Berlinale 3/ Black Lions – Roman Wolves di Haile Gerima
Il monumentale lavoro di Haile Gerima Black Lions – Roman Wolves è senza ombra
di dubbio la cosa più importante prodotta fino a oggi sulla conquista coloniale
dell’Etiopia da parte del regime fascista. 531 minuti, divisi in cinque episodi
che coprono la storia di questo paese dalla vittoria di Adua (già esplorata in
Adwa, an African Victory del 1999, di cui alcuni materiali vengono qui
riutilizzati) alla preparazione della guerra, la conquista e la successiva
cacciata degli italiani, con l’intervento inglese durante il secondo conflitto
mondiale. Il documentario è stato presentato nella sezione Forum della 76°
edizione della Berlinale, in cui Gerima ha ricevuto anche la Berlinale Camera,
prestigioso riconoscimento che forse – afferma l’ironico e iconoclasta regista –
per una volta non utilizzerà semplicemente come un pesante ferma-porte.
Haile Gerima insegna cinema alla Howard University di Washington, istituzione
della East Coast che ha giocato un ruolo importantissimo, fin dagli anni ’30 del
Novecento, nel movimento per i diritti civili e contro la segregazione e da cui
sono passati tra gli altri Zora Neale Hurston e Stokely Carmichael. Nato in
Etiopia, Gerima si è trasferito negli Stati Uniti intorno all’età di venti anni
e ha svolto una parte significativa dei suoi studi a Los Angeles, dando vita,
dalla fine degli anni ’60, al Rebellion Movement di UCLA e alla scuola di Black
Cinema, inizialmente sotto la supervisione di Charles Burnett, un altro gigante
di quella ricca stagione. E proprio insieme all’amico Charlie, Gerima ha dato
vita alla Berlinale a un dibattito che ha ripercorso la storia di quegli anni,
le battaglie culturali, il cinema come arma di resistenza soprattutto contro il
soft power di Hollywood che i due registi non esitano a definire uno dei fattori
più importanti della fascistizzazione culturale del mondo odierno. Si è trattato
di un vero e proprio contraltare al tentativo di spoliticizzazione da parte
degli organizzatori e della giuria di questa 76° edizione della Berlinale, che
ha scatenato notevoli polemiche e il ritiro di alcuni film e di alcuni ospiti di
rilievo.
> Black Lions – Roman Wolves è il frutto di un lavoro pluri-decennale nel quale
> Haile Gerima ha sempre tenuto al centro la memoria vivente delle proprie
> origini e l’importanza del loro uso nella battaglia contro-culturale da
> opporre al fascismo e al colonialismo, piaghe che non sono affatto relegate
> nel passato
leggiamo proprio in questi giorni dell’ovazione che il clown Marco Rubio ha
ricevuto da parte di molti politici europei alla conferenza di Monaco sulla
Sicurezza, dove ha invitato l’Occidente a inaugurare un nuovo secolo di
colonizzazione [sic!].
La riflessione di Gerima si apre sull’accesso alle fonti documentarie che,
spiega il regista, sono oggi per la più parte in mano all’Istituto Luce e, in
copia, negli archivi delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale.
Ora, Gerima denuncia innanzitutto il “diritto” di proprietà di questi materiali
e la loro relativa inaccessibilità, spiegando le enormi difficoltà che gli sono
state opposte negli anni per l’uso di queste fonti. Come è possibile, domanda il
regista, che le immagini del suo popolo oppresso, che l’oppressore ha realizzato
nella sua opera di distruzione e di colonizzazione, non siano per lui
accessibili? In un certo senso, la domanda di Gerima evoca l’inquietante
imbarazzo per il fatto che il paese invasore – e fortunatamente sconfitto – ha
ancora il monopolio delle immagini concepite, realizzate e utilizzate a sostegno
dell’impresa coloniale. Un paradosso storico che, di nuovo, ci induce a pensare
nel presente alle enormi difficoltà incontrate per far uscire le immagini di
distruzione e morte dalla striscia di Gaza, sigillata e bombardata per mesi
dalle forze armate israeliane impegnate nel lento e atroce genocidio della
popolazione civile palestinese, che Gerima ha più volte evocato.
Nonostante le difficoltà denunciate, Gerima è comunque in grado di realizzare
più di otto ore di documentario in larga parte formato da immagini di archivio
sapientemente montate e composte in un’architettura formale originale e potente
su cui è il caso di soffermarsi. Il primo aspetto che vorrei sottolineare è
l’intreccio inestricabile di due dimensioni. La prima è quella più discorsiva e
testimoniale che riunisce, insieme alla voce fuori campo dello stesso regista,
numerose interviste a storici e testimoni oculari, raccolte negli scorsi
decenni. La seconda dimensione è invece lirica ed evocativa, e si appoggia
appunto sulle immagini di archivio, realizzate prevalentemente dagli operatori
italiani. Per queste ultime, l’intervento formale è essenziale, con sequenze
che, soprattutto nel quinto e ultimo episodio, confinano talvolta con la
composizione visiva tipica della video-arte.
> Ma il capitolo più importante della composizione formale, nonché il collante
> che tiene insieme perfettamente le due dimensioni, è la colonna sonora. Qui il
> documentario offre il suo aspetto forse più originale.
Senza troppo rivelare, sottolineo soltanto la scelta di sovrapporre e miscelare
almeno quattro bande sonore contemporaneamente. La prima è esclusivamente
composta dall’ostinato e persistente battito di un tamburo, simile al boato di
un tuono o alla detonazione di un cannone, reiterato a distanza di quattro o
cinque secondi, come un basso continuo, quasi per l’intera durata del film. A
questo si sovrappone un sonoro quasi interamente ricostruito (perché molti dei
filmati d’epoca, realizzati sul campo, sono muti) che riproduce ora il vociare
confuso della folla, ora il fruscio del vento tra gli alberi, ora il ruggito di
leoni o il ringhiare di lupi, ora il frastuono di una battaglia. Da ultimo,
alternato alle testimonianze dei sopravvissuti, Gerima aggiunge la recitazione
in amarico di versi poetici, di melodie, canti o ballate popolari, a cui
contrappone la prosa littoria, tronfia e ampollosa dei cinegiornali di regime.
Memorabile e sintomatica in questo senso la recitazione della frase indirizzata
al duce da D’Annunzio, riconoscente per aver restituito l’Etiopia alla sua vera
natura “italiana”, proprio come furono… «la Gallia di Cesare… la Dacia di
Traiano… l’Africa di Scipio…».
La complessità di questa colonna sonora, unita alla ricchezza visiva delle
immagini di archivio, si articola intorno a un artificio retorico di grande
efficacia, basato sul meccanismo della ripetizione. Più e più volte vediamo le
stesse immagini o sequenze, udiamo le stesse canzoni o poesie, reiterate senza
mai essere monotone, con il risultato di ottenere un vero e proprio effetto
ipnotico. Lo spettatore è letteralmente immerso nel “flusso” di una storia
polifonica e avvolgente, in cui sonoro e visuale concorrono a costruire un
significato alternativo e ribelle alla storia ufficiale.
A partire dagli aspetti formali si può risalire al contenuto storico-politico
della narrazione. Si tratta innanzitutto di una denuncia della violenza e della
barbarie genocida per cui gli “italiani brava gente” non avevano niente da
invidiare (ma semmai molto da insegnare) ai futuri alleati nazisti. Prima di
tutto l’annosa questione dell’uso massiccio dei gas tossici da parte degli
italiani, proibito ma largamente testimoniato e ormai messo in dubbio soltanto
da un becero revisionismo (che ha purtroppo rinnovata fortuna, ça va sans dire).
> Ma si tratta anche e soprattutto di celebrare lo spirito e la forza di
> resistenza del popolo etiope, erede della gloriosa vittoria di Adua e mai
> completamente domato nonostante l’efferata occupazione militare, le violenze e
> gli eccidi indiscriminati.
Da ultimo, si tratta ancora di celebrare alcuni aspetti minori, forse
collaterali ma importantissimi di questa vicenda storica. Tra questi vorrei
almeno menzionare la narrazione, corredata nuovamente da belle immagini di
archivio, della solidarietà popolare, panafricana e anticoloniale che si
sviluppò, dopo l’aggressione italiana, attraverso il mondo intero e, in
particolare, negli USA, nella fase più matura dell’Harlem Renaissance. Furono
significativi, anche se talvolta poco più che simbolici, i tentativi di
mobilitazione e arruolamento a sostegno dell’Etiopia, in uno slancio
internazionalista coevo di quello più famoso e più diffusamente celebrato a
sostegno della repubblica spagnola, contro l’aggressione golpista di Franco.
Un’ultima riflessione sulla scommessa concettuale più profonda di questo film,
più volte evocata dal regista nei dibattiti alla Berlinale. L’impresa è dapprima
quella di recuperare materialmente e rendere visibile universalmente l’archivio
degli orrori che, nelle immagini di archivio, sopravvive al silenzio complice
della storia scritta dai vincitori. Successivamente, il tentativo è quello di
riuscire a far parlare queste immagini che sono state pensate, girate, mostrate,
celebrate e poi archiviate e custodite dagli operatori italiani al soldo del
regime, dunque dai vincitori – che paradossalmente sono anche gli sconfitti –
contro loro stessi. Le immagini recano la traccia, nel loro stesso codice
genetico, del razzismo genocidario del regime fascista. Come riuscire a
rovesciare contro di esse il loro stesso messaggio? Louis Althusser parlava, a
proposito della metodologia del filosofo olandese Baruch Spinoza, di una
strategia simile, basata sull’utilizzo dei concetti del nemico, svuotati
dall’interno e rovesciati contro il loro uso canonico, proprio come degli
assalitori che, penetrati sui bastioni della fortezza assediata, si
impadronissero dei cannoni e li rivolgessero contro i loro primi occupanti.
Haile Gerima riesce, in un’operazione simile a quella suggerita da Althusser, a
far parlare gli archivi contro gli archiviatori, e a defascistizzare almeno un
po’ il nostro cupo presente: l’assalto alla storia in nome della verità, a quasi
novanta anni dagli eventi narrati, è appena cominciato.
In copertina un fotogramma dal film
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