Palestina, resistere sulla terra. Intervista a Mauro Van Aken. Seconda parte
Link alla prima parte dell’intervista.
L’atteggiamento di cui parlavi poco fa è come chinare il capo per assoggettarsi
a qualcosa di più grande.
È chinare il capo o anche alzarlo, perché tutte queste fasi segnalano i tipi di
freddo e di vento che annunciano la fase dopo o i tipi di prestito da una fase
all’altra. Anche noi abbiamo avuto queste modalità di calendario agricolo che ci
permettevano di leggere altri attori, di leggere i venti, la terra, i tipi di
acqua, leggere cosa fanno uccelli e insetti perché anticipano cose che noi non
sappiamo e sentiamo. Allora ci si rende conto che parlare di quei semi vuol dire
parlare di saperi, di sapere come si è coinvolti nel cambiamento atmosferico –
cosa molto interessante per una società come la nostra, coinvolta nei
cambiamenti climatici, dove ci chiediamo che senso ha il tempo oggi. Noi
giochiamo più su una cosmologia, su una linea di mondo dove la terra è
distaccata dal cielo e se serve abbiamo il Meteo, ma non abbiamo più quella
facilità di riconoscere le relazioni ecologiche locali.
Una cosa tipica della Palestina, certificata a livello scientifico, è
l’incredibile variabilità e imprevedibilità delle piogge anche tra valle e
valle. Il calendario al-murba’nia era addomesticato di valle in valle e di
esposizione in esposizione. Era un modo per orientare i lavori da fare e
soprattutto per stoccare più acqua possibile; ci sono fino a tre arature in
questi orti, per alcune colture fino a quattro, sono arature fatte in senso
contrario, in piccole balze di terra, dove si ara per stoccare in profondità più
acqua possibile. I semi baali erano quelli che crescevano anche se poi non
pioveva più; le piante di pomodoro, ad esempio, continuano a crescere senz’acqua
fino a giugno. Questo ci racconta cosa hanno fatto gli agricoltori palestinesi
per navigare le incertezze piovane e selezionando semi che potessero dare
sicurezza alimentare anche con poca acqua.
Tutte le forme agricole locali sapevano che dovevano familiarizzare una serie di
attori, di agenti, un vivente che è attorno, con i suoi ritmi, le sue
familiarità, abitudini, i suoi rischi e le sue imprevedibilità. In un contesto
come quello palestinese, la cultura contadina e agro-pastorale ha molto a che
fare con il saper navigare l’incertezza – cosa di cui noi abbiamo tantissimo
bisogno.
Anche noi abbiamo subìto un processo di colonizzazione economica, morale e
sociale, solo che anziché resistere abbiamo ceduto e ora, di fronte alle grandi
incertezze contemporanee, siamo spaesati.
Sono temi con cui l’antropologia ha familiarità, nell’osservare soprattutto le
forme di common in altri contesti e la difficoltà di mantenere la loro
autonomia. Le forme comunitarie sono forme di protezione e adattabilità al
cambiamento molto importanti.
C’è una specificità però che mi colpisce sempre: vedere come giovani attivisti o
giovani studiosi colleghino le questioni ecologiche alla questione coloniale. Mi
colpisce vedere come colgono qualcosa che tanto mondo adulto non coglie.
Un aspetto centrale, che mostrano anche alcuni studiosi dissidenti israeliani,
tra cui Weizman, è la modalità con cui il modello stesso di sviluppo,
agro-business e gestione del territorio, sperimentazione, inventarsi e far
fiorire il deserto, mostra molto bene il contesto israeliano coloniale che passa
attraverso l’idea di una natura a disposizione, una fede messianica nelle
tecnologie e nell’uomo come unico attore eccezionale e sempre più suprematista.
Mostra anche l’incapacità di leggere le relazioni ambientali in un contesto dove
la linea dell’aridità sta salendo. Le forme di gestione ambientale, che fosse
agricoltura o forestazione, hanno talmente indebolito quei territori rispetto ai
cambiamenti ambientali in corso da fare della questione ecologica un elemento
centrale. C’è un processo di desertificazione che va avanti e sarebbe la prima
lotta a cui pensare per un Paese come Israele e per tutti i suoi vicini, ma in
nome del fossile con cui si può desalinizzare l’acqua si continua con lo stesso
modello prevaricante. Quell’amplificazione dei processi di desertificazione che
lì si sta mostrando accomuna grossa parte dell’area in cui avanza la linea della
desertificazione che va dalla Mauritania fino all’India e sale proprio per i
processi modernisti agricoli che non riescono a rendersi flessibili.
La linea dell’aridità coincide anche con la linea di tutti i contesti migranti,
di contrabbando di migranti, di collassi statali, di profonda instabilità e
accentuazione delle ineguaglianze, tutte profondamente correlate.
Weizmann, a partire dal caso del Negev in Israele, dice che al di là dello
spettacolo modernista, delle serre agricole e dell’invenzione della micro
irrigazione, s’è costruita la desertificazione a partire da un modello di
agricoltura incapace di leggere il vivente. A me ha parlato molto questa
correlazione esplicita, perché il mito di far fiorire il deserto si è costruito
immettendo un’idea di natura che ha espropriato altri saperi e altri indigeni,
li ha completamente invisibilizzati, mentre anche solo un secolo fa, Vulcani
poteva dire qualcosa di completamente diverso e dedicare un libro a quei saperi.
Pensando a quello che è ancora possibile, mentre ero a Battir, una cosa che mi
colpiva era vedere gruppi di pacifisti israeliani che cercavano cibo baladii
palestinese perché lo ritenevano migliore rispetto alla produzione
dell’agro-business israeliano, oltre a farlo come sostegno politico agli
agricoltori locali a rischio di esproprio. Gli attivisti aiutavano a lavorare
quei terreni, andavano come forze di interposizione, ad esempio a costruire
recinti. Costruire recinti era una questione centrale perché secondo una tecnica
antica utilizzata da tanti colonialismi e ora riattivata in nome del Green, si
rilascia il selvatico, cinghiali e caprioli, che si mangiano tutti i germogli.
Questi gruppi di attivisti rischiavano una multa, niente di più – perché secondo
la legge israeliana non potevano comprare cibo nei territori occupati – ma erano
presenti in rapporti di amicizia ed erano proprio quelli che superavano dei
ponti e che sono stati i più censurati, dato che tutta l’occupazione giocava sul
rendere l’altro invisibile.
Questo è importante, ci mostra come il cibo sia non solo un connettore ma quanto
sia politico per i palestinesi e apra tantissime altre porte. Il cibo è
ripensare relazioni ecologiche che mettono assieme quel territorio, molto
piccolo, in cui la questione centrale da affrontare è quella della vulnerabilità
comune ai cambiamenti ambientali e all’ingiustizie, ma che viene sorvolata
completamente.
Sembra un nuovo possibile paradigma, una società basata sul valore della
sovranità alimentare.
Certo, però lì dire sovranità alimentare pone la questione di chi è sovrano e
dove, perché è proprio il cibo che ha permesso la non sovranità. Le filiere del
cibo sono cibo, terra, acqua, saperi e anche economie morali di quei saperi,
forme di common. Come per la Palestina, tante esperienze di colonialismo hanno
mostrato che ci si mette molto poco a distruggere le forme di gestione comune
locali, ma molto più difficile è ricostruirle, perché si creano profonde
gerarchie e si perdono i saperi. In tanti casi puoi ritrovare le culture, puoi
ritrovare un vecchio tipo di patata, ma non per forza trovi i saperi e non per
forza trovi la filiera. Allo stesso tempo, nei contesti contadini c’è profonda
resilienza, rimangono le cose che hanno una loro storia sensata, che abbassano i
rischi, familiari in contesti locali. La melanzana Battir ad esempio. Battir è
il nome del paese e anche della melanzana, prodotta da semenze baali e
riconosciuta come una rarità di melanzane tra le migliori per essere fatte
ripiene, tanto che quella melanzana, quando ha possibilità di esportazione e non
ci sono blocchi commerciali di Israele, è esportata in tutta la diaspora fino
agli Stati Uniti. Viaggiano, perché sono sapori unici che raccontano storie.
Melanzana battir. Foto di Mauro Van Aken
In questo momento mi sembra fondamentale preservare i saperi locali. Tutto ci
sta portando verso uno scontro globale, ma non abbiamo la forza per affrontarlo
se non sappiamo nemmeno produrre cibo in autonomia.
Si, ma abbiamo anche bisogno dei pensieri relazionali perché la realtà, gli
ecosistemi, la società, sono relazionali. Adesso sembra tutto costruito in
blocchi ed è per questo che è così centrale un contesto come quello palestinese,
perché nella trasmissione di tanti saperi non è di natura che si sta parlando ma
di relazioni, di soggetti ambientali ed è lì il passaggio cruciale, sapere che
non siamo indipendenti, ma interdipendenti.
L’ultimo libro di Edward Said, “Sotto lo stesso cielo”, mi parla molto come
metafora, perché quando penso a sotto lo stesso cielo in quelle terre lì, penso
a sotto lo stesso cambiamento ambientale, atmosferico, penso a Baal. Sotto lo
stesso Baal dei tempi nostri, quello che rimane nelle semenze, che ha trattenuto
il suo senso lì e che è ancora pensato in relazione all’essere interdipendenti
riguardo alle incertezze del tempo atmosferico in un contesto dove le incertezze
politiche sono tante. Gli agricoltori locali palestinesi sono grandi navigatori
di incertezze.
Giada Caracristi