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Risolvere dialogicamente tensioni e conflitti, la lezione di Habermas
Ci ha lasciati ieri un grande maestro di filosofia politica, Jürgen Habermas, continuatore della Scuola di Francoforte creata da Theodor Wiesegrund Adorno, Mark Horkheimer, Herbert Marcuse e Walter Benjamin. Questi pensatori, alcuni dei quali ebrei perseguitati dal nazismo e transfughi, furono riferimenti imprescindibili dagli anni Cinquanta in poi di almeno due generazioni di giovani impegnati negli studi così come nell’anticapitalismo e antimilitarismo libertario.   E altrettanto fondamentale fu per tutti il pensiero del tedesco Habermas, l’autore di Teoria dell’agire comunicativo, uscito nel 1981, a pochi anni dalla morte di Hannah Arendt. Habermas smascherava l’ipocrisia delle democrazie formali delegate e tracciava tessiture di prassi e relazioni da immaginare e costruire “dal basso”. Per ricordarlo, ma soprattutto per ricordarne la lezione sempre attuale, proponiamo uno stralcio da “Governare al di là dello Stato nazionale” – Intervista di Giorgio Fazio e Mariano Croce a Jürgen Habermas sul suo volume L’Occidente diviso (Laterza 2005) – in giornaledifilosofia.net/ (d.m.) > Si lasciano risolvere dialogicamente tensioni e conflitti esistenti tra > diverse forme di vita e identità culturali? > > Il mio concetto di sfera pubblica non si riferisce assolutamente soltanto agli > istituzionalizzati processi deliberativi e decisionali che hanno luogo nei > parlamenti e nei tribunali. Esso include del tutto i processi comunicativi > informali e “selvaggi”, non domati dalle istituzioni, collocati nelle sfere > sociali raggiunte dai mass-media. Anche all’interno dei nostri stati > nazionali, ciò che noi chiamiamo sfera pubblica politica è solamente un campo > di risonanza per problemi che nascono nella società civile e che sollecitano > l’agenda politica. > > Questa opinione pubblica non-organizzata si dà in forma tale da produrre, in > un dissonante groviglio di voci, temi e contributi rilevanti, nei quali sono > sempre anche presenti forme di espressione verbali o non verbali, polemiche o > non polemiche. Una formazione del consenso è in questo caso assolutamente non > necessaria, piuttosto lo è solamente all’interno delle istituzioni, dove > devono essere prese le decisioni. Questo vale più che mai per una nascente > sfera pubblica mondiale, che si cristallizza in maniera puntuale intorno a > drammatici eventi come l’undici settembre o la campagna militare in Iraq (oggi > aggiungeremmo Afghanistan e Iran, Ndr). > > In tutti i confronti è presente l’alternativa tra violenza e dialogo. Finché > ci si riconosce reciprocamente come possibili partner di un dialogo, non ci si > uccide gli uni con gli altri. Nella politica la comunicazione pubblica è in > prima linea un medium per lo scambio di informazioni e opinioni e per la > composizione degli interessi – per arguing and bargaining. > > Alcuni temi richiedono anche di conquistare empatia per ciò che all’altro è > estraneo. In tali contesti la comunicazione di sentimenti può essere più > importante della comunicazione di ragioni. Sentimenti morali sono già da soli > ragioni implicite. Io qui non ci vedo nessuna contraddizione. Ogni tentativo > di comunicazione ha come scopo quello di convincere l’altro di qualcosa, della > verità di una asserzione, della giustezza di un divieto, del valore di una > condotta di vita – oppure quello di far sì che io stesso mi convinca del > contrario. > > Se non si vuole esercitare violenza, ci si deve, come per esempio nella carta > delle Nazioni Unite, mettere d’accordo sulle regole delle relazioni > internazionali o della convivenza interculturale. Anche sull’interpretazione > di queste norme ci sarà sempre di nuovo conflitto, ma un conflitto che può > essere superato con argomenti. Solamente norme capaci di consenso possono > assicurare una tollerante convivenza tra le collettività, che, sebbene siano > l’una per l’altra estranee e così vogliano rimanere, si riconoscono > reciprocamente nella loro alterità culturale.   Redazione Italia
March 15, 2026
Pressenza
Dalla cultura di massa all’ignoranza di massa
di Patrizio Paolinelli (*). L’industrializzazione della cultura ha dato vita a un fenomeno sociale inedito nella storia umana noto come cultura di massa. Ossia una cultura destinata a una grande quantità di fruitori, trasmessa da strumenti di comunicazione in continua evoluzione e finalizzata a creare dei mercati. Com’è risaputo su questo tema si è vivacemente discusso per decenni, ma sembra
February 15, 2026
La Bottega del Barbieri