Venezuela, il sequestro della sovranità e l’etica del possibile
CARACAS – per L’Antidiplomatico – La storia del socialismo è costellata di gesti
che definiscono un’epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di
scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: “Non scambierò
un soldato con un generale”, egli sigillò l’etica del comunismo del Novecento.
Era l’etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue
alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della
“dittatura del proletariato”, dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto
la tenuta del fronte.
Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il
terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il
tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera
dell’”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due
guerre e l’ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali.
Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l’azione
per smascherare i meccanismi dell’oppressione, fosse essa di classe o coloniale.
Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come
ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro
la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo
del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di
piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a
ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori.
Quell’atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico
assoluto: “Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento
della vostra colonizzazione”. Kurtz rimane folgorato dalla “purezza” di
quell’odio e dalla volontà d’acciaio di un popolo che preferiva
l’automutilazione piuttosto che accettare il “dono” dell’invasore. E il Che
Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”.
Il Socialismo del XXI Secolo, di cui Hugo Chávez è stato il principale
architetto, opera invece, fin dal suo inizio, su un terreno ontologicamente
diverso. Chi ha appoggiato la rivoluzione bolivariana, e ancor di più quella
“dei cittadini” in Ecuador o “degli indigeni” di Evo Morales in Bolivia, sapeva
(o avrebbe dovuto sapere) che non stava appoggiando il Vietnam di Ho Chi Minh,
né la Cuba di Che Guevara, quella che oggi rivendica di “inviare medici e non
bombe”: anche a governi italiani di destra, come abbiamo visto in Italia. Le
cose stanno così perché non ci sono state rivoluzioni, o cambi radicali in
Europa, e nei paesi capitalisti dove si decide il costo del lavoro e si decidono
le guerre imperialiste. E dove ai guerriglieri sconfitti, ma non arresi, viene
negato il diritto di parola.
In Venezuela, le parole di Brecht o di Fanon offrono ancora gli strumenti per
smontare le distorsioni prodotte dalla propaganda odierna e dalla “filosofia del
frammento”, ma in un altro contesto storico. Così, l’unione civico-militare di
un esercito “pacifico, però armato” viene apparentata alla “guerra di tutto il
popolo” di Ho Chi Minh, e il centenario di Frantz Fanon, Malcolm X e Lumumba
viene celebrato in nome di un “nuovo umanitarismo”, da imporre più con la forza
del progetto trasformativo che con quella della coercizione statale.
Equivoco o sfida da cogliere anche per chi, pur guardando in faccia il nemico,
pur senza sottrarsi, scommette di non trasformarsi nella bestia che si vuole
combattere? Una sfida che, comunque, dovrebbe piacere a chi, in Europa, ha fatto
della “non violenza” un principio assoluto. Il pulpito di chi ha guardato in
faccia la questione, dal punto più alto e più ostico della lotta di classe in
Europa – la lotta armata – non consente di proporre assoluti: né entusiasmi
senili per un realismo senza socialismo, né voli pindarici che trasformino gli
strumenti in principi, tanto astratti da addormentare o paralizzare.
Chi critica da “ultrasinistra” il negoziato per la liberazione di Nicolás Maduro
e Cilia Flores, evocando la necessità di una risposta armata definitiva o di un
sacrificio estremo (posizione, peraltro, inesistente, in Venezuela, e solo
ventilata da fuori), ignora la lezione gramsciana che il chavismo ha fatto
propria: la rivoluzione è una guerra di posizione lunga, estenuante, che si
gioca dentro e contro le istituzioni borghesi.
Smantellare lo Stato borghese dall’interno non significa soccombere ad esso, ma
occuparne le crepe per costruire potere popolare, dice la rivoluzione
bolivariana. In questa logica, il presidente e la “primera combatiente” non sono
solo figure individuali, ma garanti della stabilità istituzionale e della pace.
La loro incolumità è la condizione necessaria affinché il processo
rivoluzionario non scivoli nel caos sanguinario che l’imperialismo ha già
testato in Libia o in Siria.
Mentre il comunismo del Novecento operava per rottura violenta, il socialismo
bolivariano opera per trasformazione egemonica. La logica di Stalin arrivava a
sacrificare il figlio per salvare il principio dell’uguaglianza nel dolore. La
logica di Chávez, di Maduro, e ora della presidenta incaricata Delcy Rodriguez è
quella di proteggere la leadership per salvare il legame sociale e il diritto
alla vita del popolo.
La ricerca di un negoziato nel caso del sequestro del 3 gennaio non viene intesa
dunque come un cedimento, ma come un atto di maturità politica in un contesto di
ricatto inedito. Chi invoca la lotta armata fino all’estremo sacrificio (in casa
d’altri), dimentica che l’obiettivo del socialismo bolivariano non è la morte
eroica, ma la “suprema felicità sociale”.
Il ricatto del sequestro punta, invece, proprio a spingere la Rivoluzione verso
un vicolo cieco di violenza che giustificherebbe l’annientamento totale.
Serve quindi lucidità per contrastare i fascisti venezuelani scatenati nelle
accademie italiane in veste di “difensori della democrazia contro la dittatura”,
fiancheggiati da quei presunti “chavisti” che, alleandosi con le destre, hanno
contribuito a costruire la narrativa che ha portato all’attacco. Questa strana
alleanza punta anche adesso alla destabilizzazione per favorire l’occupazione
del paese e imporre l’ordine egemonico nordamericano.
Quanti più spazi si riesce a sottrarre al fascismo, è dunque un guadagno per la
rivoluzione.
Negoziare, peraltro, non significa tradire. La storia è piena di ritirate
strategiche che hanno salvato la Rivoluzione: nel 1954, Ho Chi Minh firmò la
pace di Ginevra. Accettò la divisione del Vietnam per consolidare il Nord e
preparare la vittoria finale, nonostante le critiche dei massimalisti.
In questo secolo, nel 2007, l’amnistia di Chávez liberò i golpisti del 2002 per
isolare l’ala violenta e rafforzare la legalità rivoluzionaria. E gran parte
della guerriglia colombiana accettò il passaggio dalla lotta armata alla lotta
politica, anche per preservare la vita delle comunità. E, anche ora, nel
parlamento venezuelano si sta discutendo un’amnistia generale proposta dalla
presidente incaricata.
C’è, invece, una sinistra che sembra amare solo le rivoluzioni sconfitte, i
martiri caduti e le bandiere insanguinate. È una sinistra che critica il
negoziato perché lo vede come un compromesso, quando in realtà è l’uso tattico
(e anche obbligato) della diplomazia di pace (e della diplomazia proletaria,
come stanno dicendo gli operai invitando i lavoratori alla solidarietà mondiale)
in un momento di asimmetria militare.
Contestualizzare e difendere la linea del negoziato significa capire che oggi la
resistenza si misura nella capacità di mantenere lo Stato funzionante, di
garantire il pane e la salute, e di riportare a casa i leader scelti dal popolo.
Il socialismo bolivariano non cerca la gloria del martirio, ma la concretezza
della vittoria.
Non abbiamo – dice – bisogno di eroi morti, abbiamo bisogno di una rivoluzione
viva e capace di farcela da una posizione di dignità, come dimostra la fermezza
di Cilia Flores che, pur potendo salvarsi dal sequestro, è rimasta al fianco del
compagno e del progetto politico.
Come ci ha insegnato Lenin, i comunisti a volte devono passare per porte
strette, sapendo che possono perdere qualche piuma e perfino la coda, ma
l’importante è non perdere la testa che continua a guardare all’orizzonte. Il
mantenimento del potere politico è la precondizione per qualunque trasformazione
sociale.
Cedere al ricatto dell’imperialismo o scivolare nella provocazione violenta
significa consegnare il paese all’occupazione definitiva, e a litanie simili a
quelle del “ce lo chiede l’Europa” per imporre la tagliola sui diritti delle
classi popolari.
Non siamo più, d’altronde, nel cuore del Novecento, ma in un complesso contesto
internazionale, governato dai meccanismi del mercato anche ove si disegna la
possibilità di un mondo multicentrico e multipolare. E siamo nel pieno di una
guerra ibrida, multidimensionale, dove il nemico non cerca solo di conquistare
territorio, ma di distorcere la psiche collettiva e l’architettura istituzionale
di un popolo attraverso quella “balcanizzazione dei cervelli” che mira a
distruggere l’identità nazionale e il consenso internazionale.
È ormai chiaro che, dietro le parole d’ordine della “democrazia” e della
presunta crociata contro il narcotraffico si cela la Codicia extrapesada, come
recita un nostro recente libro sulla relazione fra potere e petrolio in
Venezuela: la brama esistente per una risorsa che, pur in via di esaurimento,
costituisce l’oggetto di una contesa geopolitica per un modello di sviluppo,
quello capitalista, in crisi strutturale e di prospettiva.
Questa brama è di natura interna ed esterna. Chi critica oggi la presunta
arrendevolezza del Venezuela, ignora che il progetto bolivariano è bersaglio
dell’imperialismo perché ha osato mettere il petrolio al servizio dei popoli e
non solo dei mercati.
Bisogna rispondere per le rime a chi, da una sinistra europea spesso imbelle,
critica oggi il processo bolivariano lanciando bordate “puriste”, sospinto dalle
“bombe cognitive” chiamate fake-news.
Ma cosa hanno fatto questi critici per evitare che le “sanzioni” strangolassero
il Venezuela? Dov’erano mentre il blocco finanziario impediva l’acquisto di cibo
e medicine? Dov’erano mentre si sequestravano le raffinerie di Citgo e le
riserve d’oro del Venezuela a Londra?
Sono forse scesi in piazza tutti i giorni per dire “no” all’illegalità di misure
coercitive unilaterali contro un paese pacifico o contro il bloqueo a Cuba? No,
in molti hanno prima appoggiato l’autoproclamato Juan Guaidó, e poi applaudito
al premio Nobel per la pace dato alla trumpista Maria Corina Machado.
È troppo facile fare i “puristi” della rivoluzione con il sedere al sicuro nelle
democrazie liberali. Dal pulpito di certi bollettini, si critica il negoziato
per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores come se fosse un cedimento e
non un passaggio obbligato, ma la domanda è brutale: chi è disposto oggi a
immolarsi con un fucile in mano, dentro e fuori dal Venezuela? Nessuno di questi
critici “radicali” è pronto all’estremo sacrificio, eppure pretendono che il
popolo venezuelano scelga il suicidio collettivo per soddisfare il loro
narcisismo della sconfitta. E per poi, magari, criticarli in nome della “non
violenza”.
A chi esige il martirio altrui, risponde un post del rivoluzionario basco
Agustín Otxotorena:
“Vedo alcuni insultare dalla Spagna Delcy per aver tentato di frenare il
saccheggio e la distruzione militare del Venezuela attraverso la diplomazia e
l’accordo. Ricordo loro che in Spagna ci sono diverse basi degli Stati Uniti e
possono lanciarsi quando vogliono a praticare la lotta armata contro l’esercito
nordamericano. Per dare l’esempio rivoluzionario. Insultare, calunniare ed
esigere fuoco e morte da una tastiera a 8.000 chilometri di distanza, mentre ti
copri con la copertina a casa o ti bevi un vino al bar, definisce te, non il
Venezuela, né il chavismo, né Delcy.”
Oggi la IA e la manipolazione mediatica agiscono come armi di distrazione di
massa e per capovolgere simboli e senso: si sdoganano i fascismi, palesi o
mascherati, e si criminalizza la resistenza bolivariana, e quella di classe nei
singoli paesi.
D’altro canto, secondo le indicazioni lasciate dal presidente Maduro, la classe
operaia venezuelana è preparata anche a “bruciare i pozzi”, ma segue la linea
del governo: aprire brecce e guadagnare tempo. E così fa il movimento delle
donne, che ha lanciato la Brigata internazionale Cilia Flores.
Difendere il Venezuela oggi significa difendere il diritto internazionale e la
“tenerezza dei popoli”, che non è un sentimento debole, ma la forza di chi non
perde la testa mentre attraversa la tempesta.
Geraldina Colotti