Il ruggito che nessuno voleva: Israele attacca l’Iran mentre il mondo trattava
Per Israele, come per Sparta, la guerra non è solo un mezzo, è diventata una
ragione di esistenza.
L’attacco congiunto lanciato all’alba da Tel Aviv e Washington contro l’Iran, in
risposta a presunte “minacce imminenti” del regime degli ayatollah, arriva al
culmine di settimane di tensioni crescenti. La Casa Bianca, nelle scorse 48 ore,
aveva già invitato il personale non essenziale dell’ambasciata americana a
Gerusalemme a lasciare il territorio, un chiaro segnale di preparazione a uno
scenario di guerra militare.
La decisione di colpire preventivamente Teheran e altri obiettivi sensibili non
è semplicemente un’azione difensiva: conferma ciò che molti sanno già da tempo.
Per Tel Aviv e Washington, la guerra preventiva sostituisce la trattativa; la
logica del gangster e la legge del più forte prevalgono sulla gestione della
crisi attraverso strumenti multilaterali, diplomatici e sul Diritto
Internazionale.
Donald Trump ha dichiarato ieri sera che l’Iran “non vuole trattare” e che non
intende rinunciare all’arricchimento dell’uranio. A parte il fatto che non è
vero, vale la pena ricordare che nel 2015 era stato firmato il Joint
Comprehensive Plan of Action, un accordo multilaterale che limitava
drasticamente il programma nucleare iraniano sotto controllo internazionale. Non
è stata Teheran a uscirne: sono stati gli Stati Uniti, per decisione unilaterale
di Trump nel 2018. Dopo quella rottura, l’Iran ha progressivamente superato i
limiti imposti dall’accordo, ma non ha mai formalmente chiuso la porta ai
negoziati. I canali indiretti sono rimasti aperti, e le dichiarazioni di
disponibilità si sono susseguite negli anni.
Quando oggi si sostiene che “Teheran non vuole trattare”, bisognerebbe ricordare
chi ha fatto saltare l’architettura diplomatica esistente. Quanto alla “minaccia
imminente” dichiarata da Tel Aviv e avallata da Washington, non è stata
presentata alcuna prova pubblica che giustifichi un attacco preventivo. Se i
soli a invocare costantemente l’escalation sono il governo di Benjamin Netanyahu
e l’ala più ideologicamente radicale della sua coalizione, allora la domanda non
è se l’Iran voglia trattare, ma chi davvero considera la pace una minaccia.
I fatti dimostrano che la guerra, non la pace, è il vero business di Israele,
spalleggiato da quello che Brzezinski definiva il suo “fratello stupido”, gli
Stati Uniti. In un video pubblicato ieri pomeriggio sul suo Social Truth, Trump
ha annunciato all’ignaro popolo americano che gli Stati Uniti hanno “iniziato
una grande operazione in Iran” con l’obiettivo di “difendere il popolo
americano” dalle minacce ritenute imminenti dal regime iraniano. Operazione,
l’ha chiamata così, ma dovremmo chiamarla violazione del Diritto Internazionale,
o, più precisamente, un attacco terroristico ammantato di legalità a un paese
sovrano, modalità nella quale sia Usa sia Israele sono ormai maestri. Solo poche
ore prima, Trump aveva detto che non era sua intenzione ricorrere alla forza, ma
che “talvolta bisogna farlo”.
Per Benjamin Netanyahu la guerra è uno stato di necessità: è la sua migliore
garanzia di sopravvivenza ed è uno strumento imprescindibile per l’attuazione di
un programma che molti definiscono messianico, di cui si pone come interprete ed
esecutore.
Mai come adesso Israele ricorda Sparta: per la polis greca, la guerra non era un
mezzo, ma la propria ragione d’essere. Per Israele, la guerra è ormai la
principale ragione di esistenza, e forse di sopravvivenza. Malgrado la narrativa
dominante racconti il contrario, la guerra per Israele è quasi sempre un
dispositivo politico, un sistema: protegge da trattative serie e strutturate,
consente di portare avanti politiche controverse di annessione della Palestina e
di pulizia etnica mentre l’attenzione globale è altrove, rafforza la narrazione
di uno Stato che, suo malgrado, è costretto a difendersi permanentemente dalle
presunte minacce esistenziali.
Questa mattina Netanyahu si è rivolto alla nazione annunciando che “Israele,
insieme agli Stati Uniti, ha iniziato un’operazione congiunta, Il ruggito del
leone, volta a eliminare dalle mappe il regime iraniano oppressivo, che ha
sempre minacciato il mondo”. Ha poi ringraziato Trump definendolo “il migliore
amico di Israele”. Anche il nome dell’operazione è un manifesto: il leone era
l’antica icona della bandiera iraniana ai tempi dello scià di Persia, un
richiamo diretto a un passato imperiale oggi utilizzato come strumento di
propaganda e come monito.
L’attacco all’Iran di oggi, definito necessario per prevenire una minaccia
futura, si inscrive nella narrazione promulgata da Israele e dai mass-media
allineati. Ma ogni guerra preventiva porta con sé il paradosso di rendere reale
il conflitto che dichiara di voler evitare. Analogamente a Sparta, che viveva di
guerra perché senza temeva di dissolversi, Israele sembra aver trasformato la
guerra da strumento di sicurezza a fondamento identitario. Sparta educava i suoi
figli alla convinzione che la sopravvivenza della polis giustificasse ogni
disciplina, ogni sacrificio, ogni morte. La guerra era pedagogia civile, e la
società civile spartana, al pari di quella israeliana, era militarizzata. La
storia però insegna che questa strada non ha giovato alla sopravvivenza di
Sparta; anzi, ne ha segnato la fine.
Ultimo, ma non meno importante, c’è un’asimmetria raramente ricordata nel
dibattito pubblico: l’Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione
nucleare, Israele no. Israele non ha mai dichiarato ufficialmente di possedere
armi nucleari, ma è ritenuto da decenni una potenza nucleare de facto, e anche
piuttosto pericolosa poiché non è soggetto agli obblighi del TNP e non ha
sottoposto il proprio programma alle ispezioni imposte a Teheran.
Questo non assolve l’Iran, ma introduce una domanda di coerenza: se il principio
è la non proliferazione, dovrebbe valere per tutti; se il principio è la
sicurezza regionale, dovrebbe essere indivisibile. Se invece il principio è
l’alleanza, allora non stiamo parlando di diritto internazionale, ma di rapporti
di forza. In Medio Oriente esiste un solo Stato che si ritiene dotato di
capacità nucleare militare senza aderire al TNP: Israele. Eppure, la guerra
preventiva viene giustificata contro chi, formalmente, è dentro il sistema dei
trattati.
Oggi, quando si dice che si combatte “non per il presente ma per il futuro”, si
compie una torsione nella quale il conflitto viene sottratto al giudizio
immediato e trasferito in una dimensione salvifica. Non è più una scelta
politica tra alternative: diventa un destino necessario. Il problema è che il
futuro, in politica, è sempre un’ipotesi, mentre i morti sono sempre nel
presente.
La partita resta aperta. E mentre missili e dichiarazioni si moltiplicano, il
futuro è già nel mirino.
Alessandra Filippi