La relazione tra pubblico ministero e giudice
“I giudici sono condizionati dai pubblici ministeri”. Partono da questo assunto
– di solito – i sostenitori della cosiddetta riforma della giustizia per
motivare la necessità della netta separazione tra magistrati giudicanti e
requirenti. In realtà si tratta di un’affermazione non dimostrata e
contradittoria. Per varie ragioni:
1. La separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri esiste già,
sia nelle norme sia nella realtà. La legge Cartabia del 2022 prevede che si
possa passare da giudice a pubblico ministero (o viceversa) soltanto una
volta nella vita e soltanto entro i primi nove anni di attività. Nei fatti
negli ultimi anni i magistrati che hanno cambiato funzione sono tre su mille
ogni anno. Quindi si tratta di una questione quasi totalmente inesistente.
2. Se comunque si volesse impedire ogni anno a tre magistrati su mille di
cambiare funzione (e non è detto che sia utile obbligare qualcuno a
continuare a ricoprire un ruolo che non vuole più svolgere) sarebbe
sufficiente una piccola modifica alla legge Cartabia, anziché ricorrere ad
una revisione della Costituzione.
3. La legge costituzionale di riforma prevede la duplicazione dell’attuale
Consiglio Superiore della Magistratura (CSM): uno per i giudici e l’altro
per i pubblici ministeri. Anche in questo caso non si capisce la necessità
della proposta. Molti autorevoli giuristi, pur sostenendo la separazione
delle carriere, hanno proposto di creare due sezioni all’interno dell’unico
CSM, dato che sia i giudici sia i pubblici ministeri sono comunque
magistrati.
4. Se si è convinti che giudici e pubblici ministeri debbano essere separati
sia nelle funzioni sia nei CSM, è incomprensibile il fatto che nella nuova
Alta Corte Disciplinare si ritrovino insieme a sanzionare i magistrati di
ogni funzione, come prevede la riforma costituzionale. Prima si dividono le
funzioni lavorative e poi si riuniscono giudici e pubblici ministeri per
decidere i provvedimenti disciplinari. Nessuno finora ha spiegato il senso
di questa scelta.
5. È opportuno ricordare che il pubblico ministero di fronte ad una notizia di
reato per legge ha l’obbligo di compiere non solo le indagini necessarie per
l’esercizio dell’azione penale, ma anche di svolgere accertamenti su fatti e
circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini. Pubblico
ministero e giudice in un processo svolgono funzioni diverse, ma che si
fondano sulla stessa finalità: la ricerca della verità. Perché dovrebbero
essere separati?
6. Separando le carriere e i CSM di giudici e pubblici ministeri, entrambi
resterebbero comunque magistrati e di conseguenza con più affinità reciproca
rispetto agli avvocati difensori. Non sarebbero più “conviventi”, ma pur
sempre appartenenti alla stessa “famiglia”. Quindi, non verrebbe risolta la
questione del presunto condizionamento.
7. Se davvero fosse necessario distinguere nettamente giudici e pubblici
ministeri per evitare condizionamenti corporativi, sarebbe logica
conseguenza separare anche i giudici di primo grado dai giudici d’appello e
dai magistrati di cassazione. Perché ad esempio ci potrebbe essere il
rischio che il giudice di secondo grado sia portato a confermare le sentenze
di primo grado, essendo stata pubblicata da un collega. Di conseguenza forse
in futuro dovremo attenderci ulteriori proposte di separazioni all’interno
della magistratura giudicante.
8. Pensare che il pubblico ministero condizioni davvero il giudice, significa
affermare che tutte le sentenze finora emesse sono viziate e di conseguenza
andrebbero riformate. E anche pensare che i giudici non siano idonei alla
funzione che ricoprono, poiché potenzialmente condizionabili. La presunta
influenza dei pubblici ministeri sui giudici comporta un’evidente
svalutazione dei giudici. I promotori della riforma della giustizia mostrano
una scarsa opinione della professionalità e della indipendenza dei
magistrati. Forse questo atteggiamento negativo e ostile nei confronti
dell’ordine della magistratura è il motivo indicibile che ha spinto il
governo a proporre e il parlamento ad approvare questa riforma
costituzionale segnata da troppe contraddizioni e da scelte irragionevoli.
Rocco Artifoni