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MEGA PROGETTO “TRANSIZIONE ENERGETICA”: INDIVIDUARE I PUNTI DEBOLI
> Da Antisistema, numero 2, primavera 2024 +++ Sabotaggio: diversi fori praticati nel gasdotto LNG appena completato a Brunsbüttel +++ Camion bruciato nella miniera di Welzow +++ In fiamme un cementificio a Berlino, i dipendenti sono temporaneamente esonerati dal lavoro+++ Decine di persone sabotano la cava di ghiaia a Langen vicino a Francoforte +++ Un incendio vicino a Monaco distrugge una cava di ghiaia insieme a un hangar, un edificio adiacente e diversi nastri trasportatori +++ Sembra che gli atti di sabotaggio nella lotta contro la distruzione della natura si stiano diffondendo. Per lo meno, sempre più ambienti discutono apertamente se le vecchie forme di protesta non abbiano ormai fatto il loro tempo, dato che sono chiaramente inefficaci e portano solo a processi e sanzioni. In un numero sempre maggiore di dibattiti si percepisce un tono di urgenza e chi si stupisce se, data l’impossibilità di cambiare il corso catastrofico degli eventi, sempre più persone ricorrono a mezzi più coerenti? Mentre la stragrande maggioranza dei gruppi ambientalisti e climatici sta lavorando per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e quindi fare pressione sui politici, con mezzi legali o illegali, la gravità della situazione attuale ha portato molti a considerare un’altra opzione: il sabotaggio, l’idea di interrompere il corso degli eventi e causare destabilizzazioni. È chiaro e ovvio chi sia responsabile della continua distruzione del pianeta, chi ne tragga profitto e chi renda la vita sempre più impossibile a tutti gli esseri viventi su questo pianeta: in primo luogo l’industria dei combustibili fossili, le compagnie petrolifere e plastiche, le aziende militari, i produttori farmaceutici e di fertilizzanti, le industrie chimiche, del cemento e dell’acciaio e gli operatori minerari. Responsabilità chiare, ostilità chiare. Vogliamo fare appello a questi attori, influenzare la loro coscienza, richiamare simbolicamente l’attenzione sul loro ruolo? Oppure sabotare la loro attività per porre fine alle loro azioni? Queste sono domande fondamentali che devono essere poste e affrontate nelle lotte, perché da un lato sono il punto di partenza per decidere come vogliamo agire (quantitativamente o qualitativamente?) e dall’altro indicano come vogliamo affrontare le forze autoritarie in generale (cooperare con chi detiene il potere e il suo apparato, compresi polizia e stampa, o affrontarli su tutti i livelli?). Concentrandosi sull’idea di portare la proposta di sabotaggio nei movimenti sociali contro la distruzione della natura, lo scorso anno è nata un’iniziativa chiamata “Switchoff! The system of destruction” (switchoff.noblogs.org). Nell’ambito di questa proposta, sono stati compiuti numerosi attacchi in vari luoghi, ad esempio contro l’industria petrolifera e carbonifera, i giganti dell’automobile e la loro mendace mobilità elettrica, contro l’industria spaziale, contro le infrastrutture estrattive o i partiti politici. Un’iniziativa che cerca di portare la proposta dell’attacco diretto nelle varie lotte ambientali e climatiche. Un tentativo di diffondere qualcosa di diverso dalla speranza ingenua che chi detiene il potere sia disposto a fare delle riforme. Tuttavia, il riferimento reciproco, in qualche modo artificiale, costruito attraverso l’uso di uno slogan comune non è l’unica cosa che accomuna queste azioni: esse cercano di attaccare e sabotare la produzione dannosa, di “spegnere” il sistema con le proprie mani. Sabota-che? Tuttavia, se un sabotaggio vuole colpire un punto in cui l’attacco causi effettivamente interruzioni nelle operazioni economiche, è necessaria un minimo di studio. Bene, parliamo del nemico: l’economia distruttiva per la terra. Una rete globale. Ci sono quelli che sostengono che la base materiale della produzione ad un certo punto andrà verso l’esaurimento. L’economia richiede la disponibilità costante di materie prime, rotte commerciali e manodopera per produrre beni e venderli sui mercati. In questa gigantesca rete economica, tutto è coordinato con precisione. Se mancano determinati componenti, ciò rischia di provocare un enorme effetto domino. Ed è proprio questo problema che sta diventando sempre più urgente: varie materie prime stanno diventando sempre più scarse o la domanda è così grande che non può essere soddisfatta. Allo stesso tempo, le vie di trasporto stanno diventando più complesse e più vulnerabili. Le conseguenze sono fatali: se non ci sono terre rare, non ci sono smartphone, non ci sono app, non ci sono profitti. Se non c’è elettricità o gas, non c’è produzione. Se non ci sono microchip, non c’è tecnologia. Questi pericoli molto concreti stanno tormentando un’ampia gamma di settori economici e stanno dando il via a enormi sforzi per sviluppare nuove infrastrutture. A questo livello, la narrativa dell’attuale “transizione energetica” è anche un enorme motore economico per guidare un imponente cambiamento strutturale nell’economia. Di seguito vengono evidenziati tre aspetti specifici, ciascuno dei quali riveste un’importanza fondamentale per il sistema industriale: – Reti energetiche: una delle più grandi ristrutturazioni dell’economia “verde” sta avvenendo nel settore energetico. Un obiettivo fondamentale per l’economia tedesca è, ad esempio, la produzione di idrogeno in vari paesi (Namibia, Arabia Saudita, Cile, Argentina, Nord Africa, ecc.) e la costruzione di condotte per l’idrogeno in Germania e in Europa. Oltre alle condutture verso la Danimarca, la Norvegia e la Francia, è prevista la costruzione di una rete di tubature lunga 9700 chilometri all’interno della Germania, per la quale verrà utilizzato il 60% dei vecchi gasdotti di gas naturale. L’idrogeno è destinato a sostituire la carenza di gas russo per la produzione industriale. A tal fine, nel Sud del mondo vengono costruiti giganteschi impianti di energia solare ed eolica per produrre idrogeno, che può essere trasportato, convertito in ammoniaca e poi riconvertito in Europa. I politici tedeschi agiscono in modo coloniale quando fingono che nel Sud del mondo esistano delle “zone bianche” la cui distruzione e cementificazione con migliaia di turbine eoliche non darebbe fastidio a nessuno. Questo è esattamente ciò che sta accadendo nelle ex colonie tedesche come la Namibia, un paese in cui l’allacciamento alla rete elettrica è tutt’altro che scontato. Il fatto che il passaggio dal gas naturale e dal petrolio all’idrogeno abbia qualcosa a che fare con la protezione del clima si rivela rapidamente un argomento pretestuoso, poiché le grandi emissioni di metano derivanti dalla combustione di idrogeno possono essere “neutre in termini di CO2”, ma sono tutt’altro che “rispettose del clima”. La “transizione energetica” è un progetto economico guidato dallo Stato con obiettivi geopolitici, militari ed economici. Mentre la rete dell’idrogeno viene ampliata, anche la rete elettrica deve essere potenziata. A causa della crescita della mobilità elettrica, è necessaria una quantità sempre maggiore di elettricità. Allo stesso tempo, nella rete europea si verificano costanti fluttuazioni di tensione, che possono essere compensate solo con una rete resiliente. La Germania importa anche grandi quantità di elettricità. Un esempio assurdo: Stadtwerke München ottiene la sua energia elettrica così “verde” da enormi parchi eolici nel nord della Svezia, che si trovano nel territorio degli indigeni Sami e che sono stati recentemente dichiarati illegali perché interferiscono con l’allevamento delle renne dei Sami. In ogni caso, la rete elettrica tedesca è troppo debole per trasportare tutta l’energia elettrica importata dalle turbine eoliche del nord quando il vento è favorevole. Al fine di rendere la rete elettrica tedesca più resiliente è ora in fase di realizzazione un asse nord-sud da 4 gigawatt, il cosiddetto SuedLink, una linea ad alta tensione lunga 700 chilometri che è stata oggetto di discussione per anni. L’obiettivo è quello di portare l’elettricità generata dalle turbine eoliche offshore dal Mare del Nord alla Germania meridionale. Questo progetto è di enorme importanza per la sicurezza energetica dell’industria. Anche l’ultimo piano del governo di costruire 20 nuove centrali elettriche a gas, che dal 2030 funzioneranno a idrogeno anziché a gas naturale e che in generale hanno lo scopo di compensare le fluttuazioni nell’approvvigionamento di energia eolica e solare, è in linea con questo obiettivo. – Microchip: i microchip (semiconduttori) sono ormai indispensabili per qualsiasi cosa: smartphone, computer, automobili, ecc. La maggior parte di questi microchip viene prodotta a Taiwan. Se la Cina dovesse davvero entrare in guerra con Taiwan, ciò avrebbe conseguenze fatali per la produzione: la crisi del Covid ha dimostrato la fragilità delle catene di approvvigionamento globali, ed è stata particolarmente dolorosa per l’industria automobilistica tedesca. Al fine di ridurre queste dipendenze globali, esistono vari progetti dell’UE (Important Project of Common European Interest) che sovvenzionano progetti di sviluppo nel campo della microelettronica e delle tecnologie di comunicazione “lungo l’intera catena del valore, dai materiali e dagli strumenti alla progettazione dei chip e ai processi di produzione”, con l’obiettivo di consentire la ricerca di tecnologie chiave in Europa, la loro produzione utilizzando materie prime europee ove possibile (anche se questo è ancora pura teoria) e la loro produzione e assemblaggio in Europa. Intel, ad esempio, ha annunciato la costruzione di una “mega-fabbrica” con due stabilimenti per la produzione di microchip vicino a Magdeburgo. L’importanza di questo stabilimento diventa chiara se si considera che il governo tedesco sta sovvenzionando la sua costruzione con 10 miliardi di euro (cinicamente provenienti da un “fondo per la protezione del clima”). L’obiettivo esplicito è l’indipendenza dalle catene di approvvigionamento internazionali. Anche la costruzione di altri tre stabilimenti di microchip viene sovvenzionata secondo lo stesso principio: l’azienda taiwanese TSMC si sta insediando a Dresda (5 miliardi di sovvenzioni da parte della Repubblica Federale Tedesca). Anche Infineon sta costruendo una fabbrica di microchip a Dresda (1 miliardo di finanziamenti) e l’azienda statunitense Wolfspeed sta costruendo una fabbrica di chip a Saarlouis, nel Saarland, con finanziamenti statali. I produttori di chip della Germania orientale sono tutti situati in prossimità strategica delle fabbriche di auto elettriche Tesla e Porsche. Il fatto che il Ministero Federale dell’Economia abbia in parte impedito la vendita di aziende tedesche produttrici di chip ad aziende cinesi, come è successo con ERS Electronics, dimostra quanto l’attività economica sia controllata dallo Stato: l’industria dei microchip simboleggia un settore chiave dell’intera produzione industriale e pertanto non solo è promossa, ma anche diretta e guidata dallo Stato, come in tempi di economia di guerra. –Estrazione mineraria in acque profonde: l’intera produzione high-tech dipende dalla disponibilità di materie prime specifiche quali rame, nichel e terre rare come il cobalto. Queste materie prime vengono estratte principalmente nel Sud del mondo (ad esempio in Congo) e in Cina in condizioni estremamente precarie e devono essere trasportate dall’altra parte del mondo per arrivare in Europa. Inoltre, le catene di approvvigionamento sono soggette a dipendenze e a fattori geopolitici. Non solo la maggior parte delle terre rare proviene dalla Cina, ma la Cina è anche il protagonista e il principale operatore delle miniere in Africa. Se le relazioni si deteriorano o si verificano interruzioni delle rotte marittime, ciò avrà conseguenze fatali. Una possibile alternativa alla dipendenza dalle terre rare provenienti dalla Cina o dalle aziende cinesi è l’estrazione mineraria in acque profonde. Alcuni paesi, come la Norvegia, stanno portando avanti l’ applicazione massiccia di questo metodo estrattivo mai sperimentato prima e hanno aperto un’area vicino alla Groenlandia, grande quanto la Gran Bretagna, all’estrazione mineraria in acque profonde. L’estrazione mineraria in acque profonde prevede l’utilizzo di robot che “raccolgono” noduli di manganese contenenti vari elementi delle terre rare a una profondità compresa tra i due e i tre chilometri sotto il livello del mare e poi li “lavano” direttamente sottoterra, il che è estremamente tossico. L’assurdità di questa impresa è la seguente: le profondità marine sono l’area meno esplorata della terra e ospitano una serie di organismi e animali che finora sono stati studiati molto poco. L’unica certezza che abbiamo riguardo all’estrazione mineraria in acque profonde è che ha conseguenze estremamente distruttive e che il 90% di tutti gli organismi è scomparso dove è stata sperimentata. Non abbiamo idea di quali siano le conseguenze della polvere sollevata, della radioattività rilasciata, delle tracce lasciate dai robot sul fondo marino e della contaminazione con sostanze chimiche per questo enorme e oscuro territorio, i suoi abitanti e gli oceani nel loro complesso. Tutto ciò che sappiamo è che le conseguenze hanno un potere distruttivo che non può essere stimato. In questo senso, il sistema industriale è in grado di distruggere qualcosa di cui non conosce nemmeno l’esistenza e ciò che vi vive. E proprio questo, distruggere qualcosa senza nemmeno immaginarne, figuriamoci comprenderne, la natura, è ciò che si sta pianificando a tutta velocità. Gli oceani sono i polmoni della Terra e l’ estrazione mineraria in acque profonde avrà conseguenze imprevedibili. Il fatto che questo progetto venga attuato con tanta rapidità, nonostante alcuni Stati ne stiano criticando le conseguenze distruttive, dimostra l’importanza delle terre rare per l’intero sistema industriale. Ricerca-chi? Quando parliamo di sabotaggio, parliamo anche di tentativi di localizzare dei punti deboli: gli atti di sabotaggio possono essere tentativi di approfondire le tensioni sociali e forse ispirare altri a compiere atti simili. Ma il sabotaggio può anche essere un tentativo di causare almeno una interruzione temporanea del funzionamento di questa economia letale. Se si vuole colpire dove fa male, è necessario individuare i punti deboli. Ricercare significa non solo “indagare” e “cercare”, ma anche “esplorare”. Il vecchio termine francese “rechercher” significa “vagare alla ricerca” o “cercare attentamente”. Questa parola deriva dal latino ‘circāre’, che significa “camminare intorno a qualcosa, vagare in un’area alla ricerca”. Quindi un po’ di ricerca, un po’ di esplorazione – cercare il terreno nemico e camminare intorno all’obiettivo – e poi colpire. Potrebbe essere interessante esaminare più da vicino i tre punti sopra menzionati: reti energetiche, fabbriche di microchip e attività minerarie, in particolare quelle in acque profonde. Ciascuna di queste tre aree rappresenta un settore chiave dell’industria e del suo megaprogetto di “transizione energetica”. Ciascuna di queste tre aree rappresenta anche un punto debole: un sabotaggio potrebbe avere conseguenze fatali per l’intera economia che sta distruggendo la Terra. L’ attuale periodo di attuazione della “transizione energetica” potrebbe essere un momento in cui molte persone perdono le illusioni sul “capitalismo verde” e sulle “energie rinnovabili” e diventano più ostili al sistema industriale in generale di fronte ai nuovi progetti infrastrutturali distruttivi e alla continua distruzione della natura. O almeno coloro che sono ostili a questo sistema industriale distruttivo diventeranno ancora più determinati a paralizzarlo. Forse la moltiplicazione di diverse forme di azione – sabotaggio, disordini di massa, piccoli attacchi riproducibili – alimentata dalla critica radicale nelle strade e da una crescente disillusione nei confronti della politica può garantire che si diffonda la possibilità di un’azione diretta contro i responsabili della catastrofe industriale. Questa diffusione non deve necessariamente essere quantitativa, forse ciò che sta guadagnando forza e sostegno è la convinzione qualitativa che la via per la liberazione dal sistema industriale inquinante non sia né riformarlo né rinnovarlo, ma distruggerlo. Quindi, agire contro l’economia industriale e contro la rete energetica che sostiene la distruzione della terra. Contro il gigantesco progetto della “transizione energetica”, che non fa altro che rinnovare, espandere e perpetuare l’infrastruttura che devasta il pianeta.
Le navi posacavi: imbarcazioni fondamentali per la rete Internet
> Da trognon, 21.12.25 Un piccolo studio personale sulle navi posacavi Orange Marine e Alcatel Submarine Networks. Recentemente ho visto il documentario di ARTE intitolato “Internet, un gigante molto vulnerabile” [Internet, un géant très vulnérable]. Il documentario adotta un approccio piuttosto poco critico e la domanda latente è soprattutto quella relativa al miglioramento della resilienza delle reti Internet. Tuttavia, permette di vedere l’interno di diverse infrastrutture strategiche, come i data center. Si parla anche molto dei cavi in fibra ottica sottomarini, un’infrastruttura fondamentale per il funzionamento di Internet e per lo scambio di informazioni in tutto il mondo. I cavi sottomarini: una sfida strategica Questi cavi sono spesso descritti come un punto debole della rete. Si trovano sul fondo del mare, dove vengono posizionati da navi posacavi, e possono subire danni a causa di diverse cose: tempeste (possono essere spostati dalle correnti o risalire in superficie), incidenti di pesca (le reti dei pescherecci possono danneggiarli) o veri e propri atti di sabotaggio (per esempio, le navi della flotta segreta russa lascerebbero volontariamente trascinare le loro ancore per tagliare i cavi “nemici”). Questi cavi risalgono verso le coste, dove si trovano stazioni di atterraggio che li collegano alla rete elettrica o in fibra ottica terrestre. Il documentario illustra l’importanza della manutenzione continua della rete di questi cavi, resa possibile dalla flotta mondiale di navi posacavi. Queste grandi imbarcazioni sono dotate di attrezzature speciali per installare e riparare i cavi sottomarini. Senza di esse, la rete si guasterebbe rapidamente. Così ho deciso di fare qualche ricerca su questa flotta industriale strategica e, dato che vivo in Francia e parlo/scrivo in francese, sulla flotta francese di navi posacavi. La flotta di navi posacavi Innanzitutto mi ha sorpreso scoprire che esistono “solo” un centinaio di navi di questo tipo in tutto il mondo! La Francia si colloca in una buona posizione nella classifica dei paesi proprietari di queste navi, insieme a Stati Uniti, Russia, Giappone e Regno Unito. È superfluo sottolineare che hanno molto lavoro da fare, vista la rapida espansione delle reti di dominazione digitale. Ciò significa che un numero inferiore di navi equivale a una rete indebolita e a un rallentamento della sua espansione. Secondo Wikipedia, queste navi possono rimanere in mare da 30 a 45 giorni con un equipaggio di 60-120 persone. Questi mezzi presentano specifiche caratteristiche tecniche, determinate dal loro ruolo, che include il trasporto e la posa di cavi, e sono dotati di un sistema di zavorramento significativo, che utilizza acqua di mare. Per ulteriori dettagli, consultare la pagina di Wikipedia “Câblier” e la relativa sezione “Caratteristiche”. In Francia, il mercato delle navi posacavi è essenzialmente suddiviso tra due aziende: Orange Marine e Alcatel Submarine Networks (ASN). Alcatel Submarine Network è uno dei tre principali operatori mondiali del settore. Nel 2024, lo Stato francese ha acquisito l’80% del capitale di ASN da Nokia, che detiene ancora il resto dell’azienda. La flotta di ASN è composta da 7 navi posacavi: le navi Île de Bréhat, Île de Batz, Île de Sein, Île d’Aix e Île d’Yeu sono destinate alla posa di cavi sottomarini. Le navi Île d’Ouessant e Île de Molène sono invece destinate alla manutenzione dei cavi. L’armatore della flotta è “Louis-Dreyfus Armateurs”. Lo storico stabilimento dell’azienda si trova a Calais (950 Quai de la Loire), dove vengono prodotti e imbarcati i cavi. Un altro sito industriale si trova a Dunkerque (2405 route du Pertuis du Môle 2). A Les Ulis, nell’Essonne (1 avenue du Canada), la società possiede un importante data center e la sua sede centrale. È presente anche un sito al 21 quai Gallieni a Suresnes, dove si trova la sede centrale dell’armatore. Infine, l’azienda possiede un sito di produzione a Greenwich (Inghilterra) e un altro a Trondheim (Norvegia). Louis-Dreyfus Armateur gestisce anche la flotta di navi posacavi della malese Optic Marine Service (OMS Group). Si tratta di una storica compagnia di navigazione francese che, ad esempio, gestisce il porto di Cherbourg e che è specializzata nel trasporto marittimo industriale (eolico offshore, aeronautico e posa di cavi). In Francia, il gruppo dispone di infrastrutture a Suresnes, Dunkerque, Blagnac e La Ciotat. La flotta di Orange Marine è composta da otto navi: la N/C Léon Thévenin, la N/C René Descartes, la N/C Raymond Croze, la N/C Antonio Meucci, la N/C Teliri, la N/C Pierre de Fermat (con base a Brest presso la BMA, Base Marine Atlantique), l’Urbano Monti e la Sophie Germain, con base a La Seyne-sur-Mer. Orange Marine dispone di due basi navali in Francia, a Brest e a La Seyne-sur-Mer, vicino a Tolone, e di una in Italia, a Catania. La sede sociale si trova al 21 di Rue Jasmin, a Parigi. A Fuveau, vicino ad Aix-en-Provence, nella zona industriale Saint-Charles, Orange Marine dispone di impianti industriali per la progettazione e la produzione dei propri veicoli sottomarini e dei robot di profondità utilizzati per la manutenzione e l’installazione dei cavi. Sul sito web di Orange Marine è possibile trovare informazioni dettagliate su ciascuna delle sue mega-macchine, nonché sulle navi e sulle basi navali del gruppo. Una volta effettuate queste ricerche, mi sono divertito a seguire alcune navi utilizzando i siti myshiptracking.com o marinetraffic.com. In questo modo, ho potuto conoscere i cantieri in cui lavorano gli equipaggi delle navi, studiare le loro rotte e i loro porti di attracco. Si tratta di uno studio molto istruttivo e rivelatore della materialità di tutta questa economia basata sul cloud e sui dati. Un elenco più o meno aggiornato di tutte le navi posacavi è disponibile sulla pagina di Wikipedia “Elenco delle navi posacavi in servizio nel mondo”. Cosa ce ne facciamo di tutto ciò? Per me, queste navi contribuiscono attivamente alla distruzione del pianeta e alla sua colonizzazione capitalista. Il loro ruolo è fondamentale per tenere il mondo al passo con una società di sorveglianza e autocontrollo basata sulle tecnologie digitali e dell’informazione. Ma come possiamo fermarle? Una grande nave non è facile da fermare, eppure c’è sempre un modo. Atti di pirateria consapevoli dimostrano che le navi non sono irraggiungibili. In Perù, nel 2023, due petroliere sono state attaccate dai membri dell’associazione indigena per lo sviluppo e la conservazione del Bajo Puinahua. A bordo di piroghe hanno lanciato bottiglie Molotov e lance contro l’equipaggio! Lo stesso anno, nei pressi di Arcachon, una ventina di imbarcazioni da diporto più piccole sono andate in fumo direttamente nel porto. È successo anche a Fréjus nel 2020, a Marsiglia in diverse occasioni, nel Lot e ancora a Saint-Nazaire e a Saint-Cyprien. Nel 2014, persino la barca dei gendarmi ha preso fuoco a Évian! E quando non è possibile attaccare direttamente la barca, c’è sempre l’infrastruttura portuale: alla fine di dicembre 2024, ad Amsterdam, degli anarchici hanno danneggiato due gru, rompendo le console dei computer e le leve di comando. Con la progressiva elettrificazione dei porti, è facile immaginare che questi ultimi diventeranno più vulnerabili alle interruzioni di corrente. E poi, naturalmente, le navi hanno un equipaggio, un comando e degli armatori. Le società a cui appartengono hanno sedi, organigrammi e luoghi di produzione. La creatività non ha limiti. Il mio piccolo studio sulle navi posacavi finisce qui. Sta a te continuarlo, usare questo testo come meglio credi e modificarlo a tuo piacimento!
[Canada] Durante il fine settimana a Hochelaga, un furgone aziendale appartenente alla ARA Robotique è stato incendiato
> Da Montreal Counter-Information, 25.02.26 Contributo anonimo a MTL Counter-info Nel weekend a Hochelaga, un furgone aziendale della ARA Robotique è stato incendiato. I droni della ARA hanno sensori avanzati e intelligenza artificiale per analizzare i dati in tempo reale. L’anno scorso, il governo del Quebec ha dato alla ARA e alla Laflamme Aero un finanziamento di 8,8 milioni di dollari. Queste due aziende producono droni ed elicotteri telecomandati progettati per migliorare la sorveglianza delle frontiere. Il Quebec riceve soldi dal governo nazionale per controllare meglio le sue frontiere, come vuole il governo federale, e come ha chiesto l’amministrazione Trump al Canada. Date le continue retate dell’ICE negli Stati Uniti e data l’espansione delle reti di risposta rapida [rapid-response networks] per proteggere le persone prese di mira dall’ICE, è il momento di colpire le aziende e le persone che creano tecnologie per controllare i movimenti delle persone attraverso le frontiere.
Atene (Grecia): Sabotare l’«ordine e la sicurezza» imposti dallo Stato e dalle autorità universitarie attraverso la ristrutturazione dell’istruzione
> Da Actforfreedomnow!, 3 Febbraio 2026 Attualmente, il sistema educativo sta subendo una ristrutturazione, con lo Stato e le autorità universitarie alla ricerca di vari modi per reprimere l’azione sociale e politica all’interno delle università, con l’obiettivo di consegnarle agli interessi delle imprese. Misure disciplinari, orari di apertura, presenza di polizia e guardie di sicurezza, nonché mezzi tecnici di sorveglianza, contribuiscono a creare un quadro di stigmatizzazione degli studenti e dei cittadini, considerati potenziali obiettivi della vendetta dello Stato e dell’università. La situazione socio-politica è tale che, nell’interesse del potere dominante e dei padroni, la riforma dell’istruzione deve essere attuata. La divulgazione pubblica di scandali successivi che coinvolgono lo sperpero di denaro pubblico, i crimini di Stato alle frontiere e sui treni, l’uccisione incessante di lavoratori da parte dei padroni nei campi di schiavitù del profitto, ma anche la collusione delle università greche con lo Stato sionista che sta commettendo un genocidio contro i palestinesi, costituisce un contesto che richiede un necessario rafforzamento della repressione preventiva da parte dei governanti. Di conseguenza, le università, in quanto luoghi centrali di politicizzazione e dissenso, sono al centro di un feroce attacco, con l’ovvio obiettivo di impedire agli studenti, la parte più attiva della società, di agire attraverso l’istituzione di vari metodi di controinsurrezione. Uno di questi metodi è stato l’installazione di telecamere di sorveglianza all’interno e all’esterno del complesso del Politecnico. Tale sorveglianza non era rivolta esclusivamente agli studenti, ma anche ai residenti del quartiere di Exarcheia, dal momento che le telecamere sono state installate sulle vie Bouboulinas, Stournari e Patission. In questo caso, l’obiettivo era senza dubbio quello di espandere, ampliare e, in ultima analisi, integrare le forze repressive – sia fisse che mobili – nel quartiere, al fine di garantire l’attuazione dei piani di turistificazione e gentrificazione di Exarchia. Comprendendo la necessità di contrastare questi piani in termini pratici, ma anche considerando il simbolismo dell’anniversario della rivolta del Politecnico, abbiamo deciso di agire contro le telecamere di sorveglianza. In qualità di attivisti, e in un momento in cui il complesso di Patission era pieno di vita, le telecamere di sorveglianza non potevano rimanere intatte. Man mano che salivamo, le telecamere venivano abbattute. Per raggiungere la libertà, non basta guardare in alto, ma bisogna anche agire. Dobbiamo arrampicarci, usando la giustizia come scala e abbattendo le leggi dell'”ordine e della sicurezza”, in modo che possano cadere dritte sulla testa dei governanti che si associano a tutti gli oppressori alle nostre spalle. Dopo tutto, la giustizia è dalla parte degli insorti, non degli infami e dei conformisti. Esprimiamo la nostra solidarietà a chi lotta contro il capitale, lo Stato e l’autorità universitaria. P.S. Accogliamo con favore azioni simili intraprese da altri individui che rendono il Politecnico uno spazio libero dalle telecamere di sorveglianza. Sabotatori dei piani dell’università e dello Stato per “l’ordine e la sicurezza”
Montreal (Canada): Tirale giù! CAMOVER 2026
> Da MTL Counter-Info, Gennaio 2026 Quest’inverno, le diverse squadre si sono riunite per dare il via a una nuova stagione di Camover. Alcune di loro hanno deciso di filmare alcuni dei loro successi. L’SPVM1 ha implementato un software di sorveglianza basato sull’intelligenza artificiale che integra migliaia di telecamere, sia pubbliche che private. All’attacco delle infrastrutture della tecno-distopia! Meno occhi indiscreti, più circuiti morti sull’asfalto. 2° round: da San Valentino al 15 marzo. *Pensateci sempre bene prima di filmarvi durante un’azione. 1. NDT: Service de Police de la Ville de Montreal, polizia della città di Montreal ↩︎