Roma, manifestazione per 67° anniversario dell’Insurrezione di Lhasa
La questione tibetana risale al 1950, quando le armate di Mao entrarono in
Tibet. Nel 1951 fu stipulato l’Accordo dei Diciassette Punti – noto ai cinesi
come Trattato di liberazione pacifica del Tibet – in base al quale i tibetani
riconoscevano la sovranità cinese e permettevano l’ingresso a Lhasa di un
contingente dell’esercito per programmare il graduale inserimento delle riforme
per l’integrazione del Tibet nella Cina, tra le quali l’abolizione della servitù
della gleba. Le autorità cinesi si impegnarono in cambio a non occupare il resto
del paese e a non interferire nella politica interna, la cui gestione veniva
lasciata al governo tibetano, ma prendendosi carico di tutte le relazioni
tibetane con l’estero. Purtroppo l’Accordo venne in seguito disconosciuto da
entrambe le controparti.
Il 10 marzo 1959 il popolo tibetano si sollevò a Lhasa per difendere la propria
libertà politica, culturale e religiosa, ma fu repressa nel sangue dalle truppe
di Pechino, che provocarono circa 65.000 vittime e deportarono altre 70.000
persone. La repressione che ne seguì costò la vita a decine di migliaia di
persone tra cui monache e monaci e segnò profondamente la storia del Tibet.
Ciò costrinse molti, fra cui il Dalai Lama (guida politica e spirituale), a
fuggire e ad accogliere l’invito del governo di Nuova Delhi a rifugiarsi in
India. Il governo tibetano venne costretto dall’esilio passando dalla sua
residenza di Lhasa, il Palazzo di Potala, alla residenza di Dharamsala in India,
in seguito all’annessione cinese ed alla fallita rivolta del 1959. Il Dalai Lama
non fece più ritorno nella sua terra. Il Tibet fu frazionato, buona parte dei
suoi territori fu assegnata ad altre province cinesi, mentre nel 1964 la parte
rimasta divenne la Regione Autonoma del Tibet, una provincia della Cina a
statuto speciale.
Purtroppo, la “rivoluzione culturale” di Mao (1965-1976) portò studenti ed
estremisti cinesi a condannare come “controrivoluzionaria” ogni forma di
buddhismo e molti monasteri, templi e forme d’arte vennero distrutte. Da lì in
poi la colonizzazione cinese del Tibet si è solo intensificata con il fine di
“cinesizzare” l’intero altopiano e il Palazzo del Potala a Lhasa è stato
convertito in museo dal governo cinese. L’arrivo del buddhismo di tradizione
tibetana in Occidente si lega inevitabilmente a quei fatti tragici.
Il 10 marzo è un giorno di memoria e di responsabilità morale: ricordare
significa onorare chi ha sofferto, vigilare affinché il Dharma possa essere
trasmesso liberamente e coltivare compassione verso tutti gli esseri coinvolti,
senza eccezione. Incluso il popolo cinese.
A distanza di 67 anni, la sofferenza del popolo tibetano continua a manifestarsi
nella limitazione della libertà religiosa, nella repressione delle pratiche
spirituali, nell’erosione dell’identità culturale e nella separazione forzata
delle giovani generazioni dalle proprie radici.
Per tutto questo il neo-costituito Comitato Pro Tibet promuove una
manifestazione pacifica di ricordo e testimonianza, il 10 marzo 2026, a Roma,
dalle ore 15:00 in via San Nicola de Cesarini.
Redazione Roma