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Propaganda di guerra, nulla di nuovo sotto il sole
Anche riguardo all’attacco terroristico statunitense all’Iran (anch’esso praticante il terrorismo) la solita vecchia propaganda bellicista, accettata e riprodotta da chi ne ignora il carattere normalmente ricorrente La retorica della guerra mette da parte le sofferenze di tutte le persone innocenti, il diritto internazionale e le conseguenze post-belliche, e si concentra su altro. Qualcosa l’abbiamo già sentito, e non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia. Poiché la retorica è sempre la stessa, il resto lo sentiremo (e da entrambi i belligeranti se qualcuno dei nostri media permetterà, a fatica, che ci arrivino anche le parole del ‘nemico’) nel prosieguo delle attuali azioni bellico-terroristiche internazionali, se andranno avanti. Ecco qualche esempio, che sarà opportuno tenere in mente: 1.la guerra è necessaria per la liberazione dalla minaccia del nemico, malvagio, dittatore, nuovo Hitler… (per questo, d’altronde bisogna costituire un Board of Peace); confronta Trump, per esempio in israele-e-usa-attacca-l-iran-trump-khamenei-e-morto: «Morto Khamenei, uno dei più malvagi della storia»; tutto già sentito a proposito di Slobodan Milošević, Saddam Hussein, Vladimir Putin … (e già detto dei Persiani dagli antichi Greci, cf. Tucidide 1.96.1 e 3.10.3: Atene, costituendo la Lega delio-attica, aveva espresso l’intenzione di devastare il territorio persiano e vendicarsi di quanto aveva subìto e voleva agire, più in generale, «per la liberazione della Grecia dal Persiano»; poi ridetto da Sparta che si dichiara a sua volta liberatrice dei Greci dall’imperialismo ateniese e può perciò assalire chiunque non la appoggi: cf. Tucidide 4.87.2-3) 2. la guerra è necessaria, o giustificabile, per la liberazione delle donne: Elena per Omero; le donne afghane per la first lady Laura Bush, come per Ellie Smeal, leader di Feminist majority nel 2001 – e nel 2002 la rivista Ms. parlò della coalizione dell’invasione in Afghanistan come di una «coalizione della speranza», mentre l’allora senatrice Hillary Clinton «votò entusiasticamente a favore della guerra, definendola il “ripristino della speranza”»: Rafia Zakaria, in femministe-afghanistan; parole simili si possono leggere oggi un po’ dappertutto, non ritengo pertanto necessario produrre fonti specifiche; 3. si tratta di make America great again, “fare di nuovo grande l’America” (in alternativa, l’Occidente). Cf. gli Spartani che volevano deliberare sulla guerra contro gli Ateniesi per riacquistare l’egemonia sul mare e così «rendere Sparta più grande e potente» (Diodoro Siculo 11.50.3 e 8), o gli efebi ateniesi, che prendendo servizio, giuravano: «trasmetterò la patria non minore ma più grande» (Licurgo, Contro Leocrate 77); 4.i nostri morti saranno degli eroi. Cf. D. Trump, p. es. in attacco-iran-trump-truth: «Potremmo perdere le vite di coraggiosi eroi americani e potrebbero esserci delle vittime, accade spesso in guerra»; e cf. Omero, Iliade 15, 494-8: Ettore incita: «orsù, combattete compatti presso le navi, e chi di voi, colpito da lontano o da vicino, incontri la morte e il destino, muoia: non è sconveniente morire difendendo la patria, ma saranno salvi la sposa e i figli, e intatti la casa e il patrimonio»; 5.la guerra sarà breve (con ‘illusione della vittoria’ che, nel migliore dei casi, ignora gli effetti successivi, compreso quello della diffusione dell’odio reciproco e del terrorismo sotterraneo della parte opposta). Cf.  D. Trump, p. es. in  iran-trump-operazioni-militari-dureranno-almeno-4-settimane-nuovi-leader-vogliono-parlare-sono-pronto: «ci vorranno quattro settimane, o meno”». E cf. Tucidide 1.121.2-4: «I Corinzi, alleati degli Spartani, per spingere alle armi precisavano che, grazie alla loro superiorità numerica, alla maggiore preparazione militare e abbondanza di risorse finanziarie, essi avrebbero prevalso sui nemici con una sola vittoria», con commento in  Cozzo 2024, 91: «una sorta di guerra-lampo – un topos (sempre falso) anche delle guerre odierne, per esempio quella di G.W. Bush al momento dell’invasione dell’Iraq e quella di V. Putin al momento dell’invasione dell’Ucraina»; 6.(da qui in avanti, punti che si trovano anche, a proposito della retorica bellicista durante la Prima guerra mondiale, in A. Ponsonby, Falsehood in War Time: Containing an Assortment of Lies Circulated Throughout the Nations During the Great War, London 1928, e in A. Morelli, Principi elementari della propaganda di guerra. Utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida, tr. it. Roma 2005:) “noi” non vogliamo la guerra; 7.il campo nemico è il solo responsabile della guerra; 8.il nemico ha l’aspetto del diavolo o del “cattivo di turno”; 9.quella che difendiamo è una causa nobile, non un interesse particolare; 10.il nemico provoca intenzionalmente delle atrocità; noi possiamo solo commettere involontariamente errori di mira; 11.il nemico usa o userà armi illegali (l’atomica che noi già abbiamo e siamo i soli ad avere il diritto di avere); 12.le perdite del nemico sono imponenti, le nostre sono e saranno sempre assai ridotte; 13.gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa; 14.la nostra causa ha un carattere sacro; 15.quelli che mettono in dubbio la nostra verità sono dei traditori.   Analisi dettagliate di quanto qui sopra esposto, anche con precisi esempi e diversi altri luoghi comuni propagandistici, che saranno probabilmente utilizzati anche nella guerra terroristica all’Iran, si trovano in A. Cozzo, La logica della guerra nella Grecia antica. Contenuti, forme, contraddizioni, Palermo 2024, e Id., Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Milano 2025 (già da noi recensito, ndr). Redazione Palermo
March 2, 2026
Pressenza
Si chiama guerra
C’è un momento, prima di ogni guerra, in cui le parole cambiano funzione. Non servono più a comprendere la realtà, ma a renderla accettabile. È in quel momento — invisibile, quasi silenzioso — che la violenza diventa pensabile. Le escalation militari degli ultimi mesi sono state raccontate con un lessico che sembra progettato per neutralizzare il dubbio: “deterrenza”, “difesa preventiva”, “minaccia esistenziale”, “risposta necessaria”. Sono parole che non descrivono soltanto gli eventi: li preparano. Trasformano decisioni politiche in automatismi, scelte in inevitabilità, esseri umani in fattori strategici. Basta leggere le dichiarazioni che accompagnano ogni attacco, ogni deportazione, ogni chiusura di confine. Il vocabolario è sempre lo stesso: “diritto inalienabile di difesa”, “risposta precisa e proporzionata”, “obiettivi militari legittimi”, “invasione”, “minaccia all’ordine”. Nessuna di queste formule nomina le persone che muoiono o vengono espulse. Nessuna lascia spazio al dubbio. Tutte costruiscono un’inevitabilità che toglie alla politica la sua dimensione morale. “Chiarire le nozioni, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso delle altre con delle analisi precise: ecco un lavoro che — per strano che questo possa sembrare — potrebbe preservare delle vite umane”. Così scriveva Simone Weil nel saggio Non ricominciamo la guerra di Troia. Descriveva qualcosa che si ripete con ogni generazione, con lessici diversi ma con la stessa logica: la parola che diventa ordine di esecuzione. Simone Weil: il meccanismo della forza Per comprendere cosa accade è utile tenere insieme due saggi di Weil che di solito vengono letti separatamente. In Non ricominciamo la guerra di Troia, Weil fa un’analisi politica diretta: mostra come le nazioni vadano in guerra non per difendere valori reali, ma per difendere parole — “la Nazione”, “l’Onore”, “la Sicurezza” — diventate feticci vuoti che nessuno si cura di definire. Le guerre moderne, scrive, sono spesso combattute per slogan che non corrispondono ad alcuna realtà concreta verificabile. In L’Iliade o il poema della forza, la prospettiva si allarga fino a diventare quasi antropologica. La forza è ciò che trasforma l’essere umano in “cosa”: prima di colpirlo fisicamente, lo annulla simbolicamente. E questa trasformazione comincia già nel linguaggio: non si vedono più persone, ma obiettivi; non vite, ma funzioni; non scelte, ma necessità. Vale per i corpi sui campi di battaglia. Vale ugualmente per i corpi nei centri di detenzione, per le famiglie separate alle frontiere, per le popolazioni civili contate come “danni collaterali”. I due saggi si integrano: il primo offre gli strumenti per smascherare il linguaggio politico della guerra; il secondo ne mostra la radice più profonda, quasi antropologica. Oggi abbiamo bisogno di entrambi. La grammatica della paura La guerra non avanza solo con missili e droni. Avanza con formule linguistiche che spostano l’attenzione dall’esperienza concreta alla giustificazione astratta. Quando si parla di “sicurezza assoluta”, si tace su chi paga il prezzo di quella sicurezza. Quando si invoca la “necessità”, si sospende il giudizio morale. La responsabilità si diluisce e la violenza appare come un passaggio tecnico, quasi amministrativo. Questo meccanismo non riguarda solo le guerre tra Stati. Riguarda anche le guerre interne: la criminalizzazione dei migranti, le deportazioni di massa presentate come “ripristino dell’ordine”, la costruzione del nemico interno attraverso parole come “invasione” o “infestazione”. Il linguaggio è lo stesso: trasforma persone in categorie, scelte in necessità, violenza in amministrazione. Se oggi i conflitti si moltiplicano e si intersecano — guerre militari, guerre ai confini, guerre commerciali — è anche perché si è ristretto il vocabolario del limite. Le parole che un tempo indicavano prudenza — negoziato, mediazione, responsabilità condivisa… — suonano deboli in un discorso pubblico dominato dall’urgenza e dalla paura. E quando la paura diventa la grammatica della politica, la guerra appare non più come fallimento, ma come prova di determinazione. Il linguaggio della pace sopravvive come formula rituale — cerimonie, accordi, dichiarazioni — mentre quello della guerra diventa operante: ordini, missili, confini chiusi. La pace si proclama; la guerra si organizza. E il linguaggio che le separa è sempre più sottile. In questa logica teleologica — la violenza come mezzo necessario alla pace — rientrano dichiarazioni come quelle di Donald Trump: “i bombardamenti intensi e mirati continueranno senza interruzione… finché sarà necessario per raggiungere il nostro obiettivo di pace”. La pace viene così posta come fine che assorbe ogni mezzo, e il mezzo smette di essere giudicato. Il meccanismo funziona perché nessuno si presenta come aggressore. Ogni parte è in difesa. Ogni attacco è una risposta. Ogni escalation è una reazione. In questo gioco di specchi linguistici, l’inizio della violenza diventa impossibile da localizzare — e quindi impossibile da interrompere. La resistenza comincia dalle parole. Ma non finisce lì Rifiutare le parole che oscurano la realtà è il primo gesto di resistenza. Significa dire “persone” dove si dice “obiettivi”, dire “scelte” dove si dice “necessità”, dire “sofferenza” dove si dice “danno collaterale”, dire “espulsione” dove si dice “gestione dei flussi”. Weil non era una pacifista assoluta: sapeva che la forza esiste nel mondo e che a volte è necessario opporvisi con forza. Ciò che rifiutava non era la resistenza, ma la cecità — la volontà di non vedere ciò che si sta facendo, di non nominare chi si sta colpendo, di non contare i costi reali di ciò che si chiama difesa. Se questa logica si consolida, il rischio è evidente: ogni aggressione potrà essere narrata come risposta necessaria a una minaccia, e ogni violazione come precedente che normalizza la successiva. In questo scenario, il diritto internazionale non scompare formalmente, ma perde forza normativa: diventa linguaggio rituale, non limite effettivo. La chiarezza del linguaggio non è una soluzione in sé: è la condizione perché qualsiasi soluzione sia possibile. Se la guerra comincia nel linguaggio, anche la sua interruzione deve cominciare lì. Non è una soluzione rapida, né spettacolare. È un lavoro lento, esigente, spesso solitario. Ma è forse l’unico modo per non consegnare il futuro alla logica della forza. La domanda resta aperta e urgente: non solo dove andiamo a finire, ma con quali parole ci stiamo portando fin lì — e chi, in quel linguaggio, è già scomparso. Comune-info
March 1, 2026
Pressenza
Prossime manifestazioni in Sardegna contro le esercitazioni militari
Pubblichiamo il comunicato stampa di alcune associazioni che promuovono e aderiscono a manifestazioni contro le esercitazioni militari in Sardegna nella giornata di sabato 10 maggio 2025. I nostri figli non hanno bisogno di una visita gratis a bordo della vostra nave Trieste ma hanno bisogno di salvaguardare la propria salute, l’ambiente, la fauna e la flora della Sardegna, che voi con le vostre esercitazioni continuate ad inquinare, avvelenare e a distruggere. Abbiamo bisogno, noi sardi con i nostri figli, che liberiate il nostro territorio. Prima ve ne andate e meglio sarà per noi, nostri figli, l’ambiente, la fauna e la flora sarda. Sabato 10 maggio 2025 dalle ore 10,00, manifesteremo in Piazza Delle Vittime del Moby Prinz angolo Piazza Defunu (Cagliari), per dire NO a chi utilizza il nostro cielo, il nostro mare e le nostre coste per esercitazioni di guerra, con armi e bombardamenti. “Occupate, bombardate, devastate e inquinate la terra in cui viviamo, e poi cercate di ripulirvi l’immagine con una miserabile propaganda bellicista, offrendo screening sanitari gratuiti ai bambini sardi. Sabato sarà operativo il nostro sportello sanitario, rivolto ai vertici militari di terra di mare e di cielo operanti in tutto il globo terrestre per uno ‘screening gratuito’: consulenza psicologica e incontro con uno specialista medico, per riflettere sul senso delle vostre missioni”. Lo sportello sanitario gratuito sarà disponibile per i nostri rappresentanti istituzionali, Regione Sardegna e comune di Cagliari in particolare Presidente del Consiglio e della Giunta Regionale Consiglieri Regionali tutti e al Sindaco e alla giunta della città di Cagliari e a tutti i consiglieri sia di maggioranza che di opposizione per riflettere sulle loro ultime decisioni. Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, comitati, gruppi e movimenti politici a unirsi a noi con le proprie bandiere, cartelli, striscioni. Vi aspettiamo. Alle ore 16,00 saremo in Piazza Costituzione (scalinata del Bastione Saint Remy) per partecipare alla manifestazione per la Palestina. Assotziu Consumadoris Sardigna Confederazione Sindacale Sarda Sardegna Pulita Donne Ambiente Sardegna Ufficio Studi G.M. Angioy – CSS Redazione Sardigna
May 8, 2025
Pressenza