Verona, protesta durante la chiusura dei Giochi Olimpici
Ieri, 22 febbraio, l’Arena di Verona ha ospitato la cerimonia di chiusura dei
Giochi Olimpici. Nel pomeriggio, però, le strade del capoluogo scaligero hanno
visto sfilare anche un corteo di protesta organizzato dal comitato cittadino
“Olimpiadi No Grazie”, al quale hanno aderito diverse realtà locali.
La manifestazione ha rappresentato l’atto conclusivo di una serie di
mobilitazioni avvenute nei giorni scorsi in tutto il Nord Italia. Un’iniziativa
che ha voluto lanciare un forte atto d’accusa contro un modello di gestione dei
grandi eventi ritenuto capace di privatizzare i profitti e socializzare i costi,
distruggere territori in nome dello spettacolo, ridurre gli spazi democratici e
normalizzare guerra e devastazione ambientale sotto la copertura dello sport.
Tra i presenti anche movimenti impegnati nella denuncia del genocidio del popolo
palestinese, che hanno richiamato ancora una volta il legame tra alcuni sponsor
olimpici – in particolare l’azienda Leonardo – e il conflitto in corso nella
Striscia di Gaza, criticando quella che definiscono “una finta pace utile solo a
mascherare la violenza”. Al corteo hanno partecipato inoltre gruppi come
Extinction Rebellion e vari centri sociali del territorio, che rivendicano una
dimensione popolare dello sport come strumento di resistenza e liberazione.
Tra le centinaia di manifestanti erano presenti anche attiviste del collettivo
“No Food No Scienze – Mantova”, che denunciano presunti comportamenti illeciti
da parte di agenti della Digos nei confronti di una loro compagna, Eleonora,
trattenuta con motivazioni ritenute pretestuose.
Secondo la ricostruzione fornita dall’attivista, per il fermo sarebbero stati
impiegati inizialmente cinque agenti, diventati poi circa quindici nel corso
dell’ora trascorsa davanti alla stazione, con due volanti pronte ad
accompagnarla in questura per la consegna di notifiche relative a procedimenti
passati. Eleonora si sarebbe rifiutata di salire sull’auto di servizio e, grazie
all’arrivo di alcune compagne accorse per tutelarla, sarebbe riuscita a lasciare
il fermo e a raggiungere il punto di concentramento del corteo, dove ha poi
preso la parola per raccontare l’accaduto.
Il collettivo denuncia, inoltre, commenti ritenuti discriminatori da parte degli
agenti: a Eleonora sarebbe stato suggerito di “fare una visita medica”, con
chiari riferimenti alla sua salute mentale, e addirittura di “provare a fare un
concorso nelle forze dell’ordine”, dopo che la manifestante aveva rivendicato il
diritto di utilizzare il cellulare durante il fermo.
Durante il corteo, diversi interventi al microfono hanno collegato l’episodio ad
altri casi avvenuti nella stessa stazione di Verona, ricordando la morte di
Moussa Diarra e chiedendo “verità e giustizia per tutte le vittime di
un’istituzione violenta”.
Il dispiegamento delle forze dell’ordine, finanziato con fondi pubblici, è
apparso sproporzionato e pretestuoso: un dispositivo che, più che garantire
l’ordine pubblico, sembrava volto a ostacolare chi si recava a Verona per
esprimere il proprio dissenso.
Durante il percorso, il corteo si è fermato nei pressi di piazza Brà, lasciando
sulla strada la scritta “5 cerchi, 1.000 debiti”, per denunciare nuovamente i 7
miliardi di euro di spesa pubblica stanziati per l’evento, in un contesto in cui
Niscemi sprofonda negli abissi e circa il 10% delle famiglie italiane, secondo i
dati Istat, vive in condizioni di povertà assoluta.
Non c’è dubbio, quindi, che queste Olimpiadi, più che rappresentare un’occasione
di onore e prestigio per l’Italia, abbiano messo in luce la totale inadeguatezza
del governo Meloni e la distanza tra le sue priorità e i reali problemi del
Paese.
Redazione Italia