Militarizzazione delle università belghe e tendenza europea, da Alerte Otan n° 98
Il Comité Surveillance OTAN è un comitato di monitoraggio della NATO istituito a
Bruxelles nel gennaio 2000 a seguito dei bombardamenti della Jugoslavia e del
protendersi della NATO verso l’est Europa, con l’obiettivo di chiedere alle
organizzazioni politiche progressiste e al movimento pacifista di mettere in
discussione l’appartenenza del Belgio all’Alleanza Atlantica, di rifiutare
l’economia di guerra e dismettere le bombe nucleari schierate in Belgio.
Nel suo primo bollettino del 2026 troviamo un articolo sulla militarizzazione
delle università belghe, scritto da Thies Gehrmann ricercatore post-dottorato in
bioinformatica e attivista per la pace. Ne riportiamo qui una sintesi. Per
l’articolo completo clicca qui.
La monarchia belga sta integrando la tecnologia militare americana nel proprio
tessuto economico e nelle sue forze armate, chiamando a questo compito non solo
gli alti ufficiali militari ma anche la ricerca universitaria. Ogni livello
della società deve essere mobilitato, incluso il sistema educativo. La Vallonia
è in prima linea, Wallonie Entreprendre investe ogni anno centinaia di milioni
di euro nell’industria militare regionale, le Fiandre hanno varato un Piano di
Difesa (VDP) di miliardi di euro nel quale le università giocano un ruolo
esplicito.
La ricerca dual-use non viene più scoraggiata, è anzi centrale in questo
processo, promossa sia dai governi belgi che dall’UE che ha deciso di aprire
l’intero budget Horizon alla ricerca su queste tecnologie. Un budget di 175
milioni di euro. Ora sono esplicitamente incoraggiati anche i progetti puramente
militari. I nuovi finanziamenti in questo settore comportano nuove restrizioni
sulla pubblicazione e lo scambio di conoscenze minando i principi fondamentali
della ricerca e della collaborazione internazionale, i ricercatori sono
costretti a lavorare in segreto per tutelare la proprietà intellettuale, alcune
università hanno apportato aggiustamenti ai quadri etici e deontologici per
facilitare le collaborazioni con il settore militare.
Il VDP incoraggia un cambiamento di mentalità di ricercatori e insegnanti perché
interiorizzino la sicurezza nazionale come valore superiore alla libertà
scientifica, e la necessità di sistemi informativi classificati. La propaganda
militare normalizza questo cambiamento che oltre alla ricerca interessando
direttamente anche l’insegnamento.
Ad esempio la Vallonia stimola l’interesse degli studenti per la difesa e
l’intelligenza artificiale. Su richiesta del ministero della Difesa, le facoltà
di medicina hanno integrato la medicina di guerra nei programmi. A Howest Bruges
è stata aperta una Cyber Defence Factory che indirizza direttamente gli studenti
verso carriere dell’esercito. L’Agenzia WEWIS della regione fiamminga sta
lanciando un programma di formazione STEM adattato al mercato del lavoro
nell’industria della Difesa.
La militarizzazione delle università è un fenomeno che interessa anche il Regno
Unito con la sua lunga storia di cooperazione e reclutamento militare su larga
scala. La Germania sta investendo miliardi nell’esercito, mentre la Baviera ha
introdotto una Bundeswehr-Förderungsgesetz che obbliga i dipendenti universitari
a collaborare con la Difesa. Le università italiane e francesi compensano il
loro sottofinanziamento collaborando con l’industria militare. Le università
greche stanno eliminando le regole etiche per poter stipulare partnership
redditizie con aziende di armamenti e la NATO. Ovunque, le collaborazioni
militari sono segnate da mancanza di trasparenza, contraddizioni etiche e
rifiuto delle critiche. A causa delle politiche di austerità le uniche
prospettive di finanziamento rimaste alle università sono lo standard NATO del
5% e il piano Readiness 2030 della Commissione Europea.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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