Andrea Bruno / Impossibilità di un’isola
Punica fides, dal latino “fedeltà cartaginese”, per i romani significava
“malafede, spergiuro, slealtà” (Wikipedia). Punica è una città posta su un’isola
e presidiata da guardie armate. Un isola può anche rivelarsi una trappola e
Punica, nel tempo si è autoesclusa dal resto del mondo: nessuno entra, nessuno
esce. O quasi. Toni, un musicista indie senza troppo successo, vi fa ritorno
dopo molti anni, assecondando la richiesta di una giornalista, per fare uscire
Petra, una sua vecchia conoscenza.
Appena sbarcato l’atmosfera in città, cupa e opprimente, ti accoglie con una
carezza di carta vetrata. I suoi palazzi fatiscenti si alzano verso il cielo
come in una pubblicità del lato oscuro. C’è sicuramente qualcosa di
sbagliato/malato che si respira nell’aria ma che fino all’ultimo momento non
riusciremo a mettere a fuoco. Almeno non completamente.
Punica dà rifugio a giovani apolidi, punk, dissidenti, puttane, pusher e
trafficanti di ogni risma, ma assomiglia più a una precaria interzona che a uno
spazio sicuro.
La sua toponomastica si richiama inoltre a quella di un campo da baseball dove,
secondo uno schema rituale interiorizzato da entrambe le fazioni, i giovani e
le guardie (“Sbirrobinieri”) si sfidano in campo aperto in uno scontro che non
sembra possa avere mai fine. Le guardie forse non potranno neppure essere
davvero sconfitte, ma solo contenute o aggirate, come scopriremo in seguito, i
loro corpi vengono alla luce dentro a baccelli come nel film di Don Siegel (“in
questa stagione e non sono ancora formati”).
Ben presto i due protagonisti, Toni e Petra, dovranno lasciare Punica ma il
viaggio di lui si rivela molto più complicato del previsto perché certi luoghi
desolati possono trovare una reale corrispondenza soltanto in determinate
periferie della mente, che non compaiono sulle mappe ufficiali, da cui poi è
difficile uscire. Il tempo del resto sembra essersi fermato ovunque attorno agli
anni ’70, sui muri i telefoni a gettone fanno ancora parte del paesaggio urbano
e sembrano funzionare.
A scanso di equivoci: non si tratta dell’ennesima distopia. Andrea Bruno ha
scritto e disegnato Punica Fides, credo, come parabola sugli spazi perturbanti
di libertà che ogni giorno sfuggono alla narrativa della repressione
esistenziale, passando inosservati sotto ai radar della politica, rimasta senza
più nemmeno le parole per descriverli. Spazi liminari di una società invisibile,
che il resto del mondo non sopporta di dover vedere ma decodifica in forza di un
antagonismo stereotipo. La prima volta che l’ho letto – consiglio a tutti poi di
tornare a rileggerlo – Punica fides mi ha fatto pensare insensatamente a una
versione post punk di Perla, la città degli incubi e delle rovine, che pure
doveva apparire familiare ai contemporanei di Alfred Kubin.
Il fumettista catanese, tra i fondatori di Canicola, oggi docente all’Accademia
delle Belle Arti di Bologna, torna con questo graphic novel a un progetto
interamente solista, con un editore “periferico” come Sputnik, cui fa premio
oggi il rigore della ricerca e del lavoro culturale svolto negli ultimi anni.
Bruno, che nelle interviste dichiara di prendere più spesso spunto per i suoi
racconti da un’immagine che non da un’idea, introduce qui l’ambientazione come
si presenta il personaggio principale, il vero protagonista che alla fine si
mangerà la storia.
Ma, anche qui, per quanto si voglia spiegare tutto, la realtà resta più
complicata di come appare. Le tavole bianco e nero alternano il formato 2×2,
usato per inquadrare l’indecidibile umanità di Punica, alle ampie vedute
orizzontali riservate agli scorci dei paesaggi e alle rovine urbane. Il nero
compatto, bidimensionale, interagendo con le sfumature grigio sporco del
disegno, conferisce al fumetto un tratto granulare inaspettato, distintivo
rispetto a coordinate autoriali (Mugnoz, Pratt, Breccia) che Bruno indubbiamente
sa evocare. In ultima analisi Punica Fides appartiene a quel genere di fumetti
che richiede attivamente la collaborazione del lettore, sollevando più
interrogativi di quanti ne intenda effettivamente risolvere con le parole. Il
che personalmente mi ha fatto molto ben sperare.
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