Leonardo Colombati / Odissee di mare e di terra, naufragi, superstiti
Gli amanti della lettura, nonché gli appassionati dei romanzi di avventura, non
potranno che essere felici di leggere Non vi sarà più notte, nuovo libro di
Leonardo Colombati. Si tratta di quasi settecento pagine pirotecniche che
attraversano mondi diversissimi tra loro, ma concentrati in un periodo
relativamente breve e cruciale nella storia dell’uomo, a cavallo tra la fine
dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Con una sensibilità che in alcuni
momenti sembra anticipare l’irriverenza tipica del postmoderno, l’autore
costruisce diversi ambienti animati da atmosfere il cui unico tratto comune è lo
svolgersi della vita del protagonista, Vasilij Kozlov che a diciotto anni parte
da Pietroburgo – città che da sola già rappresenta un tuffo al cuore per chi
abbia letto più di un romanzo russo dell’Ottocento – alla volta di Parigi, altra
rivale europea per cultura, fascino e forza militare.
Vasilij, detto Vaz, è un soldato, un capitano dell’esercito, ma soprattutto è un
valente tennista (ricorda qualcosa, di questi tempi?) e nei grandi parchi di
Bois de Boulogne deve misurarsi contro campioni di altre nazioni in confronti
che gli uomini dell’epoca vivono come alternativa alla guerra, proprio in un
momento in cui l’Europa e il mondo si trovano su una lastra di ghiaccio che
scricchiola sotto i loro piedi. Qui, a partire dal viaggio in treno, è tutto un
fiorire di divise, di gradi militari, di fanciulle seducenti e seduttrici, di
piedini bianchi come il marmo che si fanno accarezzare dolcemente, ma di
nascosto, di prodezze e di scelte coraggiose e avventate di gioventù. E così Vaz
si innamora, ampiamente ricambiato, dell’immancabile infelice e deliziosa
fanciulla francese, Cécile, già promessa sposa a un ufficiale tedesco.
Ecco allora il secondo tempo: la fuga in nave per l’America. “La malattia che
ogni ragazzo sognava di buscarsi”. E il set narrativo cambia radicalmente. Il
capitano dell’esercito russo diventa un signor nessuno. Nella nave viene a
contatto con diverse categorie di immigrati (gli italiani sono in terza classe
con i capelli imbrillantinati, le loro donne vestite di nero, e protestano per
la cattiva qualità del cibo che viene loro propinato). Quando sbarca, dopo la
pausa a Ellis Island, vede come la propria storia e la propria identità vengano
violentemente manomesse, storpiate o rimosse. In America basta il nome. Ci
dimentichiamo i vini pregiati, le dispute filosofiche, i café parigini, le
partite a scacchi, per addentrarci in bordelli newyorkesi, vivere di stenti,
incontrare e/o evitare gangster provare a salvare bambini senza famiglia e, di
nuovo, innamorarsi, questa volta di Elena, diventare padre e avere un figlio.
Nella dimensione americana che rappresenta nel tempo il momento più importane
nella formazione e nella crescita di Vaz, trovano spazio altri due ambienti,
altri due contenitori, altri due “campi semantici” che bene si prestano a
raccontare la storia, non solo del personaggio, ma degli Stati Uniti interi,
almeno per quell’epoca. Il primo è il circo e più in generale il mondo dello
spettacolo, il secondo è la galera, in particolare la prigione di Sing Sing,
sulle rive del fiume Hudson, a nord di New York.
In parte del romanzo, la narrazione si fa quasi surreale. I colpi di scena
aumentano. Tra le miserie e le piccole cose della vita quotidiana, tra la
violenza subita e le ingiustizie, emergono con più forza i sentimenti “veri”.
Vaz lo leggiamo nella sua forma di “adulto”. I personaggi celebri come Isadora
Duncan si incontrano e si intrattengono con eroi sconosciuti. Incontriamo
Charlie Chaplin e Harry Houdini che sembrano “danzare” intorno alle vicende di
Vaz. Insieme a loro maghi e fattucchiere, spie, politici e attori. La realtà
storica e la cronaca si lasciano sedurre dalla fantasia letteraria per creare un
mondo muovo e immaginario che però restituisce bene le atmosfere dell’epoca dove
le categorie ottocentesche sono ormai in declino e un nuovo mondo sta per
nascere senza che nessuno possa avere il sospetto che stia per esplodere una
guerra mondiale. Anzi due.
Chi è infine Vaz? Cosa rimane di lui? È forse qualcuno con cui ci immedesimiamo:
Vaz è un eterno superstite. Assomiglia all’alieno di David Bowie. Nei passi
narrati, la sarabanda di avventure e occasioni all’interno delle quali si muove
l’ex capitano di un esercito ormai di un’altra dimensione, prosegue verso
un’atmosfera sempre più surreale che assume quasi i toni del racconto di
fantascienza alla ricerca di una soluzione esistenziale che possa salvarlo.
Ritornano in campo i temi delle idee e dalla filosofia che già nella prima parte
avevano avuto un ruolo sulla scena europea delle vicende del nostro
protagonista. Ma mentre all’inizio appartenevano quasi alla dimensione del
racconto da salotto, nella fase finale assumono un tono più diretto, amaro e
polemico. Si afferma così un certo disprezzo delle idee nella convinzione che
conducano sempre alla guerra e alle morti di centinaia di migliaia di persone.
Dopo le guerre, solo chi vince può dimostrare al mondo che le proprie idee erano
giuste.
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