Processo di Cutro, parlano i familiari delle vittime: “Almeno chiedeteci scusa”
Martedì 24 febbraio a Cutro prima dell’udienza si è tenuta la conferenza stampa
dei parenti delle vittime della strage. Hanno detto che è difficile vivere senza
giustizia, è difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari che
sono arrivati morti sulle vostre coste, vivere giorno per giorno nella speranza
che non accada ad altri, vivere nella paura che altri membri delle nostre
famiglie e bambini, padri, nonni siano costretti ad attraversare il mare per
piangere sulle tombe dei propri cari. Farzaneh è arrivata a Crotone dalla
Germania grazie all’associazione Carovane Migranti insieme alla mamma Laila
Temori e alla sorella Fatima Maleki per partecipare alle commemorazioni del
terzo anniversario della tragedia.
Ecco la sua dichiarazione. “Siamo stanchi di tutta questa morte, sofferenza e
ingiustizia. Siamo venuti in Europa in cerca di sicurezza e di una vita
dignitosa, in Paesi che si definiscono culle della democrazia e dei diritti
umani, ma oggi assistiamo alla morte dei nostri cari in mare. Una morte che
avrebbe potuto essere evitata. Una morte causata da negligenza e indifferenza”.
Farzaneh ha chiamato uno per uno i responsabili della tragedia di Cutro, i sei
ufficiali che non hanno agito tempestivamente per soccorrere il cacicco travolto
dalle onde e dalle secche della spiaggia di Cutro.
Davanti alla stampa, agli avvocati e all’eurodeputato Mimmo Lucano Farzaneh ha
dichiarato che secondo le prove raccolte finora le persone che avevano la
responsabilità al momento dell’incidente e che non hanno fornito i doverosi
soccorsi sono gli ufficiali Nicolino Vardaro Giuseppe Grillo, Alberto Lippolis,
Nino Lo Presti, Nicola Manio e Francesca Perfido.
“Chiediamo a queste persone” ha continuato Farzaneh “e alle autorità competenti
di rispondere delle loro azioni. Perché i soccorsi non sono arrivati, perché la
vita delle persone è stata ignorata? Ci attendiamo delle scuse da queste
persone. Non è stato un incidente, ma è stata una grave irresponsabilità degli
apparati dello Stato italiano. Queste persone devono affrontare le conseguenze
delle loro azioni. I familiari da anni chiedono almeno di poter ottenere dei
visti affinché i genitori e i nonni che sono ancora nei Paesi di provenienza dei
migranti morti a Cutro possano elaborare il lutto, prendere contatto con la
morte dei loro cari e pregare sulle loro tombe. Finora il governo della Meloni
non ha dato risposte nonostante abbiano nel 2023 promesso ai familiari
assistenza e solidarietà”.
Durante l’udienza il colonnello Cara dei Carabinieri ha ricostruito la
cronologia delle telefonate che si sono intercorse nelle 24 ore prima del
naufragio, dimostrando come Guardia Costiera e Guardia di Finanza si sono
rimpallate le responsabilità insieme al centro operativo di Roma rispetto alla
possibilità di uscire con delle lance per poter intercettare e salvare i
profughi del cacicco Summer Love.
Dall’udienza e dalla testimonianza del colonnello dei Carabinieri è emersa una
situazione complessa, con comunicazioni che si contraddicevano; già alle 22
Frontex aveva avvisato che il cacicco navigava con un carico cospicuo di essere
umani tutti in coperta in condizioni meteo-marine assolutamente drammatiche.
Quello che posso dire di aver capito da questa scorcio di udienza è che le
responsabilità del rimpallo fra Guardia di Finanza e Guardia Costiera sono
politiche, nel senso che i decisori politici hanno dato un mandato ben chiaro
alle nostre unità navali: aspettare prima di salvare, privilegiare un’azione di
Law and enforcement al posto di un’attività di Search and rescue. Per questo
nonostante le chiamate da parte di telefoni cellulari col numero internazionale
dalla Summer Love fino alle quattro di notte, ora dell’inizio del naufragio
sulle secche di Steccato di Cutro, nessuno si è mosso, nessuna unità navale è
uscita per un’attività di soccorso.
Secondo l’avvocato dell’ASGI Dario Belluccio, che difende la famiglia Maleki,
sono proprio le regole di ingaggio che sono cambiate, da Mare Nostrum, in cui
l’obiettivo era salvare i migranti, a Frontex, in cui l’obiettivo è
sostanzialmente respingerli.
L’avvocato Belluccio ha spiegato che non sarà un processo facile sia per il
ruolo e le alte cariche degli imputati, sia perché non è facile mettere in
discussione il paradigma politico che soggiace ai naufragi, cioè la scelta di
non favorire l’arrivo dei migranti, anche quelli che avrebbero tutti diritti di
essere accolti, visto che sono in fuga da dittature religiose e politiche, da
situazioni pesanti di conflitto. Invece si preferisce farli morire in mare,
lungo la rotta balcanica o al confine tra Italia e Francia.
Dopo questa lunga giornata, in cui sono stato vicino al dolore dei familiari
traducendo le loro parole dal tedesco, visto che l’altra lingua parlata che
quasi nessuno conosce è il farsi, mi chiedo cosa diranno tra cinquanta o cento
anni quelli che verranno dopo di noi. Mi chiedo come ci giudicheranno per aver
lasciato accadere un simile disastro.
Manfredo Pavoni Gay