Quando i soldi per curarsi non bastano
Nonostante il carattere universalistico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN),
l’accesso alle cure in Italia è oggi fortemente condizionato dalla capacità
economica dei singoli. È quanto emerge dal rapporto “Quando i soldi non bastano
– Il razionamento sanitario in Italia”, realizzato da ACLI, CAF ACLI, NeXt Nuova
Economia per Tutti e dall’Università di Roma Tor Vergata e con il supporto di
Comipa, Federcasse BCC, Federazione Lombarda BCC e Federazione Toscana BCC e
IREF. La ricerca, basata sull’analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei
redditi (modello 730) tra il 2019 e il 2024, documenta l’esistenza di un
razionamento sanitario implicito.
Dividendo la popolazione in 5 scaglioni di reddito, dal più basso al più alto,
la spesa media “di tasca propria” (out of pocket) ed escludendo i ticket
sanitari, evidenzia che i contribuenti con i redditi più elevati spendono
mediamente fra quattro e cinque volte in più rispetto ai contribuenti con i
redditi più bassi. Un fenomeno dovuto ai limiti di accesso alla sanità pubblica
(lunghi tempi di attesa e carenze nei servizi di cura non emergenziale) che
spingono chi può permetterselo verso il privato, lasciando indietro le fasce più
fragili.
Questi i risultati più salienti dell’indagine: 1. A parità di condizioni di
salute, i contribuenti più poveri spendono tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno
all’anno in cure sanitarie rispetto ai più abbienti. 2. Circa il 57% dei
contribuenti appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara
alcuna spesa sanitaria privata. Nel sottocampione degli anziani la differenza
tra basso e alto reddito si fa più evidente: il 55-60% non dichiara alcuna spesa
sanitaria privata, contro il 7-15% dei coetanei più ricchi. 3. Il valore medio
annuo della spesa farmaceutica passa da circa 278 euro nello scaglione di
reddito più basso a oltre 415 euro nello scaglione più elevato; queste
differenze non riguardano solo la probabilità di acquistare farmaci, ma anche il
valore medio della spesa sostenuta. 4. Un aumento di reddito per chi si trova
negli scaglioni più bassi aumenta la spesa sanitaria di più di quanto avviene
per chi si trova negli scaglioni più elevati evidenziando il peso maggiore di
bisogni insoddisfatti. 5. Il COVID-19 ha agito come amplificatore delle
diseguaglianze. Mentre i redditi alti hanno recuperato rapidamente i livelli di
spesa sanitaria pre-pandemici, per i ceti fragili, gli anziani e le donne il
recupero è ancora incompleto. 6. Dove i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA)
sono più alti, funzionano meglio prevenzione e servizio pubblico e il ricorso
forzato al privato diminuisce sensibilmente.
Il fenomeno del razionamento che viene evidenziato dal rapporto ha almeno
quattro dimensioni: una quota maggiore di cittadini a basso reddito che non ha
accesso alla sanità privata, accesso che vorrebbe per completare le proprie
cure; una spesa minore rispetto a quella desiderata in sanità privata; una
minore spesa in farmaci e dispositivi medici e acquisto di farmaci e dispositivi
di minore qualità; una maggiore elasticità del reddito alla spesa sanitaria,
indice di un bisogno di spesa non soddisfatto dai livelli di reddito correnti.
Queste evidenze indicano la presenza di bisogni sanitari insoddisfatti nelle
fasce più deboli e sollevano interrogativi sull’equità del sistema attuale. “I
dati mostrano una realtà preoccupante. Il nostro Servizio Sanitario sulla carta
è universale, ma, fuori dall’emergenza e dai codici rossi, barriere economiche e
lunghi tempi d’attesa costringono i più fragili a rinunciare alle cure, ha
sottolineato Leonardo Becchetti, fondatore di NeXt Economia e professore
dell’Università di Roma Tor Vergata, curatore della ricerca, parliamo di una
spesa sanitaria inferiore fino a 2.000 euro tra il primo e l’ultimo scaglione di
reddito. Miglioramento della sanità pubblica e delle case di comunità,
prevenzione, ottimizzazione della spesa, progressività fiscale sono le azioni
che servono per rimettere al centro i territori e la comunità, trasformando la
salute da bene di mercato a pilastro di una nuova economia civile”.
Dalla ricerca emergono alcune possibili direzioni di policy per contrastare la
crescita delle diseguaglianze: 1. Potenziamento del sistema pubblico con
prevenzione e LEA. La prevenzione è una leva cruciale: dove screening, medicina
territoriale e sanità pubblica funzionano meglio, la necessità di sostenere
spese private si riduce e l’accesso alle cure diventa meno dipendente dal
reddito. Un miglior livello di LEA riduce le diseguaglianze. 2. Valorizzazione
delle “Case di comunità”. L’integrazione con i servizi sociosanitari, con il
contributo sussidiario del terzo settore, aumenta l’accesso al diritto alla
salute. 3. Maggiore equità nella fiscalità sanitaria. Superare l’attuale sistema
che esclude chi si trova nella “no-tax area” e rendere le agevolazioni fiscali
più progressive e introdurre meccanismi rimborsabili per i redditi più bassi.
4. Sanità e territorio. Il mancato accesso alle cure non si concentra tanto
sulle emergenze, quanto sulle prestazioni differibili ma essenziali: visite
specialistiche, diagnostica, follow-up e cure croniche. Ridurre i tempi di
attesa in questi ambiti significa ridurre la necessità di ricorrere al privato e
può essere possibile integrando Stato, Mercato e Comunità. 5. Sistema
assicurativo complementare. Il rafforzamento di forme di assicurazione sanitaria
integrativa a carattere mutualistico e no profit potrebbe contribuire a ridurre
le diseguaglianze, offrendo una copertura accessibile anche a lavoratori
precari, anziani e famiglie a basso reddito. 6. Procurement orientato al valore.
Adottare politiche di acquisto di dispositivi medici che premino la
sostenibilità sociale e la trasparenza libera risorse da reinvestire dove
realmente serve. 7. Monitoraggio costante. Creare un coordinamento nazionale,
collegando i diversi osservatori nazionali già esistenti, darebbe la possibilità
di avere un “cruscotto di indicatori” capace di misurare sistematicamente il
razionamento sanitario.
Qui per approfondire e scaricare il Rapporto:
https://www.nexteconomia.org/progetto/il-razionamento-sanitario-in-italia/.
Giovanni Caprio