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Le donne sostengono l’altra metà del cielo. A Napoli una riflessione su diritti, giustizia e nonviolenza
L’INCONTRO PROMOSSO DALL’INNER WHEEL CLUB NAPOLI LUISA BRUNI CON LA MAGISTRATA GEMMA TUCCILLO HA RIPERCORSO IL CAMMINO DELLE DONNE NELLA SOCIETÀ ITALIANA, AFFRONTANDO TEMI COME PARITÀ, VIOLENZA DI GENERE, GIUSTIZIA RIPARATIVA E DIRITTI. Una sala gremita, molte donne di generazioni diverse e una riflessione che attraversa quasi un secolo di storia italiana. È questo il clima che ha accompagnato l’incontro “Forza non violenza – Le donne sostengono l’altra metà del cielo”, promosso dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni e ospitato nella Sala Conferenze dell’ACEN. L’iniziativa, ispirata a un celebre proverbio cinese, ha avuto come protagonista la dottoressa Gemma Tuccillo, magistrato di Cassazione e figura di primo piano della giustizia italiana, da sempre impegnata sui temi della tutela dei minori, dei diritti e della protezione delle persone più fragili. Ad aprire l’incontro è stata la presidente del Club, Gabriella Manieri Giglio. L’Inner Wheel è una delle più grandi organizzazioni femminili di servizio al mondo e opera attraverso progetti sociali, culturali e umanitari. Il Club Napoli Luisa Bruni affianca da decenni all’attività culturale un costante impegno rivolto ai bambini, ai giovani e alle realtà socialmente più fragili della città. Nel corso degli anni ha promosso attività di doposcuola, corsi di ricamo e legatoria, incontri nelle scuole dedicati all’educazione al rispetto e alla prevenzione della violenza, visite guidate, iniziative culturali e spettacoli finalizzati anche alla raccolta di fondi per persone in difficoltà. Un impegno ampio, che unisce educazione, cultura, solidarietà e attenzione alla crescita civile del territorio. La conferenza si è trasformata ben presto in un racconto che ha intrecciato esperienza professionale, memoria personale e riflessione civile. Nel corso dell’incontro, Tuccillo ha richiamato più volte il legame tra mente e cuore, professionalità e umanità: una sintesi che, fin da ragazza, ha orientato il suo modo di intendere la professione. Non soltanto applicazione della legge, ma attenzione alle persone, alle loro storie e alle conseguenze umane che ogni vicenda giudiziaria porta con sé. Con il tono diretto e spesso ironico che la contraddistingue, la magistrata ha ripercorso i propri inizi come magistrato di sorveglianza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in un periodo in cui la presenza femminile nella magistratura era ancora una novità. Le donne, infatti, poterono accedere alla carriera magistratuale soltanto nel 1963, dopo una lunga battaglia per il riconoscimento della piena parità professionale. Tra gli episodi ricordati durante la serata, uno ha suscitato particolare interesse nel pubblico: durante una protesta dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, affrontata con intelligenza e ironia, una battuta riuscì a sciogliere una situazione di forte tensione, dimostrando come autorevolezza e capacità di dialogo possano talvolta ottenere risultati più efficaci della contrapposizione. Partendo dalla propria esperienza, la magistrata ha allargato lo sguardo al percorso compiuto dalle donne nella società italiana. Dal diritto di voto conquistato nel 1945 alla partecipazione femminile all’Assemblea Costituente, fino all’ingresso nelle professioni che per lungo tempo erano rimaste esclusivamente maschili. Nel corso dell’intervento sono state ricordate figure come Teresa Mattei e le tante donne che contribuirono alla costruzione della Repubblica, così come le conquiste più recenti nel mondo dello sport, dal riconoscimento del calcio femminile professionistico alla crescente visibilità delle atlete italiane nelle competizioni internazionali. Il titolo dell’incontro è stato anche lo spunto per una riflessione sul rapporto tra uomini e donne. Tuccillo ha sottolineato come il progresso non passi attraverso una contrapposizione tra i sessi, ma attraverso il riconoscimento reciproco e la valorizzazione delle differenze. Nel corso dell’incontro si è parlato anche delle cosiddette “quote rosa”. La magistrata ha invitato a non fermarsi alle definizioni, osservando come il vero obiettivo non sia il nome attribuito a questi strumenti ma i risultati che essi consentono di raggiungere. Non importa che siano rosa, gialle o di qualsiasi altro colore: ciò che conta è favorire una partecipazione più equilibrata e superare ostacoli che per troppo tempo hanno limitato l’accesso delle donne ad alcuni ambiti della vita pubblica e professionale. Tra gli esempi citati, la crescente presenza femminile in settori tradizionalmente maschili e le misure introdotte per garantire una maggiore rappresentanza delle donne anche nelle competizioni sportive internazionali. Ampio spazio è stato dedicato anche a temi particolarmente attuali: la violenza di genere, il femminicidio e il Codice Rosso, con un richiamo alla necessità di intervenire tempestivamente nei casi di rischio e di favorire l’emersione delle situazioni di pericolo prima che sia troppo tardi. Particolarmente significativi sono stati i riferimenti al sostegno garantito ai familiari delle vittime di mafia e camorra e ai figli delle donne uccise per femminicidio, che non vengono lasciati soli ma accompagnati attraverso specifici percorsi di tutela e assistenza. Nel corso della serata è stata ricordata anche l’esperienza di Giannino Durante, padre di Annalisa Durante, la giovane vittima innocente della camorra. Attraverso incontri nelle carceri e attività di testimonianza, il dolore personale è stato trasformato in un’occasione di dialogo e riflessione, dando vita anche a significativi scambi epistolari con detenuti di diversi istituti penitenziari. Tra gli argomenti affrontati anche la giustizia riparativa, intesa come percorso capace di mettere al centro non soltanto la sanzione, ma anche il riconoscimento del danno subito dalle vittime e la responsabilizzazione di chi lo ha provocato. Non è mancato un accenno ai percorsi di transizione di genere, descritti come momenti particolarmente delicati nella vita delle persone che li affrontano. La riflessione si è concentrata sulla necessità di guardare a queste situazioni con rispetto, attenzione e senso di responsabilità, individuando soluzioni capaci di tutelare la dignità e i diritti delle persone coinvolte. Più che una conferenza, quella promossa dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni è stata una conversazione aperta sulla società italiana e sui cambiamenti che l’hanno attraversata negli ultimi decenni. Un’occasione per ricordare le conquiste raggiunte, ma anche per riflettere sulle sfide ancora aperte, dalla violenza di genere alla tutela delle persone più fragili, passando per il riconoscimento dei diritti e della dignità di ciascuno. Tra ricordi personali, esperienza professionale e riflessioni sul presente, Gemma Tuccillo ha lasciato al pubblico un messaggio semplice ma profondo: il diritto, da solo, non basta. Per costruire una società più giusta servono competenza e responsabilità, ma anche ascolto, rispetto e umanità. In altre parole, quelle stesse qualità che lei stessa ha indicato come guida del proprio percorso: mente e cuore. Lucia Montanaro
June 3, 2026
Pressenza
Afghanistan, il silenzio delle bambine diventa consenso
della redazione di Diogene (*) Foto USAID Afghanistan, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons Il nuovo decreto talebano sul divorzio non legalizza soltanto un abuso. Fa qualcosa di più spietato: prende il silenzio di una ragazza/bambina e lo trasforma in consenso. Ma quel silenzio non è libero. È il risultato di un sistema che ha chiuso le scuole alle adolescenti,
Consenso o volontà contraria? Il DDL Bongiorno nel dibattito sulla violenza sessuale
A che punto è la discussione sul DDL Bongiorno (il cosiddetto Decreto “Stupri”) Torniamo a parlare di un argomento che è stato di grande attualità negli ultimi mesi ma che sembra sparito dalla ribalta politica; e ci sarebbe da aggiungere inspiegabilmente, data la sua rilevanza per l’ordine sociale del nostro Paese. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 abbiamo assistito a un braccio di ferro, in seno alle Camere, sulla riforma del codice penale in materia di violenza sessuale. Tutto è partito con la proposta delle deputate Boldrini, Di Biase, Ferrari, Forattini, Ghio e Serracchiani, approvata all’unanimità dalla Camera il 25 novembre 2025, che chiedeva la sostituzione dell’art. 609-bis con il seguente testo: «Art. 609-bis – (Violenza sessuale) – Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni. Alla stessa pena soggiace chi costringe taluno a compiere o a subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità ovvero induce taluno a compiere o a subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o di particolare vulnerabilità della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi». L’elemento sostanziale di novità era l’introduzione della nozione di consenso, a cui veniva attribuito un ruolo essenziale come manifestazione della libertà di compiere l’atto sessuale e la conseguente configurazione del reato di violenza contro la persona in sua assenza. Questa modifica recepiva, anche piuttosto tardivamente, le indicazioni vincolanti della Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale contro la violenza sulle donne e la violenza domestica del 2011, ratificato dall’Italia nel 2013, ma mai divenuto pienamente attuativo. Nel passaggio al Senato, però, l’iter ha subito un arresto. Il 22 gennaio la senatrice Giulia Bongiorno ha infatti presentato una proposta di riformulazione del testo, nel corpo di un disegno unificato, che alla nozione di consenso sostituiva quella della “volontà contraria”. Il corpo dell’articolo veniva così riscritto: «Art. 609-bis – Violenza sessuale – Chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tale modifica ha acceso immediatamente un dibattito non solo in Parlamento, ma soprattutto una forte agitazione sociale contro l’emendamento, animata dai movimenti femministi ma anche da tante forze politiche dell’opposizione. Il punto della questione non era tanto l’aspetto terminologico o tecnico-giuridico della riformulazione. Come evidenziato in vari comunicati della rete dei centri antiviolenza, mentre la proposta approvata dalla Camera recepiva le raccomandazioni delle convenzioni internazionali che considerano la violenza sessuale e, in generale, la violenza contro le donne quali violazioni dei diritti umani, la riforma Bongiorno andava a contrastare la cosiddetta cultura del sì, con la motivazione che la fattispecie del consenso avrebbe determinato forme di speculazione e aumentato, quindi, la proliferazione di falsi casi di violenza, o comunque di situazioni in cui la violazione non si era effettivamente verificata. Attualmente, il DDL Bongiorno è ancora fermo in Parlamento, ma molte voci tra quelle che sono state protagoniste delle contestazioni, riunitesi sotto lo slogan “se non è consenso è stupro”, prendono sempre più chiaramente le distanze dal testo (Roma, 1 aprile – “Il ddl Bongiorno, al centro delle contestazioni di questi mesi, non è più il riferimento del confronto parlamentare. È un primo risultato importante, che arriva anche grazie alla mobilitazione delle donne, dei centri antiviolenza, delle reti femministe e di tutte le realtà che in questi mesi hanno alzato la voce contro un arretramento culturale e giuridico inaccettabile. Ora si riparta dal testo della Camera”. Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil. Fonte: Ansa). L’argomento è però di scottante attualità. Nella visione di chi scrive, la proposta della senatrice Bongiorno ha agito come distrazione dal vero punto della questione e messo una foglia di fico su un problema culturale: il rifiuto del legame fra violenza sessuale e violazione dei diritti umani. In pratica, ha allontanato dal vero dilemma: cosa è il consenso? Abbiamo già detto che, sul piano internazionale, il riferimento è chiaro ed è contenuto nella Convenzione di Istanbul: qualsiasi atto sessuale senza il consenso libero e attuale della persona coinvolta costituisce reato. Il consenso deve essere esplicito, volontario e dato liberamente, non presunto da comportamenti passivi. Questo principio mira a superare la necessità di dimostrare la violenza o la minaccia. Come si sa, vi è una stretta interdipendenza tra diritto e società: la società crea il diritto per regolare il vivere civile e il diritto riflette (o dovrebbe riflettere) i valori fondanti della società. Facciamo un passo indietro. Per capire meglio il quadro, va ricordato che, in Italia, la violenza sessuale è diventata un delitto contro la persona solo nel 1996, attraverso la disciplina dell’art. 609-bis del Codice Penale, che ha sostituito i vecchi reati di violenza carnale e atti di libidine (in Francia, lo stupro è stato così definito e normato già nel 1980, solo per prendere a esempio l’iter di un altro Paese europeo). La nostra cultura, è evidente, fa fatica ad avanzare su questo tema, per tante ragioni che non serve qui analizzare. Ma restiamo sul punto: troppa gente è ancora posizionata su una falsità, e cioè che la violenza sessuale abbia a che fare con il sesso. È una faccenda, invece, che ha a che fare con il corpo. Potrebbe sembrare una questione terminologica ma è fondamentale determinare cosa sia il corpo: non solo fisicità, ma una forma esistente che proviene da una storia, la nostra, che ci contiene, ci connota, ci situa, qualcosa di molto più complesso. Nella relazione con l’altro, è fondamentale chiarire i contorni del corpo. Solo chi conosce il valore del proprio corpo e lo rispetta può capire il valore del corpo altrui e rispettarlo. È un’equazione: se così non è e tra le parti in gioco vi è asimmetria, mancanza di sincronia, non reciprocità, ecco la disfunzionalità. E accade quindi che, per una persona, un tocco sfiorato su una specifica parte del corpo sia troppo, per l’altra troppo poco. Il vero punto di equilibrio sta, quindi, nel rapporto tra la percezione di quel contatto da parte di chi lo riceve e da parte di chi lo agisce. Sta nell’equilibrio tra le rispettive storie e in quello che esse attivano nella persona. In questo senso, il sesso è solo una parte di questa storia. Per questo, dice bene la Convenzione di Istanbul: la codifica di questo equilibrio è il termine “consenso”, che deve essere accompagnato dagli aggettivi “attivo” e “manifesto”, al fine di consentire a chi giudica un reato di violenza sessuale di avere un chiaro riferimento dell’esistenza della violazione. La nozione di “volontà contraria” sposta il confine troppo avanti, nel tempo e nello spazio, e presuppone persone capaci di fermarsi davanti al dubbio, riconoscendo l’altro. Ma le persone non sono tutte così: può accadere che, prima che si manifesti quella “volontà contraria”, sia già stato commesso un errore e determinato un danno irreparabile. In conclusione, il DDL Bongiorno è stato un tentativo, che sembra al momento sventato, di far arretrare il nostro Paese sul piano della tutela dei diritti umani, dando spazio a una sottocultura connessa con la struttura patriarcale che, invece, andrebbe decisamente combattuta. Si auspica che la discussione in Parlamento trovi presto una sua definizione, ripartendo dal testo della Camera, con l’adeguamento della nostra legislazione alle raccomandazioni delle convenzioni internazionali. Fonti Giurisprudenza Penale – Testo approvato dalla Camera Convenzione di Istanbul – ricerca DDL 1715 PDF Nuova proposta – volontà contraria Senato – fascicolo DDL Emma Centri Antiviolenza Nives Monda
April 22, 2026
Pressenza
Un uragano in abiti vittoriani
di Bruno Lai 22 aprile 1858: nasce Ethel Smyth. Ethel Smyth (1858-1944) è come un uragano in abiti vittoriani. È una donna assolutamente dirompente, capace di farsi largo a gomitate in mondi esclusivamente maschili con una grinta decisamente notevole. È una donna che, se trova una porta chiusa, non bussa: la abbatte. Ethel Smyth è orgogliosamente inglese, nata a Sidcup,
Eva, che (ri)nacque un anno fa
Non è un pesce d’aprile ma una piccola, grande storia di libertà. di Gb e Lp (*)   Wqyzbj, per ora chiamiamola così. Poi diventerà Eva. Il 1 aprile 2025 è in volo verso l’Italia da un Paese asiatico dove i matrimoni forzati sono la normalità e i diritti delle donne contano zero. Ha una ventina d’anni, da tempo studia
8 marzo 2026: a Napoli l’arte al servizio della memoria
Arte urbana e memoria femminile nel cuore di Napoli 8 marzo 2026. Una data che ogni anno porta con sé nuove storie, rivendicazioni, lotte sociali, diritti conquistati passo dopo passo. Cresce la consapevolezza, ma restano ferite aperte. L’8 marzo affonda le radici nelle proteste operaie, nelle battaglie per il voto, nelle richieste di condizioni di lavoro dignitose. Nelle donne che hanno pagato con l’esclusione, con il carcere, con la marginalizzazione il prezzo della parola. Con il tempo questa giornata è stata addolcita, semplificata, quasi neutralizzata. Mimose, auguri, ritualità ripetute. Eppure il suo significato più profondo resta intatto: ricordare che i diritti sono conquiste e che ogni conquista richiede memoria, vigilanza, responsabilità. Oggi, mentre nel mondo si combattono guerre che colpiscono in modo sproporzionato donne e bambini, mentre in molti Paesi i diritti femminili arretrano e la violenza di genere continua a essere una realtà quotidiana, l’8 marzo chiede di tornare alla sua sostanza. Chiede memoria attiva. Come spesso mi accade, ho cercato un filo rosso per onorare questa giornata. Ho pensato alle donne che in questi anni riempiono le nostre cronache di dolore. Alle donne e alle bambine in guerra, alle loro lotte quotidiane, silenziose, ostinate. Passeggiavo e, ancora una volta, l’arte mi è arrivata addosso senza che la cercassi. L’arte ha sempre avuto questa forza: affermare ciò che la società fatica ad accettare. Può appartenere al passato, parlare al presente, interrogare il futuro. Le donne sono state rappresentate fin dall’antichità come simboli, allegorie, muse. Eppure hanno creato, scritto, dipinto, studiato, trasformato il linguaggio del loro tempo. Non solo oggetti di rappresentazione, ma soggetti di senso. L’arte non impone, interroga. Non urla, resta. Ho scelto loro. Combattenti diverse, esempi di vita, icone che il tempo non ha cancellato. Tutte insieme, senza podi. Tutte, in modi differenti, hanno spostato il nostro mondo un passo più avanti. Con loro resto in questo breve viaggio, senza dimenticare le altre. L’ho trovato in un vicolo dedicato alle donne, nel cuore di Napoli. A pochi passi dal rumore del centro storico, tra le voci e il brulicare continuo, Vicoletto Donnaregina è uno spazio stretto, poco illuminato, quasi silenzioso. Proprio in quel silenzio il ritmo cambia. Ed è lì che l’arte entra in gioco. Non per decorare, ma per compiere il suo gesto più autentico: fermare il tempo e aprire uno spazio di coscienza. I volti che emergono dalle pareti fanno parte dell’intervento dell’artista Trisha Palma, che in questo vicolo ha scelto di dare forma a una memoria femminile visibile, concreta, quotidiana: un gesto che restituisce voce a chi la storia ha spesso silenziato. Sulle pareti compaiono volti di donne che hanno lasciato tracce profonde nel nostro tempo. Accanto ai ritratti, frasi che non sono slogan, ma sintesi di esistenze complesse. “Innamorati di te, della vita e poi di chi vuoi.” La vita di Frida Kahlo è stata segnata dal dolore fisico, da malattia e incidenti che l’hanno costretta a convivere con una fragilità permanente. Il suo corpo, ferito, è diventato linguaggio. In un’epoca in cui alle donne era chiesto di essere discrete e silenziose, Frida ha mostrato cicatrici, sangue, desiderio, rabbia. Ha trasformato la sofferenza in arte e l’identità in atto politico. La sua frase oggi parla a chi lotta per il diritto di essere sé stessa in un mondo che ancora giudica e limita. “Non staremo zitte mai più” Michela Murgia ha scelto la parola come forma di responsabilità civile. Ha denunciato le strutture culturali che rendono invisibili le donne, ha affrontato il potere del linguaggio, ha rifiutato la neutralità. Anche durante la malattia ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico, trasformando la fragilità in testimonianza. Quel “non staremo” è un plurale che chiama in causa tutte. In un tempo in cui il silenzio diventa complicità, la parola resta un atto di coraggio. “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza.” Rita Levi-Montalcini studiò e fece ricerca quando le leggi razziali la esclusero dall’università. Allestì un laboratorio nella sua camera da letto e continuò a lavorare senza riconoscimento fino a quando il suo talento non fu evidente. Donna, ebrea, scienziata in un contesto ostile, dimostrò che l’intelligenza può sopravvivere anche quando il sistema cerca di soffocarla. In un presente in cui la conoscenza viene talvolta svalutata, la sua storia è un richiamo alla competenza come forma di libertà. “Nelle mie mani è la mia prima risurrezione.” Matilde Serao non si limitò a scrivere: fondò e diresse uno dei quotidiani più importanti del suo tempo, in anni in cui la direzione di un giornale era impensabile per una donna. Raccontò Napoli senza compiacenza, descrisse la povertà e le ingiustizie sociali, diede voce a chi non l’aveva. Impugnare la penna fu il suo gesto di autonomia. In un’epoca in cui l’informazione è terreno di conflitto, la sua figura ricorda che raccontare è un atto di responsabilità storica. “Vi mostrerò di cosa è capace una donna.” Artemisia Gentileschi subì violenza e affrontò un processo pubblico umiliante, durante il quale dovette difendere la propria verità sotto tortura. Non si ritirò. Continuò a dipingere, rappresentando donne forti, determinate, capaci di reagire. In un Seicento che non riconosceva autorità artistica alle donne, costruì una carriera internazionale. La sua frase non è una supplica, ma una promessa: il talento non chiede concessioni, chiede spazio. Raccontare queste storie significa ricordare che dietro ogni frase c’è fatica, esclusione, lotta. Le donne dipinte sui muri appartengono al passato, ma le donne che oggi combattono appartengono al presente. È a queste donne che va il nostro omaggio. A Frida, a Michela, a Rita, a Matilde, ad Artemisia. Alle loro vite attraversate da ostacoli reali, alle loro parole che hanno aperto strade. Ma questo omaggio si estende a ogni donna. A tutte quelle che ogni giorno combattono per restare al proprio posto, per non essere messe ai margini, per essere ascoltate. Alle donne che vivono nei territori di guerra e proteggono i propri figli sotto le bombe, a quelle che devono difendere la propria casa, procurarsi il cibo, garantire dignità alla propria famiglia anche quando tutto intorno crolla. A chi lavora in silenzio, a chi studia controcorrente, a chi resiste senza essere raccontata. Usare il dono della vita come strumento. Non sprecare il proprio tempo. Non essere oggetto ma consapevolezza. Non arrendersi. Non restare in disparte. Non farsi sminuire. Non abbassare lo sguardo. Non sentirsi inadeguate. Forse è questo il modo più autentico per onorare un giorno. Noi che possiamo. Noi che viviamo il tempo delle possibilità e dei diritti. Noi che, rispetto alle donne del passato, abbiamo il potere dell’indipendenza, abbiamo il dovere e la responsabilità di usarlo. Anch’io ci provo, ogni giorno. Praticando la memoria, scrivendo, fotografando. Le fotografie sono di Lucia Montanaro Murales di Vicoletto Donnaregina a Napoli Lucia Montanaro
March 8, 2026
Pressenza
Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”
È deceduto sabato, a Lione, il militante di estrema destra Quentin Deranque. Sui media principali è stato subito lanciato l’allarme per lo “squadrismo di sinistra”: Deranque sarebbe stato ucciso in un pestaggio organizzato da militanti antifascisti, a margine di un evento con Rima Hassan, europarlamentare de La France Insoumise, presso […] L'articolo Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima” su Contropiano.
February 18, 2026
Contropiano
Senza consenso è stupro: Napoli in Piazza del Plebiscito
Mobilitazione in Piazza del Plebiscito contro il ddl Bongiorno e per la centralità del consenso nella tutela delle vittime di violenza sessuale. Domenica 15 febbraio 2026, alle ore 11.00, Napoli è scesa in Piazza del Plebiscito con una mobilitazione pubblica lanciata dal Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania”, costituito dopo la manifestazione delle donne davanti al Senato del 27 gennaio scorso, organizzata a sostegno delle parlamentari di opposizione contro l’emendamento Bongiorno. La data non è casuale: il 15 febbraio ricorre l’anniversario della Legge 66/1996, la riforma che ha riconosciuto la violenza sessuale come delitto contro la persona, sottraendola alla logica arcaica dei reati contro la morale. Oggi, denunciano le promotrici e i promotori, quella conquista storica è sotto attacco. Nel mirino della protesta c’è il ddl della senatrice Bongiorno, che rappresenta un pericoloso arretramento e rischia di indebolire la centralità del consenso, riportando indietro di decenni la tutela delle vittime. Il messaggio è netto: senza consenso, lo stupro torna a diventare un processo alla vittima. Senza consenso, alle donne viene chiesto di dimostrare di aver resistito, di aver urlato, di aver lottato “abbastanza”. Senza consenso, la responsabilità si sposta da chi commette violenza a chi la subisce. La piazza napoletana risponde con una parola chiara e non negoziabile: Senza consenso è stupro. In piazza, accanto alle realtà femministe, ai centri antiviolenza, ai collettivi, ai sindacati e alle associazioni democratiche — tra cui Anpi collinare Aedo Violante e IoCiSto Presidio di Pace — sono intervenuti anche Maurizio De Giovanni, Marco Zurzolo ed esponenti delle istituzioni, tra cui Roberto Fico e Valeria Valente. L’appuntamento del 15 febbraio è stato un momento di resistenza civile e partecipazione collettiva: un segnale forte da Napoli e dalla Campania contro ogni tentativo di arretramento culturale e giuridico. Redazione Napoli
February 16, 2026
Pressenza
“Senza consenso è stupro”, il 15 febbraio presidio a Napoli in piazza del Plebiscito
Mobilitazione promossa dal Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania” per difendere la centralità del consenso nelle norme sulla violenza sessuale Napoli e la Campania si preparano a scendere in piazza domenica 15 febbraio alle ore 11 in piazza del Plebiscito per difendere la centralità del consenso nelle norme che regolano il reato di violenza sessuale. L’iniziativa si svolgerà in contemporanea con altre città italiane e precederà una manifestazione nazionale prevista a Roma il 28 febbraio. Per comprendere il senso della mobilitazione è necessario chiarire il contesto. L’articolo 609 bis del Codice Penale è la norma che definisce il reato di violenza sessuale. Negli ultimi mesi la Cam era dei Deputati ha approvato all’unanimità un testo che introduce in modo esplicito il concetto di “consenso libero e attuale”. In termini semplici, significa che per stabilire se vi sia stata violenza non è più necessario dimostrare una costrizione fisica o una minaccia, ma verificare che non sia stato espresso un sì libero, consapevole e presente nel momento dell’atto. Il testo approvato alla Camera, tuttavia, non è ancora definitivo perché deve essere esaminato dal Senato. Ed è proprio in questa fase che si inserisce il dibattito. Alcune proposte di modifica, secondo le realtà promotrici del presidio, rischierebbero di spostare l’attenzione dal consenso al cosiddetto dissenso, cioè alla necessità di dimostrare di aver rifiutato o resistito. Il timore espresso è che ciò possa riportare il peso della prova sul comportamento della vittima piuttosto che sulla responsabilità di chi compie l’atto. La mobilitazione del 15 febbraio non chiede quindi una nuova legge, ma di mantenere il principio del consenso così come votato alla Camera oppure di evitare modifiche che ne riducano la portata. Il Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania”, nato dopo precedenti iniziative davanti al Senato, riunisce centri antiviolenza, associazioni femministe, cooperative sociali, sindacati e organizzazioni civiche del territorio. La data scelta ha anche un valore simbolico. Il 15 febbraio ricorre infatti l’anniversario della legge n. 66 del 1996, che trasformò la violenza sessuale da reato contro la morale a delitto contro la persona, segnando un passaggio storico nel diritto italiano. A trent’anni da quella riforma, le organizzazioni coinvolte dichiarano di voler difendere un percorso considerato non solo giuridico ma anche culturale. Il tema del consenso non riguarda esclusivamente il linguaggio delle leggi. Coinvolge il modo in cui una società interpreta le relazioni, l’educazione al rispetto e la responsabilità individuale. Il presidio napoletano invita alla partecipazione associazioni, collettivi e singole persone con l’obiettivo dichiarato di mantenere alta l’attenzione pubblica su una questione che intreccia diritto, cultura e vita quotidiana. Lucia Montanaro
February 10, 2026
Pressenza
Al fianco del popolo iraniano, contro le ingerenze di USA e Israele e le sanzioni occidentali
Da giorni infuriano le proteste in tutto l’Iran e cresce il numero di persone uccise dalla repressione del governo. Ma al contrario di ciò che viene diffuso nei media mainstream i motivi delle proteste non sono ascrivibili esclusivamente alle scelte economiche o alla repressione del “regime degli Ayatollah”, né tantomeno […] L'articolo Al fianco del popolo iraniano, contro le ingerenze di USA e Israele e le sanzioni occidentali su Contropiano.
January 22, 2026
Contropiano