50 milioni al FFO: una misura tappabuchi che certifica il definanziamento dell’UniversitàL’annuncio della Ministra Anna Maria Bernini di un ulteriore stanziamento di 50
milioni di euro per il sistema universitario rappresenta, prima ancora che una
buona notizia, una clamorosa ammissione: “le risorse finora destinate alle
università italiane erano e restano insufficienti”.
La Ministra ha motivato questo intervento sostenendo che le nuove risorse
serviranno ad aiutare gli atenei che stanno affrontando maggiori difficoltà di
bilancio, aggravate dall’aumento dei costi di funzionamento e dalla necessità di
garantire la sostenibilità economica del sistema universitario. L’obiettivo
dichiarato è quello di evitare che tali criticità compromettano le attività
istituzionali di didattica e ricerca e di accompagnare il consolidamento del
valore “premiale” del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO).
L’aumento dei finanziamenti, infatti, dovrebbe fungere da intervento correttivo
nella distribuzione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario,
che è legata alla valutazione anvuriana della qualità della ricerca e ad alcuni
indicatori di performance specifici. Dal 2025, questa quota è stata aumentata,
portandola al 30% delle risorse totali destinate alle università pubbliche. Tale
misura ha finito per favorire principalmente gli atenei già più solidi e
competitivi, grazie alle loro maggiori dimensioni, migliori infrastrutture e un
contesto territoriale più favorevole. Di conseguenza, le università situate in
aree più svantaggiate o caratterizzate da contesti complessi, in particolare nel
centro-sud e nelle isole, hanno subito un’ulteriore penalizzazione.
Oggi, è la stessa Ministra a riconoscere che molti atenei necessitano di risorse
aggiuntive per far fronte ai propri bilanci. Anche se da mesi, assieme al
Governo, ha sostenuto che non vi fossero tagli e che il Fondo di Finanziamento
Ordinario fosse addirittura ai livelli più alti della sua storia, rivendicando
una crescita degli stanziamenti e definendo infondate le preoccupazioni espresse
da lavoratrici, lavoratori, studenti e organizzazioni sindacali, questo
intervento non può mettere in evidenza il contrario.
Se occorre reperire altri 50 milioni per scongiurare situazioni di difficoltà,
diventa evidente che le denunce avanzate in questi mesi erano fondate.
Ciò conferma come, per via delle politiche di austerità portate avanti dai
governi di tutti i colori, il sistema universitario soffra di un
sottofinanziamento cronico e di criteri di distribuzione iniqui che non fanno
altro che consolidare le disuguaglianze già esistenti e alimentare una
competizione esasperata tra gli atenei pubblici italiani. Inoltre, tali criteri
spesso non rispecchiano adeguatamente la qualità dell’offerta didattica, dei
servizi agli studenti e il ruolo sociale fondamentale delle università
pubbliche.
USB PI-Università e Cambiare Rotta rifiutano la narrazione secondo cui questi
interventi sarebbero sufficienti o rappresenterebbero una svolta. Cinquanta
milioni sono una cifra del tutto irrisoria rispetto ai fabbisogni reali del
sistema universitario e non compensano anni di sottofinanziamento, né l’aumento
dei costi sostenuti dagli atenei. Anche la CRUI, pur esprimendo apprezzamento
per gli incrementi annunciati, ha evidenziato il peso crescente delle spese di
funzionamento e del personale sui bilanci universitari.
Lo scarso finanziamento, in generale, produce effetti concreti e pesantissimi su
tutti i settori del mondo accademico e sull’intero sistema dell’alta formazione.
Per il personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e CEL significa organici
insufficienti, salari bloccati e nessun riconoscimento di carriera, di
professionalità, mancato ricambio generazionale, esternalizzazioni, aumento dei
carichi di lavoro e crescente difficoltà nel garantire servizi essenziali alla
comunità accademica.
Per il personale docente e ricercatore significa minori possibilità di
assunzione, blocco delle carriere, crescita del precariato, carichi didattici e
amministrativi sempre più gravosi e difficoltà nel programmare attività di
ricerca di qualità. La mancanza di risorse costringe gli atenei alla ricerca di
finanziamenti privati rinunciando anche alla ricerca di base.
Per gli studenti significa un’offerta formativa ridotta, servizi sempre meno
adeguati, laboratori e biblioteche con risorse insufficienti, diritto allo
studio non garantito, con carenze e ritardi nelle borse di studio e carenza di
alloggio pubblici e accessibili, e il rischio che gli atenei siano costretti a
reperire risorse aumentando la contribuzione studentesca, come successo, per
esempio, già a Genova e Pisa.
Sono problemi che denunciamo da tempo, su cui abbiamo costruito percorsi di
lotta e mobilitazione, come nel caso dello sciopero del 7 maggio, e che non
possono essere risolti con interventi tampone o annunci mediatici.
Se davvero la Ministra ha finalmente preso atto che le risorse disponibili non
sono adeguate, allora occorre trarne tutte le conseguenze. Serve un piano
straordinario e pluriennale di rifinanziamento dell’università pubblica che
riporti l’Italia almeno in linea con la media europea per investimenti in
istruzione superiore e ricerca. Servono finanziamenti stabili, non misure
occasionali; servono assunzioni strutturali di docenti e personale
tecnico-amministrativo; serve investire nel diritto allo studio, nella ricerca
pubblica e nella qualità della didattica.
L’università italiana non ha bisogno di interventi simbolici, ma di un cambio di
rotta nelle politiche di finanziamento. La Ministra dovrebbe riconoscere con
chiarezza che le mobilitazioni di questi mesi avevano individuato il problema
reale: il taglio della spesa pubblica per università e ricerca non solo colpisce
trasversalmente i settori accademico, ma costituisce un elemento determinante
nell’integrazione dell’università con il mercato attraverso i processi di
aziendalizzione e privatizzazione che ne conseguono.
USB e Cambiare Rotta, saldando l’alleanza tra studenti, lavoratori, ricercatori
e docenti continueranno a mobilitarsi affinché il finanziamento dell’università
pubblica diventi una priorità politica e non l’oggetto di interventi parziali e
tardivi.
Di tutto questo discuteremo alla tavola rotonda “Connettere le lotte per formare
un mondo diverso” il 19 luglio al Sierra Maestra Camp, dove ci organizzeremo per
rilanciare la lotta a partire da settembre.
USB PI – Università
CAMBIARE ROTTA
Unione Sindacale di Base