che l’affar suo sia quello di costruire i propri
salmi, la lode della propria vita seguendo le ragioni scoperte nella scrittura
delle donne. L’archetipo del padre, definito da Guerra all’interno di
Rapatriement, è il Kurtz di Cuore di tenebra, dio impazzito nelle profondità
africane. L’autrice nulla nasconde della ricerca personale, ribaltata nelle
vicende di Annabella, la memoria di entrambe si scontra con l’immancabile
questione del tempo di proustiana ascendenza, ma qui avviene che la scrittura di
Guerra rivela una precisa identità moderna, fatta di poesia otto-novecentesca e
di movimenti filmici attuali.
In molte pagine di Rimpatrio sono evidenti gli a capo e il verso libero che
s’insinuano rapidi nel respiro delle frasi: oltre a Cristina Campo, si ritrovano
Arthur Rimbaud e Ingerborg Bachmann, i grandi poeti tutti morti che non hanno
bisogno di salvacondotto per essere scritti sulla pelle di Ève che in ogni
intervista li ricorda e li medita a voce alta. L’incendio non è più un presagio
nel romanzo, l’esistenza narrata ha le stimmate della realtà, le tasche vuote e
l’opposizione ottusa degli uffici che bloccano emozioni e buonsenso nei loro
polverosi scantinati. Rimpatrio non ha solo la forma di un memoir, o della
trascrizione di un taccuino tenuto aggiornato quando la morte improvvisamente
condensa il tempo in qualcosa di irrespirabile. Il libro di Guerra è la prima
linea di un conflitto concentrato e cadenzato, dove i punti di vista diventano
molteplici come nei film di Nolan: in realtà è la vita “moltiplicata” – tornando
a Campo – che nella scrittrice (e poetessa, non dimentichiamolo) fa fare i salti
e tratta la propria carne con un trappismo oggi raro in chi si avventura nel
dare alle stampe un libro.
La vita narrata da Guerra è sovvertita giorno dopo giorno, i fatti invadono quel
che in un primo momento potrebbe sembrare metafora della vita stessa, ma
all’autrice non basta (anzi ne ripudia alcune insistenze) lo stile per integrare
vicende, volti e città – le belle frasi non sono ciò che per lei fanno grandi i
poeti. Ciò che infonde in Annabella non è soltanto trepidazione per quanto si è
vissuto nella geografia africana, ma è anche l’abbandono all’azzardo partito
dalla vecchia Lione e lungo la Saone istruendo la realtà perché non la costringa
ad abdicare. Prosa e poesia, ne siamo certi, in Ève sono nati dallo stesso seme.
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