Fake snow, real profit: la protesta di Extinction Rebellion a Milano
Nella sera del 15 febbraio scorso, alla conclusione della prima settimana delle
Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, Extinction Rebellion ha messo in atto
un’azione di disobbedienza civile nonviolenta all’Unipol Forum di Milano
(Assago), sede delle competizioni di pattinaggio artistico e short track.
Poco prima dell’avvio delle gare, due attivisti si sono calati con imbragature
dalla passerella dell’ingresso principale, srotolando un grande striscione con
la scritta FAKE SNOW, REAL PROFIT (NEVE FINTA, VERO PROFITTO).
In contemporanea, un secondo gruppo ha organizzato un sit-in bloccando gli
accessi e incatenandosi alle porte, attirando l’attenzione dei presenti e delle
forze dell’ordine.
L’iniziativa si inserisce nel crescente dibattito sulla sostenibilità delle
Olimpiadi, presentate come “le più sostenibili di sempre” ma sempre più
contestate da ricercatori, associazioni e comitati locali, che ne denunciano
criticità e contraddizioni.
Secondo Extinction Rebellion, “l’impatto ambientale delle Olimpiadi è
spaventoso: dalle aree naturali distrutte ai miliardi di litri d’acqua necessari
per innevare le piste. Abbiamo speso 7 miliardi per un evento del tutto
incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico”.
La crisi climatica, ricordano gli attivisti, sta già trasformando lo sport
invernale: negli ultimi cento anni le nevicate sulle Alpi sono diminuite del
34%, e oggi circa il 90% delle piste italiane dipende dall’innevamento
artificiale, con un consumo d’acqua enorme in un Paese colpito da siccità
ricorrenti.
Per il movimento, il problema non è solo ambientale ma anche sociale ed
economico. “Queste Olimpiadi, come tutti i grandi eventi, sono state presentate
come un’opportunità di sviluppo economico per i territori, ma si stanno
rivelando un evento di lusso con costi pubblici enormi, sfruttamento lavorativo
e infrastrutture destinate a restare inutilizzate”, affermano.
Il riferimento è, tra gli altri, alla pista da bob di Cortina: un’opera da 118
milioni di euro, quasi interamente finanziata con fondi pubblici, che ha
comportato l’abbattimento di larici secolari e che rischia di diventare una
“cattedrale nel deserto” una volta spenti i riflettori olimpici.
Extinction Rebellion critica anche la partecipazione ai Giochi di Israele,
secondo risoluzioni dell’ONU, è responsabile di occupazioni illegittime e
massacri nei confronti del popolo palestinese, e la presenza di sponsor legati
all’industria bellica, come Leonardo, ritenuti complici del genocidio tutt’ora
in corso a Gaza.
La protesta al Forum riaccende così la discussione sul modello con cui vengono
organizzati i grandi eventi sportivi e sulle sue ricadute ambientali e sociali.
Un modello caratterizzato da decisioni prese dall’alto, dall’assenza di
consultazioni pubbliche e dall’esclusione dei comitati cittadini, con costi
elevatissimi per le comunità e i territori coinvolti.
“Lo sport può davvero unire”, conclude il movimento, “ma solo se smettiamo di
sacrificare popoli e territori in nome della sua celebrazione e se lo inseriamo
in un contesto di giustizia globale”.
Redazione Milano