La banalizzazione del male
Dalla filosofia, passando per l’arte e la scienza, il tratto che ha maggiormente
determinato la modernità, fino ad arrivare ai giorni nostri, è la dissoluzione
delle qualità, o meglio, l’annichilimento delle cose a favore di oggetti finiti
e perfettamente determinabili. Al giorno d’oggi, questo concetto è riassunto
nell’idea di scalabilità, ovvero la possibilità di riprodurre uno stesso
fenomeno attraverso diversi media, modificando l’aspetto ma lasciando invariata
la funzione. Come spesso accade, una tale idea non si mostra problematica in sé,
quanto invece in alcune delle sue particolari manifestazioni, laddove questa
operazione rischia di compromettere il campo nel quale viene applicata. Ciò che
può passare inosservato è che la natura di questo problema non riguarda le
logiche di mercato, almeno non in primis, quanto invece il linguaggio: più nello
specifico quella pratica di ermeneutica interculturale che è la traduzione.
I predatori, l’ultimo libro di Stefano Nazzi, mostra il prodotto di due tendenze
culturali, da un punto di vista formale, quella dello svuotamento del senso
della traduzione, mentre, dal lato del contenuto, la tendenza a
spettacolarizzare la cronaca. L’operazione editoriale di Nazzi, come già emerge
dal precedente successo di Il volto del male, mira a creare un prodotto in
linea con lo status quo, ovvero, con un tipo di narrazione della cronaca nera
accessibile e accattivante.
Da un media a scalare o il senso della traduzione
Proprio in questi elementi che creano un prodotto funzionale al mercato emerge
la questione della traduzione. Risulta infatti evidente come il libro, seppure
in modo più velato rispetto al precedente, riproponga in forma scritta un uso
della lingua proprio del parlato. Cosa viene allora a mancare? Proprio la
traduzione! Questa pratica non riguarda solo il passaggio tra due lingue
naturali ma, al contrario, ricorre ogni volta per passare ad un differente
livello espressivo. Tradurre significa sostituire una serie di segni, cercando
di rimanere fedeli alla porzione di realtà che questi indicavano, in modo
adeguato al media di destinazione. Ora, nel libro, viene fatta invece
un’operazione di trascrizione: ciò che si legge appare infatti come il testo di
un (didascalico) monologo teatrale o di un podcast. È un dato che emerge
dall’architettura del libro, in particolar modo dalla struttura dei capitoli nei
quali viene narrata la storia dei killer, sempre introdotti da un aneddoto
saliente, un gancio iniziale emotivamente forte seguito da un flashback che
ricostruisce gli eventi per intero. Oltre a questa ricorsività, ciò che rafforza
questa sensazione è l’uso di una scrittura eccessivamente frammentata, una
rarefazione che si costituisce di innumerevoli e brevi sottoparagrafi, spesso
chiosati da frasi ad effetto; una modalità di scrittura sicuramente efficace,
come conferma il successo riscosso da questi volumi, ma tipica dei contenuti
verticali. Il risultato è un prodotto perfetto per il mercato attuale, una
lettura scorrevole – termine oggi malaugurante sinonimo di qualità –
un’esperienza immersiva o, sarebbe meglio dire, priva di attrito, perfetta per
aumentare senza troppo sforzo la quantità dei libri letti.
Cos’è spettacolo
Questa pochezza formale si presta in modo congeniale alla spettacolarizzazione
della realtà e alla riproposizione della cronaca, qui offerta in una veste più
“istituzionale”, quella del libro. A questo punto, occorre chiarire che
l’editoria non è che un’ennesima cassa di risonanza per il genere true crime, la
cui origine in Italia, può essere ricondotta alla tragedia di Vermicino e
all’eco che l’infinita diretta televisiva di quei fatti ebbe sugli italiani
all’inizio degli anni ’80. Fu infatti quello probabilmente il punto zero, la
prova generale per una narrazione che, partita dalla TV generalista, è approdata
negli ultimi decenni alle piattaforme tecnologiche più pervasive. In questo
processo, nel quale i media tradizionali sono stati spesso assorbiti da una
tendenza infodemica, i lati più crudi della cronaca sono mano mano diventati il
contenuto di un numero sempre maggiore di prodotti d’intrattenimento per il
grande pubblico. Questa trasformazione ha portato, almeno in parte, alla
socializzazione dei processi della giustizia, ma secondo una forma ritualizzata
e svuotata della propria deontologia.
Il risultato è tragico, forse già farsesco, dal momento che gli spettatori hanno
iniziato a sovrapporre la ricerca dei fatti alla loro spettacolarizzazione,
venendo meno, di conseguenza, a una essenziale regola di civiltà, ovvero che la
giustizia, come sosteneva Hannah Arendt, “richiede isolamento, vuole più dolore
che collera, prescrive che ci si astenga il più possibile dal mettersi in vista”
(1).
Teodicea per anime belle
Ora, I predatori costituisce la perfetta sintesi di questi due aspetti: da una
parte una (non) scrittura scorrevole e standardizzata, dall’altra l’esposizione
di fatti che accontentino l’esigenza del pubblico di conoscere sì la realtà, ma
in modo rigorosamente controllato. Nulla di quello che viene detto nel libro
scalfisce infatti la nostra superficiale rappresentazione del male, a partire
dalle premesse di una teodicea semplicistica.
Secondo una famosa interpretazione dell’episodio biblico del peccato originale,
il male non sarebbe un fatto in sé, esistente come verità assoluta, quanto
invece la coscienza del male stesso, della presenza del negativo in alcuni fatti
mondani. La “teologia” che Nazzi prospetta si sottrae invece a ogni complessità,
si limita a riportare i fatti che hanno segnato il passato riducendo la
questione del male a forme di imprevedibile eccezionalità, presenze demoniache
totalmente fuori dal nostro controllo che potrebbero nascondersi ovunque. Il
monstrum, dice Nazzi, è “qualcosa o qualcuno che si trova all’opposto del
normale.E cosa c’è di più lontano dal normale che compiere atti aberranti,
feroci, violenti, uccidere senza movente”? Il risultato della lettura di un
libro come questo, che a tratti sembra addirittura ostentare la capacità di
farci scrutare nei più terribili abissi dell’animo umano, è la sensazione non
già di leggere, ma di ricordare informazioni apprese in passato. Una forma
piuttosto dozzinale di anamnesi che, al contrario della lezione che Menone
ricevette gratuitamente, arriva a costare quasi venti euro.
Un’industria di para-cronaca
Il libro si inserisce in un solco preciso, ovvero nella tendenza a trasformare
l’attualità e la storia recente in una forma di para-cronaca. Questa operazione,
alla quale l’opera di Nazzi si è solo accodata, non costituisce di certo un
“danno culturale” di per sé, ma dovrebbe almeno interrogarci sul grado di
consapevolezza che il pubblico di massa ha sviluppato di una realtà ricreata
attraverso il fenomeno true crime. Di questi prodotti editoriali sono
sintomatiche le coordinate culturali: il rischio è quello di erodere la
dimensione pratica del linguaggio là dove il libro, ridotto a oggetto
funzionale, deve essere agevolmente fruito al di là di ogni sforzo. La cultura
per essere tale, ovvero mediazione critica della realtà, e per mantenersi
saldamente al centro di ogni istanza politica, deve infatti provare a rigenerare
le categorie del proprio linguaggio. In questo senso il problema della
traduzione è centrale, poiché “se, come tanto spesso siamo sollecitati a fare,
seguissimo il consiglio di adeguare il senso della nostra cultura allo stato
attuale delle realizzazioni [dell’industria culturale, ndr.], dovremmo
evidentemente adottare un sistema di vita in cui il linguaggio non sarebbe più
significativo” (2).
NOTE
(1) Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli
Editore, 2023
(2) Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, 2019
L'articolo La banalizzazione del male proviene da Pulp Magazine.