Allarme! La militarizzazione della spesa pubblica nell’Unione europea
Anche se non succede niente, il minimo allarme, come il drone su Lipsia, scatena
il panico. Da anni stiamo armando l’Ucraina, rifiutando qualsiasi ipotesi
diplomatica, e ci sorprende un drone, o cento droni misteriosi? Bisogna fermarsi
prima che sia troppo tardi. I popoli non vogliono nessuna guerra. Non basta una
generazione di ucraini morta e sepolta per farlo capire ai governi europei? A
guardare la spesa pubblica sembra proprio di no. E i droni russi o non russi che
svolazzano sull’Unione europea fanno il gioco del famigerato e noto complesso
militare industriale.
L’accelerazione della spesa militare in Europa nell’ultimo quadriennio,
presentata dalle istituzioni dell’Unione Europea e dai governi nazionali come
una risposta obbligata alle minacce asimmetriche e alla guerra convenzionale,
risponde a logiche economiche e politiche che meritano un’analisi critica e
disincantata.
Se da un lato episodi di sabotaggio reale o presunto, e la costante esposizione
mediatica a scenari di rischio geopolitico vengono utilizzati per orientare il
consenso pubblico, dall’altro le decisioni finanziarie stanno determinando una
profonda riconfigurazione dei bilanci statali a danno del modello sociale
europeo.
Secondo gli ultimi dati ufficiali della European Defence
Agency(https://eda.europa.eu/news-and-events/news/2026/07/16/eu-defence-spending—418-billion-in-2025–projected-to–454-billion-in-2026),
la spesa militare combinata dei 27 Stati membri ha raggiunto i 418 miliardi di
euro, registrando un balzo del 20% rispetto all’anno precedente e toccando il
2,2% del PIL comunitario, con proiezioni che prevedono una scalata fino a 454
miliardi di euro (il 2,4% del PIL).
A livello globale, i rapporti del SIPRI (Stockholm International Peace Research
Institute: https://www.sipri.org/media/press-release/2025/unprecedented-rise-global-military-expenditure-european-and-middle-east-spending-surges)
documentano che l’Europa è diventata il principale traino della corsa globale
agli armamenti, con un tasso di crescita delle spese militari che tra i membri
europei della NATO ha registrato i ritmi più veloci dal 1953. Questo “allarmismo
strutturale” offre una sponda ideale per legittimare investimenti che
sottraggono risorse cruciali alla sanità pubblica, all’istruzione e al welfare
in una fase di forte pressione inflazionistica.
Sotto il profilo macroeconomico, l’argomentazione dell’autonomia strategica si
traduce in una forte spinta protezionistica a beneficio del complesso
militare-industriale europeo, le cui principali aziende quotate — come
Rheinmetall.
(https://www.xtb.com/it/formazione/le-migliori-aziende-del-settore-della-difesa)
e BAE Systems registrano profitti record e una capitalizzazione di mercato senza
precedenti.
Esponenti dell’intelligence finanziaria e ricercatori del SIPRI paventano il
rischio che la ridefinizione dei parametri di spesa per soddisfare i nuovi
target NATO finisca per “sfumare i confini tra spesa militare e altre voci di
bilancio legate a difesa e sicurezza”, riducendo drasticamente la trasparenza e
complicando la reale valutazione delle capacità belliche. La stessa Corte dei
Conti Europea (https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-numbers/) ha
espresso crescenti riserve sui meccanismi di finanziamento della difesa comune e
sui programmi comunitari paralleli ad alto impatto fiscale (come il ricorso ai
prestiti agevolati del fondo SAFE per il riarmo), segnalando forti criticità
legate alla sovrapposizione dei budget, al rischio di duplicazione inefficiente
dei contratti di approvvigionamento congiunto, e alla mancanza di una reale
rendicontazione democratica sull’impiego dei fondi.
Spostando l’asse della sicurezza dalla resilienza sociale e civile alla mera
accumulazione di asset bellici, l’Unione Europea rischia di alimentare la
spirale dell’escalation internazionale e di indebolire la propria stabilità
interna, dimostrando come la percezione della minaccia possa essere
istituzionalizzata per superare le storiche resistenze democratiche alla
militarizzazione della spesa pubblica.
In pratica stiamo correndo al riarmo europeo, che favorisce soprattutto gli
americani, e Rutte se ne vanta con Trump; quindi si converte l’economia in
economia di guerra, e ogni allarme droni, serve ad alimentare il consenso
attraverso la paura del nemico.
Ray Man