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3 marzo 2021: indagine CPI su Israele
di Bruno Lai. Si apre l’indagine della CPI (Corte Penale Internazionale) sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Palestina, nei territori occupati illegalmente da Israele dal 1967: Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza. L’annuncio della Procuratrice Fatou Bensouda nel marzo 2021 ha segnato un momento storico per la giustizia internazionale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la
Palestina: la tregua che non c’è
Sommario: 1 – aggiornamenti 20 e 21 febbraio da Anbamed 2- Radio Onda d’Urto sulle manifestazioni di oggi 3 – Elisabeth Di Luca sulla Flotilla 4 – Pressenza per la campagna internazionale di protezione della popolazione della Cisgiordania 5 – Francesca Faccini sul successo delle campagne di boicottaggio 6 – Robert Inlakesh sulla questione del nuovo ordine a Gaza tramite
February 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Cisgiordania, la chiave del ritorno
Torno a casa con nella valigia una chiave, acquistata in un piccolo negozio di antichità di Gerusalemme. I palestinesi, sfollati nel ’48 durante la Nakba, si erano tenuti in tasca le chiavi di casa loro. Volevano e pensavano di poter tornare a casa. Avrebbero avuto (e avrebbero ancora) il diritto di farlo. E invece ci sono milioni e milioni di palestinesi nei campi profughi fuori, dentro la Cisgiordania e a Gaza, che non possono tornare nei loro villaggi nativi, nelle case di famiglia e neppure andare a trovare i parenti. A tutti i profughi palestinesi è rimasta solo la chiave, la chiave del ritorno. E noi abbiamo il dovere di non dimenticare il loro diritto di tornare. Nel frattempo io torno a casa, ma come al solito qui lascio troppo di me e ogni volta è sempre peggio. Perché vedere, vivere e respirare l’ingiustizia, la disumanità e le condizioni di vita che peggiorano ogni giorno di più, mi rende sempre più difficile tornare alla mia comoda vita, fatta di acqua potabile, di possibilità di spostamento senza restrizioni, senza violenza né umiliazioni quotidiane. Andateci nei territori occupati e guardate con i vostri occhi ciò che accade. Passate del tempo con loro e ascoltate le loro storie. Vi assicuro che dopo non sarà più come prima. Insieme alla chiave e a emozioni difficili da contenere, mi porto nel cuore le parole dello zio di Ahmad, proprietario dell’Educational Bookshop di Gerusalemme. Parole potenti, parole in qualche modo anche di speranza: “Possiamo essere arrabbiati, ma non dobbiamo odiare. Potremmo non dimenticare, ma dobbiamo perdonare” Redazione Italia
January 3, 2026
Pressenza
Il capo e la coda
Caro Giuseppe, ho letto quanto hai scritto nel tuo intervento su Pressenza di oggi 18 dicembre 2025 che, d’altronde, rispecchia una posizione già emersa, a dire il vero non solo da parte tua, durante la Local School March for Gaza dello scorso ottobre. Il fulcro della vostra posizione è riassumibile nella legittimità di esporre la bandiera israeliana insieme a quella palestinese. A mio parere il sostenerlo confonde il capo con la coda, la causa e la conseguenza. La coda è la necessità di una soluzione pacifica del conflitto che, come hanno iniziato a fare minoranze palestinesi e israeliane, attivi un processo di riconoscimento dei crimini e, attraverso questo, venga ricercata una soluzione di coesistenza e di giustizia. > “Posso dire che non importa la formula, non dobbiamo cercare la frase giusta: > due popoli uno Stato, due Stati un popolo. Bisogna capire che lì c’è solo > un’unica terra e un unico essere umano, può essere ebreo, cristiano, > musulmano. Su quella terra ci stanno tutti, così da duemila anni e possono > starci per altri duemila anni. In pace.” Queste sono le parole del nostro amico Muin Masri, palestinese che abita a Ivrea, scrittore e nostro compagno di passi; sono parole che ha pronunciato durante la prima Local March for Gaza e che sono sul video che la racconta. Tutti noi le sottoscriviamo. Se però le leggi bene, secondo Muin la soluzione di coesistenza deve essere riportata a prima del fatidico 1948, anno in cui venne fondato lo Stato d’Israele; per i palestinesi fu la Nakba (termine arabo che significa “catastrofe”), che ha segnato il loro esodo forzato. E questo è il capo. Lo Stato di Israele nacque dal convergere del sionismo, ideologia colonialista che vuole uno stato nazionale per il popolo ebraico, e la decolonizzazione del Medio Oriente, che voleva mantenere un presidio forte occidentale nell’area all’interno della prospettiva della guerra fredda. E poco importa che esistessero dei Kibbuz d’ispirazione socialista. E’ proprio l’impostazione nazionalista del sionismo che li ha resi complici. Insomma tra capo e coda mi pare che la confusione sia tanta sotto il cielo e anche sulla terra. Di certo non può giustificare l’esposizione della bandiera israeliana che, effettivamente, è un pugno nello stomaco per tutti quelli che in Palestina lottano per la sopravvivenza e per noi che solidarizziamo con loro. Ettore Macchieraldo
December 18, 2025
Pressenza
No, non è cominciato tutto il 7 ottobre
La mia nascita è innanzi tutto il miracolo di mia madre. O meglio il miracolo di tutte le madri, fin dagli albori dell’umanità, e il suo in particolare. Perché partorì qualche ora dopo essere stata gravemente ferita da un proiettile. La notte tra il 31 dicembre 1947 e il 1°gennaio […] L'articolo No, non è cominciato tutto il 7 ottobre su Contropiano.
October 15, 2025
Contropiano
Lontano da dove?
Comunque finisca, all’ombra di Gaza c’è una realtà politica che resta in piedi. Quella che negozia il male minore, che ogni giorno si misura con la perdita di tutto. Personalmente sono inseguito da una svista, un errore nella messa a fuoco che mi porta a confondere Gaza City con lo Shtetl e scambiare le vecchie parole per la migrazione degli ebrei dell’Europa centrorientale con le immagini dei profughi in fuga dalla città distrutta o dai villaggi di contadini. Cerco di mettere in fila qualche frammento per ritrovare un filo. Che ci sia una pulizia etnica e una deportazione o migrazione coatta mi pare un fatto. E che ci siano campi o spazi di segregazione pure. Se li chiamo Lager sembra un partito preso, ma quello sono e lo sono anche i “centri di accoglienza”. Altri fatti certi. La Nakba non è iniziata il 7 ottobre. Certo. Ma un qualche salto deve pure esserci stato se siamo ad un punto di non ritorno. Un salto, o anche solo quello che Benjamin descrisse come un taglio non marginale. Ed ecco che il mio Shtetl si avvicina a queste immagini di famiglie in fuga. Un apologo jiddish ricordava che ad un migrante che annunciava la sua partenza venne chiesto dove sarebbe andato. Lui rispose: lontano. Il suo paesano gli disse: lontano da dove? A me pare che oggi si veda che oltre al dramma storico geograficamente circoscritto ci sia un’altra dipartita. Quella di un’intera tradizione culturale con l’esperienza che oggi ne possiamo fare da testimoni superstiti. Mi pare che, da una parte e dall’altra, delle identità riconosciute si siano screditate proprio in quel tratto che pareva costitutivo, e penso all’ebraismo ma anche all’atlantismo e al diritto internazionale o all’ONU. Azzarderei qualcosa di simile per i fondamentalisti islamici, che però conosco meno. A lume di naso però credo che Twin Towers e 7 Ottobre potrebbero facilmente aggiungersi alla lista di un “il più pulito ha la rogna”. Cosa resta di quelle identità e cosa insegna la tradizione? Ha un bel dire Landini che la lotta di Gaza si lega a quella degli sfruttati contro gli sfruttatori. Due cavalli zoppi non ne fanno uno in buona salute. Perché solo la povertà dell’esperienza umana, la miseria della nuda carne, che è condizione comune di ogni campo di sterminio, è stata di nuovo rivelata senza pudore, e la sua veste migliore strappata. Ogni narrazione pare stroncata e ridotta ad una conta macabra, persino affermata pubblicamente con quel “se non accettano il piano finiremo il lavoro”. Quella frase a me pare una parafrasi letterale della “soluzione finale”, ma qui e ora è stata pronunciata ad alta voce. E non c’è nessuna ideologia che le sappia tener testa. Aggiungo che senza una qualche ideologia è impossibile non ridurre l’esperienza ad una successione cronologica di stati. Bit senza alcun valore intrinseco. Un taglio, quindi. Questo taglio rende ibrida non la guerra, che infame e bastarda lo è sempre stata, ma le maschere della civiltà. Quella di un ebraismo custode della differenza e dell’occidente paladino della democrazia. Maschere che pare ritrovino il loro ruolo solo quando vengono fatte a pezzi e bistrattati i corpi che le indossano. Non è stato tutto fatto in un giorno: ricordo le polemiche degli anni ottanta per il revisionismo dei Nuovi Filosofi; ma è un fatto che l’esercizio per lo più retorico e quotidiano di una memoria antistorica è in questo giro di giostra arrivato al suo capolinea. Così che Israele oggi può rivendicare insieme il titolo certificato del deposito di quella memoria (un titolo di razza e religione) contando sulla forza di una internazionale fascista e suprematista (che si fregia persino di quel legame tra sangue e suolo di cui la storia della persecuzione antisemita si era alimentata). Contingente, come le connessioni in campo, e necessario, che ci sia un’altra storia. Ma quale e dove? Quindi un taglio, che probabilmente si ripete a fronte di ogni monumento eretto, dentro ogni Stato ed ogni Realpolitik. E non si tratta di sviste momentanee o stato di eccezione, non una ontologia o metafisica, ma qualcosa di storico e determinato, ogni volta compiuto da qualcuno che ha dovuto lottare con la resistenza di altri. Ritrovo così per mio limite la parola tanto abusata “resistenza” e la vedo in relazione specifica a questo taglio, quello che ha disconnesso oggi questo presente proprio dalla storia della Shoah (non so e non riesco a farmi un’idea sulla possibilità che le odierne manifestazioni di massa siano una controtendenza) e separato la storia dell’Olocausto dalla lotta al nazifascismo. Anche qui ho omesso di proiettare questo schema discorsivo sulla Nakba, per mia personale ignoranza di quel mondo. Mi limito così alle mie di storie e parole, come resistenza, antifascista, proletario… c’è un taglio e una povertà di esperienza, quella che mi fa passare dai forconi ai gilet gialli e poi ad un’altra corsa, sempre aspettando che sia quella giusta. Perché sono stato fortunato e non sono dovuto andare “lontano. Lontano da dove?”. Michele Ambrogio
October 4, 2025
Pressenza
Fuori la Palestina dalle carte geografiche
Definizione di Genocidio. Secondo l’ONU: “Il genocidio è l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico razziale o religioso”. Questa definizione è stata stabilita dalla Convenzione per la Prevenzione e Repressione del delitto di genocidio del 1948 e dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale. […] L'articolo Fuori la Palestina dalle carte geografiche su Contropiano.
September 27, 2025
Contropiano
Il viaggio della Global Sumud Flotilla e la vergogna dell’Occidente
Stiamo vivendo un momento importante, il corso della storia sta davvero virando, ci sono segni di cedimento di quella continuità plurisecolare che ha visto il cosiddetto occidente egemonizzare il mondo con dosi massicce di colonialismo, genocidi, guerre, razzismo mascherato prima … Leggi tutto L'articolo Il viaggio della Global Sumud Flotilla e la vergogna dell’Occidente sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Netanyahu sta facendo a Gaza quello che Israele ha fatto in Palestina fin dalle origini
Nell’area centrale furono eseguite due importanti operazioni: la Danny e la Kedem. L’operazione Danny si tradusse nell’occupazione di Ramla e Lydda, nonché nel consolidamento del controllo sul territorio di Gerusalemme, mentre l’operazione Kedem fallì nel tentativo di occupare la città vecchia di Gerusalemme. Durante i “dieci giorni”, la brigata Etzioni […] L'articolo Netanyahu sta facendo a Gaza quello che Israele ha fatto in Palestina fin dalle origini su Contropiano.
September 1, 2025
Contropiano
Quale memoria? Shoah, Nakba e colonialismo sullo sfondo di Gaza. Seconda parte
LE OMBRE DELLA GERMANIA Dalla disfatta del 1945 alla guerra genocidaria a Gaza a cui siamo costretti ad assistere in mondovisione, la traiettoria tedesca della memoria della Shoah è stata tutt’altro che lineare. Se guardiamo ai processi di giustizia del dopoguerra, il quadro è impietoso. Cito la storica Mary Fulbrook, su circa un milione di tedeschi coinvolti a vario titolo nello sterminio dei civili ebrei, solo 6.655 furono condannati alla fine del Novecento, meno del numero di persone impiegate nella sola Auschwitz. In La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Hannah Arendt ricorda che il cancelliere Konrad Adenauer temeva che un grande processo riaprisse tutti gli orrori e ravvivasse l’ostilità internazionale verso la Germania. Entrambe le Germanie dovettero fare i conti con un consenso al nazismo diffuso fino alla sconfitta: in Germania Ovest si preferì riabilitare la maggior parte degli ex nazisti, reintegrandoli nella vita pubblica; in Germania Est si commemoravano genericamente i “caduti del fascismo”, secondo la prassi sovietica di non riconoscere esplicitamente il genocidio degli ebrei, mentre molti quadri minori del passato nazista venivano assorbiti nella nuova identità antinazista. A ciò si aggiunse la campagna staliniana contro i “cosmopoliti senza radici”, che alimentò sospetto verso gli ebrei, accusati di alto tradimento e talvolta giustiziati. Nel ventennio successivo alla riunificazione, la centralità pubblica della Shoah si è stabilizzata come parte della grammatica civile della Repubblica Federale. Nel 2008 Angela Merkel dichiarò alla Knesset che la sicurezza di Israele rientra nella ragion d’essere della Germania, impegno ribadito anche dai governi successivi fino a quello odierno. Nel 2018 la Germania ha istituito a livello federale, e poi diffuso nei Länder, gli incarichi di commissario per l’antisemitismo. La maggior parte dei commissari non è ebrea e i mandati risultano spesso ampi e poco tipizzati. Come ha scritto la redazione di Jewish Currents in un articolo del 2023, un «anti-antisemitismo concepito in modo discutibile» è talvolta divenuto meccanismo di legittimazione della germanicità. Parliamo di figure, per lo più bianche e cristiane, che si presentano come portavoce “ufficiali” degli ebrei, mettono in scena una ebraicità di facciata (foto con kippah, simbolismi) e entrano frequentemente in conflitto con ebrei di sinistra in solidarietà alla Palestina, tra cui figli e nipoti di sopravvissuti, che vengono oggi arrestati con l’accusa di antisemitismo. È il terreno in cui tornano il «filosemitismo invadente» di Jean Améry, l’«allosemitismo» di Zygmunt Bauman e, sul piano geopolitico, il filosemitismo bellico di cui scrive Enzo Traverso: l’ebreo ridotto a nient’altro che un oggetto/simbolo codificato attraverso il quale passa la redenzione tedesca. Sempre la stessa Germania che ha costruito una solida Erinnerungskultur sulla Shoah e si vanta di una cultura della memoria e della disponibilità a fare ammenda per le pagine sanguinose del proprio passato, ha atteso fino al 2021 prima di riconoscere il genocidio coloniale contro la popolazione dei Nama e degli Herero avvenuto nell’attuale Namibia tra il 1904 e il 1908. E tutt’ora si rifiuta di parlare di alcun tipo di riparazione o compensazione. LA DIDATTICA DELLA SHOAH «Oggi si dà per scontato che la memoria della Shoah sia stata sempre centrale nelle coscienze occidentali, ma non è così: i sopravvissuti ebrei del nazifascismo, una volta rientrati dalle camere della morte, furono perlopiù accolti con repulsione dall’Europa cristiana e per decenni non furono ascoltati. Basti pensare a Primo Levi: Se questo è un uomo esce nel 1947 presso una piccola casa editrice; il riconoscimento pubblico arriva solo nel 1958 con Einaudi, che inizialmente lo aveva rifiutato. Nel dopoguerra si registrano violenze antiebraiche in tutta Europa; in Polonia nascono aggressioni e pogrom contro i superstiti ebrei dei campi nazisti, e nel 1967–68 una campagna antisemita di Stato che spinge all’esodo circa 13.000 ebrei. Ci furono episodi analoghi in Slovacchia e in Ungheria. Nell’URSS e nell’Europa orientale seguirono invece le campagne “anticosmopolite”, come il processo Slánský a Praga nel 1952. La memoria della Shoah come oggi la conosciamo prende forma soprattutto dopo il 1989. Il crollo del Muro, l’allargamento a Est e la necessità di un linguaggio memoriale comune fanno della Shoah il perno simbolico dell’Europa che si rifonda. Come ha scritto Tony Judt, la memoria della Shoah ha funzionato da “biglietto d’ingresso” all’Unione Europea, spesso però senza piena assunzione di responsabilità. L’Italia mostra tutti i limiti di un’istituzionalizzazione senza responsabilità. La legge del 2000 sulla Giornata della Memoria non menziona il fascismo e piuttosto insiste su chi “si oppose”, alimentando il mai sopito mito degli “italiani brava gente”. In Polonia, l’emendamento del 2018 alla legge sull’Istituto della Memoria Nazionale ha introdotto restrizioni sul modo di parlare del collaborazionismo polacco e dell’etichetta “campi polacchi”, con effetti raggelanti sul dibattito pubblico. In questa cornice, la Shoah ha iniziato a essere raccontata come “una storia di progresso”, una cesura morale che avrebbe rimesso l’Europa sulla retta via; un “inciampo nella storia” dell’Europa illuminista, una frattura spazio-temporale che confermerebbe, per contrasto, la virtù del percorso europeo. Questa narrazione teleologica produce due esiti nefasti che oggi vediamo manifestarsi in tutta la loro chiarezza; sacralizzazione ed eccezionalità da una parte, banalizzazione e negazione dall’altra. Credo che ricucire la Shoah alle genealogie della violenza europea (o forse meglio dire della violenza della storia del mondo) non relativizzi, ma chiarisca. Segregazioni, spoliazioni, colonizzazioni, campi e lavori coatti sperimentati nelle periferie imperiali aiutano a comprendere la peculiarità storica dello sterminio nazifascista, reso possibile da un apparato tecno-burocratico che fuse amministrazione, industria e logistica statale propria dell’epoca moderna. Per uscire dal monopolio del dolore e dalla competizione tra vittime, la didattica sulla Shoah va intrecciata con le storie rimosse del colonialismo e dei genocidi dimenticati nel Sud Globale. Forse, questo riposizionamento potrebbe disinnescare le guerre identitarie e culturali a cui assistiamo nel presente. La posta in gioco non è una graduatoria del male, ma un vocabolario condiviso che tenga insieme Shoah, colonialismi e altre violenze di massa senza eliminare le specificità di ognuna, così che la memoria possa essere terreno fertile per costruire alleanze e resistenze contro la violenza razziale». Link alla prima parte dell’intervista. Redazione Italia
August 30, 2025
Pressenza