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Il lato amaro dei kiwi da Latina alla Nuova Zelanda
Dopo la pandemia la vita del nomade digitale è stata romanticizzata sui social network come nei media tradizionali, senza prendere seriamente in considerazione gli impatti sui territori di questa migrazione bianca, benestante, con passaporti forti, alla ricerca di mete paradisiache, ma anche di costi e condizioni di vita accettabili. Si parla poco di cosa in effetti sia l’esperienza del/la “nomade digitale”, di quale siano le condizioni di vita e di lavoro che si incontrano oltrepassando gli oceani. Il libro Te la do io l’Australia: un viaggio tra Oceania e Sud-est asiatico cerca di esplorare l’idea del viaggio, del turismo, della vita all’estero, della migrazione giovanile italiana, a partire dalla propria esperienza personale, intrecciandola con la riflessione politica, a partire dal proprio posizionamento di lavoratore precario, turista, bianco che guarda al mondo con curiosità e spirito critico. Pubblichiamo un estratto sulla raccolta di kiwi nella Bay of Plenty in Nuova Zelanda e le sue similitudini con la situazione nell’Agro-pontino. Nella cornice del lago Tekapo[, in Nuova Zelanda, ndr], ho il piacere d’incontrare Manuel, ragazzo argentino di ventinove anni. Come buona parte dei suoi conterranei ha origini italiane, in questo caso squisitamente siciliane. Possiede una working holiday visa molto simile a quella che viene rilasciata in Australia, con l’unica differenza che per il primo rinnovo, a fronte di tre mesi di lavoro nelle farm, vengono concessi solo altri tre mesi di visto e non un anno intero come accade nella terra dei canguri. Passeggio insieme a Manuel lungo il sentiero che costeggia il lago e porta fino alla cima del Monte John, sede di un osservatorio astronomico gestito dall’Università di Canterbury. Nel tragitto mi racconta il lato oscuro della raccolta stagionale dei kiwi. Il prezioso frutto dalle ottime qualita nutritive è un punto di contatto con il nostro Paese. Sono utilizzati circa 12.500 ettari per coltivarlo e l’80% della sua produzione è situata nella regione denominata Bay of Plenty, vicino alle città di Tauranga e Rotorua, nella zona nord-est dell’isola del nord. In Italia la superficie coltivata è più del doppio e un terzo della produzione si concentra nella regione Lazio. Nonostante la Nuova Zelanda sia stata recentemente superata dall’Italia per quantità coltivata, resta comunque la terra al mondo con il più alto livello di produttività per ettaro dedicato. La provincia di Latina, zona altamente produttiva, ha un clima simile alla Bay of Plenty, essendo un luogo al riparo dalle gelate precoci e con un buon livello di umidità. Quando è primavera in Italia, è autunno in Nuova Zelanda e questo favorisce la copertura del prodotto per tutto l’anno. Come in Italia, così in Nuova Zelanda, sono molti i migranti che si occupano della raccolta di kiwi e dalle sue parole emerge chiaramente che il sistema ha diverse ombre sull’utilizzo di manodopera non qualifcata: > «Ho visto con i miei occhi cosa succede nei campi neozelandesi vicino alla > città di Tauranga, dove ho vissuto per un periodo. La paga generalmente è di > poco superiore al minimo stabilito dalla legge ma le condizioni di lavoro sono > le peggiori che abbia incontrato nel Paese. I turni di lavoro sono > massacranti, si arriva a lavorare fno a dodici ore». Manuel mi racconta del fenomeno del lavoro nero e di come talvolta sia una condizione richiesta dal lavoratore stesso. Le motivazioni sono due: si vive illegalmente nel Paese o si ha un visto che non permette di lavorare. A suo avviso questo succede quando la coltivazione è affidata a terzi e non direttamente all’impresa che si occupa della vendita. Nella sua esperienza il proprietario e i supervisori erano di origine indiana e durante la raccolta i braccianti venivano spesso ripresi se scambiavano qualche parola con i compagni di lavoro o rallentavano il ritmo. La cosa che ha sconvolto Manuel sono gli alloggi destinati ai lavoratori. Allo stesso prezzo di una stanza in affitto in città gli è stata messa a disposizione la possibilità di dormire in un van o in una casa completamente non arredata e condivisa con una decina di persone: «Il bagno era arrangiato e doveva bastare per tutti quanti, quelli che vivevano nel van si facevano la doccia all’aperto con delle bacinelle. A condividere la casa con me erano giovani europei e sudamericani, tutti alla prima esperienza lavorativa con un visto simile al mio. Mi ricordo ancora lo sguardo perso di una ragazza italiana e di una norvegese accompagnata dal suo ragazzo argentino. Mi è venuto spontaneo chiedere loro come si potesse accettare di vivere in quelle condizioni. Ho smesso subito di lavorare. Molti dei ragazzi che iniziano non conoscono l’inglese e questo li costringe ad accettare una condizione degradante. Questo non è un caso isolato, solo in un’azienda di kiwi specializzata nel biologico ho trovato una diversa gestione delle risorse umane». > Ascoltando questo racconto ho subito pensato allo sfruttamento dei lavoratori > indiani nella provincia di Latina. Un’inchiesta del 2022 condotta da Irpimedia > attraverso più di 50 interviste, ha fotografato la condizione indegna di circa > 30mila braccianti appartenenti alla comunità sikh: paghe da fame, contratti > irregolari, minacce e ricatto sul permesso di soggiorno. Un fenomeno assolutamente diverso rispetto alla Nuova Zelanda ma sicuramente con interessanti analogie. Nell’inchiesta si punta la lente d’ingrandimento sull’attività della multinazionale neozelandese Zespri International Limited che è il più grande distributore mondiale di kiwi, con vendite in oltre 50 Paesi. Zespri è stata fondata nel 1988 e la sua sede internazionale è a Mount Maunganui, in Nuova Zelanda. Ha autorizzato coltivatori non solo nel suo Paese ma anche in Italia, Francia, Giappone, Corea del Sud, Grecia e Australia. Dal nostro Paese arriva circa un decimo della sua produzione. Nel loro sito internet si vantano di collaborare con circa 2.800 coltivatori neozelandesi e 1.500 internazionali, nonché di mantenere i diritti esclusivi per l’esportazione di kiwi dalla Nuova Zelanda verso tutti i Paesi diversi dall’Australia. In sostanza hanno un quasi totale monopolio. Sempre sul loro sito parlano di un ritorno sostenibile per i coltivatori e un contributo positivo all’intera comunità. Parlano di rispetto ambientale e di raggiungere la neutralità di emissioni di carbone entro il 2030. > L’intero settore in Nuova Zelanda impiega 10mila lavoratori con contratti > indeterminati e in alta stagione si arriva a un totale di circa 24mila > lavoratori. Prima della pandemia quasi la metà dei lavoratori stagionali erano > stranieri con un visto working holiday. Quindi parliamo di una platea di circa > 5.600 giovani. Si prevede infine un fatturato per le vendite globali di 4,5 > miliardi di dollari neozelandesi entro il 2025. Alcune delle imprese italiane oggetto dell’inchiesta di Irpimedia vendono a Zespri che ha il brevetto internazionale per i kiwi a polpa gialla SunGold, la varietà di kiwi più coltivata nell’Agro Pontino. La multinazionale, interpellata sulla questione, ha dichiarato di aver avviato un’indagine a riguardo e che qualsiasi sfruttamento sui lavoratori è inaccettabile. Non ha invece commentato la relazione tra il suo direttore, Craig Thompson, e la società di Cisterna di Latina coinvolta nell’inchiesta; Thompson, infatti, è azionista presso una delle società agricole italiane in cui due lavoratori intervistati hanno dichiarato di aver frmato un contratto sottopagato e dove non vengono utilizzati adeguati dispositivi di sicurezza. Zespri ha comunque ribadito di prendere molto sul serio le accuse e di aver contattato gli organismi di certifcazione indipendente. La chiacchierata con Manuel non è sufficiente a inquadrare quanto il fenomeno sia esteso. Bisognerebbe raccogliere ulteriori testimonianze e fare un lavoro d’inchiesta come quello svolto in Italia. Per ironia della sorte mi sono trovato sotto gli occhi questa strana analogia: in Italia sono lavoratori indiani a essere sfruttati mentre in Nuova Zelanda sono altri indiani che sfruttano giovani ragazzi con il visto working holiday, quasi a ricordare quanto l’origine delle persone sia relativa e non rappresenti una variabile importante nell’equazione. Il capitale mette in movimento i sikh che per sostenere le proprie famiglie accettano determinate condizioni di sfruttamento, tanto quanto un ragazzo europeo o sudamericano cerca di sostenersi e inventarsi una nuova vita lavorando nei campi neozelandesi. Con le dovute differenze abbiamo in comune il kiwi e la condizione del lavoratore: entrambi sono merce in movimento per soddisfare gli appetiti crescenti del consumo e della produzione. Cambiano gli emisferi ma la musica è simile. La puzza di sfruttamento è decisamente uguale. Estratto dal libro Te la do io l’Australia: un viaggio tra Oceania e Sud-est asiatico di NomadX Immagine di copertina di Jan Helebrant via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il lato amaro dei kiwi da Latina alla Nuova Zelanda proviene da DINAMOpress.
Toitū Te Tiriti: lotte decoloniali ed ecologiste in Nuova Zelanda per la difesa del Trattato Māori
Il primo dicembre scorso, dopo un viaggio di due scali e circa 27 ore di volo, sono arrivato a Wellington, la capitale della Nuova Zelanda, dove sto trascorrendo un periodo di ricerca di sei mesi presso la Victoria University nel corso del mio terzo anno di dottorato in Intelligenza Artificiale, su progetti riguardo i LLM. Wellington per essere una capitale è una città relativamente piccola, circa 200mila abitanti, ed è la terza per popolazione in Nuova Zelanda dopo Christchurch e Auckland – l’unica nel paese che supera il milione. Il centro cittadino si gira tutto tranquillamente a piedi, diviso tra la zona commerciale con alti palazzi di vetro sopra le vie dei negozi e il quartiere più caratteristico e conviviale di Te Aro, dove tra le due strade perpendicolari, Cuba Street e Courtenay Place, si svolge la maggior parte della vita serale e notturna. Salendo la collina a ridosso del centro si arriva alla zona universitaria, al limite di un grande giardino botanico. Fuori dal centro i quartieri sono una distesa di casette indipendenti in legno intervallate da grandi zone verdi. Passeggiando per la città, nel periodo in cui sono arrivato, era impossibile non imbattersi in locandine e manifesti sulla questione attualmente più al centro del dibattito pubblico neozelandese. Dalle bacheche universitarie alle finestre delle case si trovano bandiere e cartelli con una grafica bianca-rosso-nera con la scritta, a volte in Māori a volte in inglese, «Toitū te Tiriti», «Honour The Treaty»: Onora il Trattato. A metà novembre, poco prima del mio arrivo, sui social aveva spopolato un video nel quale la deputata maori Hana-Rawhiti Maipi-Clarke inizia a cantare e a eseguire la danza rituale haka nell’aula, seguita da colleghi, come segno di opposizione al progetto di “reinterpretazione” del Trattato di Waitangi proposto dal partito libertariano ACT. Il Trattato è considerato il punto di riferimento per la definizione del rapporto tra indigeni e Stato neozelandese, e quello in corso rappresenta solo l’ennesimo caso dei tentativi di smantellare il riconoscimento dei diritti della comunità Māori. Oltre alla questione strettamente legale, il contesto che ho trovato in questo paese è una situazione tuttora in divenire, con un rapporto molto particolare tra diverse componenti della popolazione, che per quanto da poco tempo che sono qui ho provato un po’ a capire, facendomi aiutare da persone coinvolte nei movimenti in corso. * * Flyers e poster in giro per la città UNA SOVRANITÀ MAI CEDUTA Dopo circa 500 anni di insediamento da parte di esploratori polinesiani sulle isole – che in seguito avrebbero formato l’identità del popolo Māori – James Cook fu il primo europeo a sbarcare ad Aotearoa nel 1769, a 120 anni dall’esplorazione di Abel Tasman. Il suo arrivo innescò un afflusso di navi europee e americane, portando a conflitti feroci e a una repressione durata oltre 40 anni, che causò la morte di tra i 30.000 e i 40.000 Māori. Data la concorrenza tra gli interessi di più nazioni, il governo britannico decise di inviare William Hobson sulle isole per negoziare un accordo con gli abitanti nativi. Fu lui, in soli quattro giorni, a redigere i tre articoli che compongono il Trattato di Waitangi, firmato il 6 febbraio 1840 tra Hobson e i 46 rangatira (capi) Māori, considerato il documento fondativo della Nuova Zelanda. Il trattato, originariamente scritto in inglese, fu tradotto in lingua māori la notte del 4 febbraio dal missionario Henry Williams e da suo figlio Edward. Il documento fu poi fatto circolare in più copie attraverso le isole, raccogliendo infine le firme di oltre 500 altri hapū (l’unità sociale fondamentale della comunità Māori) entro la fine dell’anno. Il trattato è composto da tre articoli che regolano le condizioni della presenza della Corona sulle isole e il suo rapporto con la popolazione Māori. Al centro del dibattito (principalmente politico) vi è la differenza di significato che alcuni termini assumono nelle due versioni del trattato. > Il primo articolo del trattato riguarda i diritti che la comunità Māori > concede alla Corona. Nella versione in lingua māori viene utilizzato il > termine kāwanatanga, che significa un permesso a governare. Kāwanatanga è > inteso come una forma limitata di autorità che permette agli inglesi di > controllare e regolare i propri insediamenti. Tuttavia, nella versione inglese > viene usato il termine sovereignty (sovranità), che implica un diritto > esclusivo a governare, vendere terre e assimilare i Māori sotto lo stesso > status legale dei sudditi britannici. Nel secondo articolo del testo in Te Reo (lingua māori), ai Māori viene garantito il diritto di esercitare la tino rangatiratanga sulle proprie terre, villaggi e tesori – un termine che si avvicina molto di più al concetto di sovranità nella lingua Māori. Nella versione inglese, però, esso viene tradotto con possession (possesso), indebolendo in modo significativo il significato originale. Il terzo articolo, identico in entrambe le versioni, garantisce la protezione della comunità Māori da parte della Corona. «Māori never ceded sovereignty» (I Māori non hanno mai ceduto la sovranità) è uno slogan ampiamente diffuso in città e durante le proteste. Come molte persone sottolineano, nel 1840 la popolazione Māori era di circa 80.000 persone, mentre i coloni britannici erano solo circa 2.000, sparsi in varie parti del Paese. Data una simile sproporzione, è altamente improbabile che la comunità locale intendesse cedere il controllo delle isole. Nella prospettiva Māori, Te Tiriti era pensato come uno strumento per promuovere la cooperazione e la convivenza con i nuovi arrivati, visti come ospiti sulla terra e, più in generale, come un mezzo per l’integrazione nella comunità internazionale in quanto nazione sovrana. La maggior parte delle firme raccolte dai capi Māori fu apposta sulla versione in lingua māori. William Hobson, che né parlava né leggeva il Te Reo Māori, utilizzò il trattato per dichiarare la sovranità britannica sull’Isola del Nord, mentre applicò la dottrina della terra nullius per rivendicare l’Isola del Sud – un concetto ampiamente usato nell’Europa coloniale per giustificare invasioni e appropriazioni di terre. * * Scritte e sticker in giro per la città Dopo la firma del trattato, nuove ondate di coloni giunsero nel Paese, alimentando i timori del popolo Māori di perdere il controllo sulle proprie terre. Questo portò a nuovi conflitti, iniziati nel 1843 e culminati negli anni 1860 con una serie di guerre coloniali – le New Zealand Wars – durante le quali furono dispiegati nel paese 18.000 soldati britannici, più che in qualsiasi altra parte dell’Impero britannico al di fuori dell’India. Ancora oggi, le New Zealand Wars rimangono in gran parte assenti dalla coscienza collettiva: i tentativi recenti di integrare questo periodo nei programmi scolastici hanno incontrato forti resistenze. Un altro terreno di scontro fu la repressione della lingua māori. Nel 1867, con il Native Schools Act, l’uso del Te Reo Māori fu ufficialmente vietato. Molte e molti Māori delle generazioni più anziane crebbero senza imparare la propria lingua, provocando una frattura culturale. Le restrizioni furono così severe che, agli inizi del XX secolo, alle bambine e ai bambini era proibito parlare Te Reo Māori in classe o perfino nel cortile della scuola, rischiando punizioni corporali. > Anche le confische di terra furono facilitate con l’istituzione, nel 1865, del > Native Land Court, che i Māori chiamavano Te Kōti Tango Whenua — “la corte > strappa-terra”. All’inizio del Novecento, il Trattato di Waitangi era > praticamente ignorato dai britannici, scatenando decenni di resistenza e > proteste. Per circa 50 anni, non si seppe nemmeno dove fosse il documento > originale, ritrovato solo nei primi anni del Novecento in un archivio, > gravemente danneggiato dai topi e dall’acqua. Le cose iniziarono a cambiare negli anni ’70. Nel 1975 fu istituito il Waitangi Tribunal per indagare sulle violazioni del trattato e nel 1985 gli furono conferiti poteri retroattivi per affrontare le ingiustizie precedenti alla sua creazione. Questo momento deve essere considerato il risultato di un lungo e intenso periodo di lotte da parte della comunità Māori, culminato con l’occupazione di Bastion Point e la Land March guidata da Dame Whina Cooper nel 1975, ispirazione anche dell’ultimo hīkoi del 2024. Dal 1974, il 6 febbraio è riconosciuto come Waitangi Day, festa nazionale della Nuova Zelanda che commemora la firma del trattato. Anche i diritti linguistici iniziarono a cambiare in questo periodo. Nel 1984 (sì, avete letto bene, 1984 in Oceania…) avvenne il cosiddetto Kia Ora Incident: Nadia Glavish, un’operatrice telefonica di Auckland, salutava gli utenti con il tradizionale saluto māori Kia Ora e fu denunciata e licenziata per questo. Il caso attirò l’attenzione nazionale e, dopo essere stata reintegrata, la sua vicenda divenne un simbolo della rinascita linguistica. Negli ultimi mesi, la questione è tornata alla ribalta con la proposta di legge Principles of the Treaty of Waitangi Bill, comunemente nota come Treaty Principles Bill, introdotta da David Seymour del partito ACT. Il disegno di legge mira a ridefinire i principi fondamentali del trattato, sostenendo che le e i Māori godano di un trattamento giuridico diverso rispetto al resto della popolazione e invocando un principio di uguaglianza secondo cui «tutti i neozelandesi sono uguali davanti alla legge». In sostanza, però, la proposta rappresenta l’ennesimo tentativo storico di cancellare il riconoscimento della comunità indigena e neutralizzare il contesto coloniale. È inoltre ben documentato che il sistema giudiziario e le forze dell’ordine trattano le e i Māori in modo discriminatorio rispetto al resto della popolazione neozelandese, con una maggiore probabilità di essere perseguit_ e incarcerat_ per gli stessi reati. Più in generale, il trattato sancisce i diritti collettivi della popolazione Māori a esercitare la propria sovranità – ed è proprio questo ciò che Seymour sta cercando di erodere, appellandosi a un’idea superficiale e disonesta di “uguaglianza”. Secondo il Waitangi Tribunal, la legge proposta ridurrebbe i diritti del popolo Māori e le responsabilità della Corona, renderebbe più difficile per loro l’accesso alla giustizia, minerebbe la coesione sociale e ridimensionerebbe lo status costituzionale del trattato. Inoltre, la decisione di escludere le e i rappresentanti Māori dal processo di revisione del trattato ha suscitato un’indignazione particolare. Le proteste sono culminate il 20 novembre 2024 a Wellington, dove oltre 35.000 persone hanno partecipato a una delle manifestazioni più grandi della storia recente della Nuova Zelanda, al termine di un hīkoi (marcia) di nove giorni attraverso il Paese. Giovedì 10 aprile, il Treaty Principles Bill è stato respinto con 112 voti contrari e solo 11 favorevoli, decretandone la fine. Tuttavia, mesi di consultazioni pubbliche hanno acceso un dibattito ampio e ancora in corso sui rapporti attuali tra le comunità presenti sulle isole – rapporti che toccano la lingua, le tradizioni, l’economia e la gestione dell’ambiente. * * Meme e vignette satiriche da una fanzine di attivist_ «TE REO IS A JOURNEY» Appena atterrato a Wellington, già dagli schermi e dalla segnaletica dell’aeroporto l’impressione era quella di essere in un Paese bilingue: dai cartelli dei bagni ai nomi delle città quasi tutto compare sia in inglese che in lingua Māori, e in giro per la città la situazione è simile. Già nei mesi prima di arrivare in Nuova Zelanda, sia dalle mail delle segreterie universitaria che di contatti personali residenti qui, avevo notato l’utilizzo diffuso di saluti e espressioni Māori, il che mi aveva dato l’impressione di un rapporto particolare con la lingua. Una volta a Wellington ho potuto constatare che l’utilizzo di espressioni Māori era del tutto esteso alla popolazione, sia nei saluti colloquiali che nei discorsi pubblici e istituzionali e anche tra pākehā, le e i neozelandesi di origine europea. Se inizialmente mi ero interrogato sulla possibilità di appropriazione culturale di questo utilizzo della lingua, ho capito che la situazione era diversa e più complessa. La diffusione del Te Reo, e in questo modo la sua rivitalizzazione, è considerata come uno strumento di affermazione della popolazione nativa, oltre che una risposta storica ai decenni di messa al bando della lingua. Certo ci possono essere situazioni in cui le pratiche e le usanze Māori sono tali da distinguersi dalle e dai non appartenenti alla comunità, ma la linea è molto sottile e non ben definita. > L’impressione generale che si ha, è che il Paese sia attraversato da un > processo molto recente e ancora in corso d’opera, dove i rapporti e la > convivenza tra diverse comunità sono ancora in corso di definizione, quindi > non senza contraddizioni ancora da sviscerare. Nelle mobilitazioni e nel percorso collettivo, tra la comunità māori e gli altri segmenti della popolazione si percepiscono quelle micro-conflittualità che nascono inevitabilmente tra soggettività direttamente coinvolte e alleate, con tutte le contraddizioni del caso. Il 28 luglio 2004, alla Victoria University di Wellington, il Ministro per le Relazioni Etniche del governo laburista, Trevor Mallard, tenne un discorso intitolato “We Are All New Zealanders Now”, presentando una narrazione nazionale pacificata e unificata. Questo discorso suscitò un ampio dibattito sul riconoscimento del privilegio e delle differenze all’interno della società. Citando un volantino trovato in città della scrittrice e attivista Ani Mikaere – Are we all New Zealanders now? — scrive: «Non c’è dubbio che molti Pākehā troveranno questo passaggio difficile: la loro ossessione per il controllo sulla relazione Māori-Pākehā fino a oggi potrebbe quasi essere classificata come una forma di disturbo compulsivo. Rinunciare a tale controllo richiede un atto di fede. […] A ben vedere, non esiste nessun altro posto al mondo in cui si possa essere Pākehā. Se il termine resterà per sempre legato al vergognoso ruolo dell’oppressore o se potrà diventare una fonte positiva di identità e orgoglio dipende dagli stessi Pākehā. Tutto ciò che è richiesto da parte loro è un atto di fede». Poco dopo il mio arrivo mi sono imbattuto in Whatever Palace, uno spazio preso in affitto da attivist_ legati a una casa editrice locale, 5ever books, all’interno del quale sono stati organizzati vari eventi su temi di attualità, principalmente su questione palestinese, diritti LGBTQIA+ e discussioni sul Trattato e l’anticolonialismo. All’interno dello spazio sono stati organizzati anche corsi di Te Reo, ai quali ho partecipato in un paio di occasioni, che si sono mostrati momenti di autoriflessione sullo stato delle cose. * * Whatever Palace e il corso di Te Reo di Ash Il 6 febbraio, in occasione del Waitangi Day, un hikoi (marcia) è partito dal parlamento fino a Waitangi Park, dove un palco per tutta la giornata ha ospitato musica e interventi. Sempre per l’occasione all’interno di un teatro poco distante si è tenuta una discussione aperta dal tema “Te Tiriti and Me”, un momento di scambio e condivisione di persone, sia Māori che Pākehā ma non solo, sulle proprie esperienze nella convivenza multiculturale attuale. Sebbene non fosse semplicissimo per me capire tutto, anche vista la frequenza di termini Māori all’interno dei discorsi, era evidente la dinamicità e l’attualità del dibattito. Una ragazza di origine europea ha a un certo punto espresso le sue difficoltà in certi contesti a utilizzare termini ed espressioni di una cultura che non sente propria, nel timore anche di non utilizzarle correttamente, ma d’altro lato senza voler rinunciare a farlo come strumento di integrazione. «Te Reo is a journey» le ha risposto una delle moderatrici della discussione. Te Reo è un percorso – un cammino in cui molte relazioni e circostanze sono ancora in via di definizione. * * Waitangi Day, 6 Febbraio 2025 La questione del Trattato e delle proposte di modifica si intreccia anche con numerosi altri temi, come le politiche ambientali, la privatizzazione e la costruzione di grandi infrastrutture invasive. A partire dagli anni ’90, in Nuova Zelanda sono stati avviati processi di privatizzazione, come nel caso della compagnia elettrica ECNZ, suddivisa dal governo in diverse aziende private, o la vendita di Air New Zealand, Telecom e varie società energetiche. Nel 2008, l’Aeroporto di Auckland è stato venduto per 1,65 miliardi di dollari, con conseguenti aumenti di prezzo e una perdita di controllo pubblico sulle operazioni negli anni successivi. Nel 1993, le ferrovie neozelandesi furono vendute a privati per 328 milioni di dollari, per poi essere riacquistate nel 2008 per 690 milioni a causa del forte peggioramento del servizio. Anche il settore sanitario ha affrontato per anni tagli al personale e alle risorse, aprendo la strada alla crescita delle strutture private. > Un aspetto particolarmente significativo in questo contesto è stato il > Foreshore and Seabed Act del 2004, che mirava a cancellare le rivendicazioni > māori sulle aree costiere e sui fondali marini. Le implicazioni furono gravi, > poiché la legge consentiva al governo di vendere i diritti di pesca e di > estrazione mineraria a società private. La misura incontrò una forte > resistenza ma fu infine abrogata. Al centro della questione c’era il fatto che il Waitangi Tribunal aveva informato il governo che tale provvedimento costituiva una violazione del Trattato e tuttavia l’esecutivo decise di procedere ugualmente. In questo contesto, il Treaty Principles Bill (TPB) aprirebbe la strada a ulteriori processi di privatizzazione, rimuovendo ostacoli che storicamente li hanno limitati. Leggi come il State-Owned Enterprises Act del 1986, il Conservation Act del 1987 e il Resource Management Act del 1991 contengono infatti clausole che impongono al governo di considerare il Trattato e di non ignorare gli interessi della comunità māori nelle decisioni riguardanti i beni pubblici. Vincoli di questo tipo verrebbero eliminati con l’approvazione del TPB. L’anno scorso, il National Party, il partito di centro-destra al governo, ha proposto anche il Fast Track Bill, una legge volta a facilitare e accelerare i processi di approvazione per grandi progetti infrastrutturali. La compagnia mineraria Trans Tasman Resources ha già annunciato l’intenzione di utilizzare questa legge per ottenere l’accesso alla Baia di South Taranaki, dove prevede di estrarre 50 milioni di tonnellate di fondale marino ogni anno per più di 30 anni. Negli ultimi mesi, si sono svolte numerose proteste e manifestazioni organizzate da associazioni come Greenpeace, WWF, Extinction Rebellion e molte altre. Come sottolineato, il Fast Track Bill fa parte anche di un tentativo di escludere le comunità locali dal processo decisionale riguardante la gestione delle terre. * * Mobilitazioni in difesa del Trattato e contro il Fast Track Bill Al di là degli aspetti legislativi, queste istanze hanno suscitato riflessioni più ampie sul privilegio e sulle diverse condizioni di vita tra le comunità dell’isola. Alla fine di marzo, la deputata del Green Party Tamatha Paul ha fortemente criticato la presenza e la condotta della polizia neozelandese, condannando il trattamento delle persone senza fissa dimora («aspettano che se ne vadano per poi gettare le loro cose nella spazzatura») e sottolineando come le comunità Māori e Pasifika siano sottoposte a controlli e perquisizioni da parte della polizia 11 volte più frequentemente rispetto ad altre. Le sue osservazioni hanno scatenato reazioni accese da parte del Partito Nazionale di destra, del Partito ACT libertariano, del populista New Zealand First e anche da membri del Partito Laburista. Infine, nel campo delle nuove tecnologie, sono emerse anche prospettive critiche e decoloniali, che spaziano dalle indagini sui pregiudizi nella sorveglianza tramite IA nei confronti dei Māori, a progetti che sviluppano modelli di linguaggio avanzati (LLM) per la preservazione linguistica, fino a discussioni riguardanti le normative sui diritti di licenza per l’uso delle informazioni sensibili da parte delle grandi aziende tecnologiche. Il quadro generale è estremamente ampio e complesso, profondamente intrecciato con le esperienze personali delle comunità dell’isola. Per avere ulteriori spunti, ho rivolto alcune domande ad Ash e Peregrin, che ho incontrato al Whatever Palace e che sono entrambi coinvolt nelle recenti mobilitazioni: Cosa significa il Trattato per te? E qual è il tuo rapporto personale con il Te Reo? A: Te Tiriti per me significa onorare la nostra sovranità e il sapere che questa è la nostra whenua, che siamo più che felici di condividere con persone da tutto il mondo, ma che sembra essere reclamata principalmente dai colonialisti. Te Tiriti significa essere onorati come tangata whenua, rispettati. Il nostro Tiriti non è stato rispettato dai bianchi e i governi continuano a prendere la nostra terra. Parlo, leggo e scrivo fluentemente Te Reo. Sono di discendenza maori, inglese, irlandese e scozzese. P: Te Tiriti o Waitangi è una grande base per sostenere il tino rangatiratanga, ma solo se viene riconosciuto, sostenuto e rispettato – per la stragrande maggioranza della storia coloniale del paese non è stato così – ma per la maggior parte della mia vita lo è stato. Quando viene rispettato, garantisce controlli e bilanci contro tutte le imprese sgradevoli – dall’estrazione mineraria in alto mare, allo sfruttamento eccessivo delle risorse. Ha anche disposizioni per i popoli indigeni (intendo questo in senso ampio, poiché è qualcosa che pochi stati colonizzatori considerano) per esprimere la loro saggezza, che beneficia TUTT – È utile ascoltare le persone che risiedono in una zona da secoli riguardo all’uso della terra, specialmente se quella terra è soggetta a collassi ecologici, clima impazzito o attività geologica violenta periodica. La mia kuia (nonna) mi ha insegnato alcune nozioni di Te Reo fin da piccolo, ma non ho iniziato a puntare alla fluency fino a quando non mi sono trasferito a Wellington nel 2015. Sono stato fortunato che Te Wānanga o Aotearoa offrisse corsi gratuiti di Te Reo della durata di un anno e li ho frequentati per 3 anni, finendo in un programma di immersione totale che mi ha portato alla fluency. Ho ancora difficoltà a seguire alcuni programmi di Te Karere (il principale media di notizie Maori TV) e il whaikōrero (oratoria tradizionale durante le riunioni comunitarie), ma riesco a cogliere il senso della maggior parte delle cose e a conversare con altri parlanti fluenti. Sono davvero fortunato ad aver avuto il privilegio di farlo – specialmente perché mia nonna è stata colpita dagli insegnanti per aver parlato in Maori a scuola – li mandavano nei boschi al limite del cortile della scuola a raccogliere kareao/supplejack, una vite resistente. Poi colpivano i bambini che parlavano in Maori con il kareao. Se mai avrò dei bambini, voglio che siano bilingui, il te reo sarà sempre presente in casa – ma nel centro di Wellington trovo davvero difficile trovare altre persone con cui kōrero se non frequento una classe. Ho notato che questa situazione sta cambiando, con sempre più persone che partecipano a questi corsi. Dal punto di vista nazionale e della tua esperienza, come pensi che siano cambiati i rapporti tra le diverse comunità in Aotearoa e l’opinione pubblica negli ultimi anni? A: Penso che le persone venute da altri paesi abbiano iniziato a informarsi di più su Te Tiriti e sui Māori e ho visto durante l’Hikoi quanto siamo uniti. P: Lo dico come qualcuno di origine mista Māori-Pākehā – e qualcuno che è “bianco di passaggio”: penso davvero che i neozelandesi di origine Pākehā che mostrano solidarietà debbano imparare molto di più su Te Tiriti e sulla storia del paese. Non lo dico agli ignoranti gioiosi o ai Pākehā apertamente razzisti, lo dico agli alleati che sventolano la bandiera del tino rangatiratanga e si uniscono a noi nell’hīkoi: è fantastico vedervi qui, nau mai haere mai. Ma vi prego di prendere del tempo, ogni tanto, per leggere Ranginui Walker, o Ask That Mountain, o anche solo un pomeriggio su Wikipedia potrebbe essere utile. È frustrante vedere tante persone ben intenzionate che mancano ancora di una comprensione di base della storia del paese o, peggio ancora, che sparano una falsa narrativa coloniale (ce ne sono molte). Non è tutta colpa loro: il curriculum educativo della Nuova Zelanda ha esplicitamente omesso capitoli della nostra storia, e gli insegnanti sono stati incredibilmente mal equipaggiati, al meglio, e riluttanti, nel peggiore dei casi. Dopo l’hīkoi dello scorso anno ho notato alcuni miglioramenti: non sento più tanti “alleati” denigrare il Trattato (penso che molti tendessero a supporre che il Trattato fosse un documento malvagio creato per “ingannare” i Māori – una narrativa non particolarmente accurata o utile). Come pensi che evolverà la situazione politica riguardo a questa questione? P: A volte mi preoccupo. La tossica diatriba guidata da algoritmi che ha lobotomizzato il discorso pubblico negli USA sembra stia radicandosi in tutto il mondo e non penso che siamo immuni. Questo governo di coalizione attuale è molto vicino a due promotori di tale retorica – David Seymour e Winston Peters. Entrambi stanno invocando una retorica “anti-woke”, cancellando il contesto storico, respingendo la sfumatura e impiegando false narrative nelle loro strategie politiche. Ma vedere la nazione mobilitarsi per denunciare queste sciocchezze è ispirante. Varie movimenti hanno enfatizzato la connessione tra il Trattato e altri temi, come quelli ambientali, finanziari e tecnologici. Quali sono le tue riflessioni su questo? P: Come ho detto sopra, il Trattato è stato una salvaguardia efficace contro lo sfruttamento ambientale guidato dal capitale. Guardando al futuro, non sarò sorpreso se potrà anche funzionare come salvaguardia per i diritti sui dati e altri taonga all’incrocio tra società e tecnologia. In che forme pensi che l’attivismo si manifesterà nei prossimi mesi o anni? P: L’hīkoi dello scorso anno si basava sulla Marcia della Terra del 1975. C’è una lunga tradizione di attivismo in questo paese, e abbiamo molti nobili antenati a cui guardare per guida. Titiro whakamuri, haere whakamua. We look back before we go forward. * * Toitū te Tiriti, Cuba Dupa e Waitangi Day L’immagine di copertina è di TheLoyalOrder (Wikipedia). Tutte le immagini nel corpo dell’articolo sono di Daniele Gambetta. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Toitū Te Tiriti: lotte decoloniali ed ecologiste in Nuova Zelanda per la difesa del Trattato Māori proviene da DINAMOpress.