Se la scuola va alla guerra, chi educa alla pace?
Una riflessione sul rapporto tra scuola, guerra e pace: tra il rischio di una
cultura della forza e la possibilità di un’educazione fondata sulla nonviolenza
La scuola italiana in tempi di guerra globale e permanente. Una scuola di
guerra, militarizzata, gerarchizzata, escludente, funzionale a legittimare la
cultura dominante dell’uso della forza e della violenza e della cancellazione
del diritto internazionale? O una scuola che resiste alla cultura della guerra e
educa alla pace e alla noviolenza?
La scuola va alla guerra
Il processo di militarizzazione del sistema scolastico-educativo nazionale,
istituzionalizzato a partire dalla prima decade del nuovo millennio grazie ai
protocolli tra il Ministero dell’Istruzione e quello della Difesa, è ormai un
pilastro fondante della programmazione e della stessa vita quotidiana in buona
parte delle scuole di ogni ordine e grado del Paese. La “cultura della difesa”,
funzionale a rafforzare il consenso generale, specie delle nuove generazioni,
verso le forze armate, il complesso militare-industriale e l’espansione delle
spese per il riarmo a detrimento del welfare, è uno degli obiettivi cardine
della “nuova” scuola del merito individualista e dei “valori”
storico-tradizionali-religiosi dell’Occidente.
A riempire di principi e contenuti la “cultura della difesa” vengono chiamati in
cattedra generali, ammiragli e manager delle aziende del comparto bellico. Non
c’è giorno che nelle aule e nelle palestre delle scuole d’Italia non si assista
alle loro “lezioni” di storia, geostrategia, scienze e tecnologia, diritto
costituzionale, cittadinanza, legalità, cyberbullismo, violenza di genere,
educazione alimentare, sport, ecc. ecc.. Caserme, comandi strategici, basi
terrestri, aeree e navali, poligoni militari, fabbriche di cannoni, pistole e
fucili, sono meta di visite guidate, laboratori, tirocini, percorsi di
alternanza scuola-lavoro di decine di migliaia di studenti di ogni età,
comprese/i bimbe e bimbi delle materne.
Linee guida e indicazioni ministeriali per programmi e curricula vengono
infarciti di parole-concetti come Patria, Nazione, Territorio, Identità
culturale nazionale mentre vengono condannati all’oblio i principi della Pace,
del Disarmo, della Nonviolenza, della Cooperazione tra i popoli, affermatisi con
le riforme degli indirizzi scolastici e le sperimentazioni dal basso degli anni
Settanta – primi anni Ottanta del secolo scorso.
La scuola va alla guerra, dunque, e la guerra si radica nella scuola. La
dilagante militarizzazione della società, dell’economia, della cultura, del
linguaggio militarizza le stesse istituzioni scolastiche che assumono sempre più
il modello “caserma”: dirigenti manager, autoritarismo imperante,
gerarchizzazione delle funzioni docente, ridimensionamento drastico della
collegialità didattica e delle finalità degli organi collegiali, l’uso ossessivo
dei procedimenti disciplinari e delle ispezioni contro il personale
“disobbediente”, ecc..
Scuola-caserma armata e militarizzata che ha inesorabilmente ridotto gli spazi
di libertà di espressione, autonomia di pensiero, condivisione e crescita
umana-sociale-affettiva delle nuove generazioni. La valutazione ossessiva e
onnipresente, i test INVALSI, l’idolatria del modello neoliberista dello
studente imprenditore di sé stesso, la competitività esasperata, un’urbanistica
infrastrutturale e il crescente impiego di sistemi di vigilanza e controllo
mutuati dal Panopticon descritto dal sociologo Paul-Michel Foucault in
Sorvegliare e punire (1975) – l’ultimo dei quali, il registro elettronico,
pervade il vissuto di minori, genitori e insegnanti, contribuiscono
ulteriormente al processo di trasformazione delle istituzioni scolastiche in
centri di costrizione e coscrizione per i futuri signorsì, ciechi obbedienti,
nelle trincee dell’apocalisse nucleare che incombe alle porte dell’umanità.
LA SCUOLA CHE RIPUDIA LA GUERRA
C’è una scuola italiana che la guerra la ripudia, la contrasta e la diserta e
che, contro vento e maree, denuncia e stigmatizza i processi in atto, provando a
costruire e condividere percorsi di educazione alla pace e al disarmo degli
arsenali e delle coscienze. Questa scuola vede migliaia di insegnanti progettare
e sperimentare percorsi educativi condivisi e compartecipati, orizzontali,
profondamente democratici. Vengono costruite reti di relazioni ed interscambio,
promosse organizzazioni e/o collettivi non formali.
L’esperienza più dirompente contro la scuola di guerra è rappresentata
dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
sorto nel marzo 2024 grazie all’impegno lungimirante di sindacati di base,
associazioni cattoliche pacifiste, accademici e insegnanti. L’Osservatorio
monitorizza e denuncia gli interventi di occupazione diretta e indiretta del
sistema educativo da parte dei militari e delle industrie belliche; organizza
corsi di formazione per il personale scolastico; promuove campagne di
disobbedienza e obiezione alla “cultura della guerra” socializzando strumenti
legali di resistenza.
Sempre in ambito nazionale è stata promossa la campagna La conoscenza non marcia
con una petizione popolare che punta a portare in Parlamento una proposta di
intervento legislativo per separare il sistema dell’istruzione e della ricerca
dalla crescente integrazione con il settore della Difesa. Punti centrali della
proposta: “vietare le collaborazioni tra scuole, università e industria
militare; creare organismi indipendenti che controllino accordi e partnership;
garantire a studenti, docenti e ricercatori il diritto all’obiezione di
coscienza”.
Più recentemente si è costituito un gruppo di lavoro composto da insegnanti e
giovani ricercatori universitari che ha lanciato l’appello I.A. Basta! contro le
collusioni dei colossi transnazionali Big Tech (Google, Amazon, Facebook, Apple,
Microsoft) – sempre più invasivi in ambito scolastico e universitario – con il
settore militare, primo fra tutti il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti
d’America. A inizio anno scolastico 2026-27, l’Osservatorio contro la
militarizzazione, Docenti per Gaza e la Scuola per la Pace di Torino hanno
promosso una mobilitazione nelle scuole d’Italia, Non dimentichiamoci di Gaza,
contro il genocidio israeliano del popolo palestinese ed ogni forma di
connivenza e collaborazione da parte dei governi e delle aziende internazionali.
Gli insegnanti sono stati invitati a tenere una lezione durante i primi giorni
di scuola su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza e, ormai, in tutta
l’area mediorientale e dell’africa nord-orientale.
Gaza, genocidio e guerra nel Golfo Persico sono temi fin troppo scomodi e lo
scorso anno non sono mancate le intimidazioni del Ministero e dei suoi organi
territoriali contro istituti, dirigenti e docenti che hanno sentito il dovere di
rispondere alle domande e alle inquietudini dei propri allievi, attivando
seminari ad hoc, laboratori pluridisciplinari, incontri con organizzazione non
governative attive in ambito umanitario e in difesa dei diritti umani. Purtroppo
gli atteggiamenti di autocensura si moltiplicano un po’ ovunque, consumando
pericolose fratture tra gli educatori e tra questi e le nuove generazioni sempre
più affamate di verità, giustizia e solidarietà.
A chi scrive, insegnante ormai prossimo alla pensione, capita sempre più spesso
di vedere respinta la richiesta di poter narrare ai piccoli alunni la
fiaba-performance sul dramma dei piccoli rifugiati gazawi e l’esperienza delle
flotille umanitarie, da poco pubblicata. (1) “Non sono argomenti per bambini!”,
quasi sempre la motivazione addotta. Peccato che la fiaba abbia preso origine
dai laboratori partecipati promossi in alcune classi della primaria al rientro
dalla missione dell’imbarcazione Handala della Freedom Flotilla Coalition, a
fine luglio 2025. E che le parole utilizzate per descrivere i crimini a Gaza,
siano quelle utilizzate dalle nostre bimbe e bimbi, profondamente turbati
dall’incapacità o dalla non volontà degli adulti del mondo intero di impedire
quanto fatto contro i “cuginetti dell’altra parte del Mediterraneo”.
L’EDUCAZIONE ALLA PACE COME LENTE EPISTEMOLOGICA
Tanti insegnanti alla primaria come alla secondaria stanno elaborando percorsi
di riflessione collettiva e globale sul senso della guerra e sul bisogno di
pace, con metodologie ben distanti dalle sempre più sterili “unità didattiche” o
da quei progetti fine a sé stessi che proliferano nelle scuole sempre più simili
ad una macchina-progettificio.
“Sono lavori che esprimono la convinzione che educare alla pace, al conflitto
che si risolve quando trova soluzione anche se provvisoria, è frutto di una
postura etica, sempre presente nelle aule, appresa per modello dagli adulti,
fatta di amicizia, accettazione delle differenze ed empatia nel gruppo dei
pari”, scrive Renata Puleo, ex insegnante ed ex dirigente scolastica, che per
l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha
curato un’inchiesta sulle proposte didattiche per insegnare la Pace nella scuola
primaria. (2)
“L’educazione alla pace non deve essere intesa come una disciplina accessoria,
una semplice parentesi teorica o un modulo estemporaneo da erogare in occasione
di particolari ricorrenze”, avverte la saggista nonviolenta Laura Tussi. “Essa
deve configurarsi come la lente epistemologica attraverso cui rileggere l’intero
curricolo scolastico, dall’insegnamento della storia a quello delle scienze,
dalla letteratura alla filosofia (…) Custodire il sistema scolastico come spazio
autenticamente democratico vuol dire garantire alle nuove generazioni il diritto
di immaginare e costruire un futuro svincolato dalla grammatica della guerra,
riappropriandosi di una capacità di visione teorica e pratica radicata nel
rispetto della vita e della dignità umana”.
È questa la scuola che invoca la Pace e lotta per il diritto alla sopravvivenza
dell’umanità intera.
Note
1. Mazzeo, Mi chiamo Handalino, (illustrazioni di Lelio Bonaccorso), Miranda
editrice, Milano, 2026.
2. https://osservatorionomilscuola.com/2026/01/26/proposte-didattiche-insegnare-pace-scuola-primaria/
3. https://www.farodiroma.it/la-scuola-sotto-assedio-la-deriva-bellicista-dellistruzione-e-la-scommessa-pedagogica-delleducazione-alla-pace-nella-rigorosa-analisi-di-laura-tussi-sante-cavalleri-con-un-disegno/
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università