I Vescovi calabresi e l’Arcivescovo di Palermo: parole inequivocabili sui migranti e le scelte governative
Le spiagge siciliane e calabresi stanno restituendo i corpi di uomini, donne e
bambini lasciati affogare nelle acque del Mediterraneo nelle scorse settimane.
Si presumono siano state inghiottite dalle onde almeno un migliaio di persone,
lasciate naufragare senza che sia stato attivato nessun mezzo di soccorso.
Responsabili l’Italia e l’Europa intera a causa di una politica sicuritaria di
respingimento dei migranti invece che di attuazione del diritto del mare,
diritto al soccorso e salvataggio in caso di pericolo.
La vista dei cadaveri spiaggiati sulle coste del Sud Italia non può lasciare
indifferenti le persone comuni, che umanamente sono toccate dall’orribile
spettacolo; di fatto, lascia cinici e indifferenti legislatori e governanti che
rendono crimine ciò che è un diritto umano, codificato nella Carta delle Nazioni
Unite, ormai diventata carta straccia: il diritto di emigrare.
I vescovi calabresi hanno alzato la voce contro una politica disumana nei
confronti dei migranti in seguito al ritrovamento di quindici corpi restituiti
dal mare dopo il passaggio del ciclone Harry:
«Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere. Lo diciamo con il dolore di
pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni
essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza
di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo
consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi
del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro
93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti». Una parola chiare sui fatti,
dunque.
L’ appello ai fedeli e alle istituzioni
«Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di
un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione […].
Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e
aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore
[…].
Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della
migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che
crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo
accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari
sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria […].
Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria
contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto.
Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio».[1]
Il messaggio dell’arcivescovo di Palermo
Molto esplicito e durissimo l’intervento dell’arcivescovo di Palermo, Corrado
Lorefice, nel suo messaggio alla ong Mediterranea Saving Humans nel giorno della
commemorazione delle vittime dell’immigrazione nel porto di Trapani; parole
inequivocabili che hanno scatenato nei suoi confronti un’ondata di insulti sui
social: «Carissime e Carissimi tutti, sono sinceramente dispiaciuto di non poter
prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro
ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia! –
consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di
ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere
umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul
soccorso. Tutti Vi abbraccio fraternamente e di vero cuore!».
Dopo questo abbraccio caloroso ai volontari che operano per il soccorso in mare,
la denuncia senza mezzi termini: «Il Vostro oggi […] è un segno forte e
prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno
degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano
l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di
libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità.
Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono
l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci
solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come
criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia
delle onde.
Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi
per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli
sbarchi. Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni,
desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita
dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti». Un’accusa
diretta e inequivocabile alle politiche governative volte a ostacolare l’azione
volontaria di soccorso in mare da parte delle Ong.
Dopo aver ricordato il dovere umano di dare degna e certa sepoltura alle vittime
e le parole del compianto papa Francesco durante il suo primo viaggio a
Lampedusa, l’Arcivescovo invita a una reazione cosciente:
«Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un
partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere
fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel
Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della
Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire
dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive
nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai
migranti, dal rifiuto dell’altro».[2]
Il silenzio dei vescovi sardi
Anche la Sardegna è interessata dal fenomeno migratorio, sia per gli sbarchi di
piccole imbarcazioni piene di migranti sempre più numerosi provenienti dalle
coste tunisine e algerine sia per la presenza nell’Isola di centri di prima
accoglienza e del CPR di Macomer.
CPR di Macomer (Foto Facebook)
Tramite l’“Assemblea No Cpr Macomer” è stata divulgata la notizia della rivolta
nel Cpr di Macomer nel pomeriggio del 9 febbraio scorso:
«Mentre il governo italiano – afferma il comunicato – si prepara a spingere
sempre più in là il limite della violenza contro i migranti attraverso un Ddl
sull’immigrazione che aggiunge infamia a leggi già oggi indegne di un paese
civile, dobbiamo ancora una volta fare luce su quello che succede nel CPR di
Macomer. Apprendiamo che lunedì pomeriggio in uno dei blocchi del CPR di Macomer
è stato appiccato un incendio. Non è raro che la rabbia degli internati dentro i
CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle.
Alla vista dell’incendio si è scatenata la protesta degli internati di un altro
blocco. La protesta è stata sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine presenti
sul posto. Sappiamo che ci sono internati feriti che hanno dovuto ricorrere alle
cure del Pronto Soccorso di Nuoro. Sappiamo che gli internati del blocco
incendiato sono stati picchiati e tenuti al freddo per ore.
Alcuni di loro hanno iniziato uno sciopero della fame. Il blocco incendiato è
stato svuotato, alcuni internati sono stati trasferiti in altri blocchi, alcuni
in altri CPR […]. L’accelerazione impressa dall’attuale governo verso l’abisso è
evidente: un’infinità di decreti e disegni di legge repressivi, idioti e
violenti si sta abbattendo sulla nostra società, cercando di affermare il
principio che la vita umana ha dignità solo quando lo decide chi comanda».
Il documento ricorda che la quotidianità nei centri di detenzione è fatta di
sopraffazione e violenza, denunciate da anni: «[…] quanto sia intrinsecamente
violenta e degradante la creazione dei campi di concentramento per migranti che
vanno sotto il nome di CPR, l’inevitabile clima di violenza, sopruso e omertà
che è essenziale per il funzionamento di queste strutture».
Questa condizione di trattenimento forzato delle persone nei CPR è stata a più
riprese resa pubblica, in particolare dalla europarlamentare Ilaria Salis dopo
la sua visita al centro di Macomer e dalla deputata Avs Francesca Ghirra, che ha
presentato un’interrogazione alla Camera.
Stride il silenzio dei vescovi sardi di fronte a una situazione così allarmante.
[1] L’appello completo in “Il mare ci chiede conto”, Dichiarazione dei vescovi
della C.E.C. – Conferenza Episcopale Calabra, 22 febbraio 2026:
https://www.conferenzaepiscopalecalabra.it/2026/02/22/dichiarazione-dei-vescovi-della-calabria-il-mare-ci-chiede-conto/
.
[2] Il messaggio completo di Mons. Orefice, in
https://stampa.chiesadipalermo.it/nel-mediterraneo-nellennesima-strage-non-e-una-tragedia-consumatasi-nel-piu-assoluto-silenzio-gridato-da-precise-scelte-politiche/.
Pierpaolo Loi