Cisgiordania: richiesta urgente di protezione internazionale per la raccolta delle olive
Coloni armati e protetti da Israele stanno spingendo fuori dalle proprie terre
ancestrali gli olivicoltori della Cisgiordania. Le sanzioni contro una manciata
di loro non fermeranno il prossimo attacco.
Ogni ottobre, gli antichi uliveti del mio paese natale e dell’intera
Cisgiordania occupata diventano centri dinamici di vita e lavoro. Da
generazioni, per i palestinesi la raccolta delle olive è stata il battito
cardiaco della nostra sopravvivenza economica e un legame vivo con i nostri
antenati. L’albero d’ulivo, resistente e profondamente radicato, è un simbolo di
chi siamo e del nostro legame con questa terra.
Mentre si avvicina la raccolta di quest’anno, i nostri villaggi sono presi da un
terrore che non avevo mai visto prima. Nelle ultime settimane, la situazione in
tutta la Cisgiordania è peggiorata bruscamente. Raid militari, chiusure stradali
arbitrarie e irruzioni quotidiane di milizie di coloni armati hanno trasformato
le nostre campagne in una zona militarizzata.
Questa stagione si preannuncia peggiore di qualsiasi altra che abbiamo
affrontato. Con le elezioni israeliane fissate per il 27 ottobre, le fazioni
politiche competono apertamente su chi possa assumere la postura più aggressiva
nei confronti dei palestinesi.
I coloni sono meglio armati che mai, dotati di fucili d’assalto ed
equipaggiamento militare, e sostenuti dalle istituzioni dello Stato. Prima
ancora che venga raccolta una singola oliva, la violenza dei coloni ha già
raggiunto livelli record, con le Nazioni Unite che registrano una media di oltre
sei attacchi al giorno ad agosto.
Questo terrore ci colpisce molto da vicino. Nel mio villaggio di Qira, nel
governatorato di Salfit, la mia famiglia e i miei vicini attendono la raccolta
con profonda ansia. I nostri uliveti, come quelli dei villaggi circostanti, sono
bersaglio delle colonie illegali e degli avamposti intorno a loro.
Raccogliere dai nostri alberi, un tempo un atto di amore e sostentamento, è
diventato un’impresa ad alto rischio in cui semplicemente essere presenti nei
campi espone a molestie, attacchi fisici o espulsione.
Il clima politico all’interno di Israele ha trasformato i nostri uliveti in
campi di battaglia. I coloni estremisti agiscono con impunità perché sanno di
avere il sostegno strutturale dello Stato, lo scudo legale del diritto militare
e la protezione diretta dell’esercito israeliano.
Milizie appoggiate dallo Stato
Per capire cosa sta accadendo nei campi palestinesi, bisogna prima smontare la
falsa narrazione secondo cui gli attacchi dei coloni sarebbero semplice
“vigilantismo” o “attrito” tra civili.
I coloni israeliani illegali agiscono come un braccio paramilitare dello Stato
israeliano, compiendo appropriazioni ideologiche di terreni e atti di violenza
con la copertura politica e l’avallo dello Stato, spesso facendo ciò che
l’esercito regolare non può fare.
I coloni vengono sistematicamente armati, finanziati e protetti dalle
istituzioni ufficiali. Ministri del governo israeliano promuovono apertamente,
finanziano e incoraggiano l’espansione delle colonie e la costruzione di
avamposti. Quando milizie di coloni armati scendono negli uliveti palestinesi di
Qira o altrove nella Cisgiordania, stanno attuando la più ampia politica dello
Stato volta al trasferimento forzato e all’espansione territoriale.
Quando coloni mascherati attaccano gli agricoltori con sbarre di ferro,
motoseghe e munizioni vere, l’esercito non li disarma né li arresta. I soldati
regolarmente fanno da guardia, fornendo copertura operativa.
Se gli abitanti dei villaggi palestinesi cercano di difendere le proprie
famiglie o proteggere i propri ulivi, l’esercito volge le armi contro le
vittime, sparando gas lacrimogeni, pallottole d’acciaio rivestite di gomma e
colpi veri agli agricoltori.
I coloni forniscono la violenza fisica necessaria per spingere i palestinesi
fuori dalla terra. Lo Stato fornisce le armi, l’immunità politica e i meccanismi
legali per sigillare il territorio appena sottratto.
La portata di questa campagna è documentata in dettaglio dall’Ufficio delle
Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA). Durante la
raccolta dello scorso anno, l’OCHA ha registrato 178 attacchi legati alla
raccolta delle olive compiuti da coloni in 88 città e villaggi palestinesi,
quattro volte il numero di comunità colpite nel 2020.
In tutta la Cisgiordania, solo nell’ottobre 2025 si sono verificati 264 attacchi
di coloni, una media di 8,5 al giorno, rendendolo il mese più violento
dall’inizio della raccolta dati da parte dell’OCHA nel 2006. Oltre 6.000 ulivi e
piante giovani sono stati vandalizzati durante l’anno.
Espropriazione delle terre
Quest’anno si preannuncia ancora peggiore. Secondo la Commissione palestinese
per la resistenza al muro e agli insediamenti, nei primi otto mesi del 2026 sono
stati presi di mira 49.000 ulivi, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo
dell’anno scorso.
Circa 100.000 famiglie palestinesi della Cisgiordania dipendono dal reddito
delle olive, e negli anni buoni le esportazioni portano quasi 200 milioni di
dollari all’economia palestinese.
Oltre a distruggere gli alberi, gruppi organizzati di coloni invadono i nostri
uliveti per rubare le olive raccolte, confiscare gli attrezzi utilizzati,
distruggere i magazzini, tagliare i tubi dell’irrigazione e vandalizzare i
veicoli.
Questa violenza va di pari passo con un sistema burocratico concepito per
privarci delle nostre terre attraverso la legge sull’occupazione.
L’esercito israeliano dichiara regolarmente vaste aree di terreni agricoli
palestinesi adiacenti agli insediamenti, agli avamposti e alle strade di
circonvallazione riservate ai coloni come zone militari chiuse, impedendone
l’accesso da un giorno all’altro. Circa 128.000 dunam di terreni agricoli sono
inaccessibili ai loro proprietari a causa delle restrizioni sui permessi
dall’ottobre 2023.
Agli agricoltori viene impedito di raggiungere i propri alberi oppure viene
concesso loro un intervallo di tempo limitato a uno o due giorni durante la
raccolta, in base a un meccanismo di “coordinamento preventivo”. Spesso
l’autorizzazione viene concessa solo dopo che le olive sono marcite sui rami o
sono state rubate.
In base alle norme militari e al diritto di proprietà di epoca ottomana, fatti
propri dall’Amministrazione Civile israeliana, i terreni dichiarati “terreni
demaniali” o lasciati incolti perché agli agricoltori è stato impedito di
raggiungerli vengono confiscati.
Usando la violenza dei coloni e gli ordini militari per impedirci fisicamente di
coltivare, lo Stato crea il pretesto giuridico di cui ha bisogno per assorbire i
nostri uliveti nei confini delle colonie in espansione.
Non ci manca la resilienza né la devozione verso la nostra terra. Ci manca la
protezione fisica di base.
A Qira, come in centinaia di villaggi in tutta la Cisgiordania, famiglie
disarmate si trovano indifese davanti a gruppi paramilitari appoggiati dallo
Stato. Per salvare i nostri mezzi di sussistenza e preservare la nostra presenza
sulla terra dei nostri antenati, la comunità internazionale deve passare dai
gesti simbolici all’azione concreta.
Gesti simbolici
Nelle ultime settimane, un gruppo di Stati occidentali, tra cui Regno Unito,
Francia e Canada, ha annunciato divieti sugli scambi commerciali con le colonie
israeliane e sanzioni nei confronti di singoli coloni estremisti e di
organizzazioni legate alle colonie.
Queste misure sono un passo nella giusta direzione, ma sono drasticamente
insufficienti rispetto alla scala della nostra realtà. Sanzionare una manciata
di individui ignora lo Stato che li arma e li dirige.
Un divieto commerciale sui prodotti delle colonie, o un divieto di visto per
pochi individui, non fermerà un gruppo armato dal scendere nei nostri uliveti di
Qira domani mattina. Queste misure non alterano il calcolo di uno Stato che
protegge l’aggressore e criminalizza la vittima.
Finché l’architettura politica, militare ed economica che sta alla base
dell’impresa coloniale rimarrà intatta e impunita, le dichiarazioni diplomatiche
non riusciranno a proteggere nemmeno un ulivo né a salvare la vita di un solo
contadino.
Chiediamo con urgenza una forza di protezione internazionale indipendente,
oppure un ampliamento della presenza di osservatori civili, dispiegata
direttamente nelle zone agricole più esposte agli attacchi, inclusi villaggi
come Qira, in tutta la Cisgiordania durante la raccolta delle olive.
I governi occidentali devono andare oltre le misure parziali e imporre embarghi
totali sulle armi, sanzioni a tutto campo e un boicottaggio completo delle
istituzioni statali israeliane, delle unità militari, delle aziende e degli enti
finanziari che armano, dirigono o traggono profitto dall’espansione delle
colonie e dalle infrastrutture dell’occupazione.
La Corte penale internazionale, che ha già emesso mandati di arresto nei
confronti di leader israeliani in relazione alla questione di Gaza, deve
accelerare le indagini sui casi di espropriazione di terreni, sfollamenti
forzati e violenze da parte dei coloni, perpetrati con il sostegno dello Stato,
in quanto crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Un albero d’ulivo richiede decenni per maturare. Una motosega o una tanica di
benzina nelle mani di un colono armato possono distruggere secoli di patrimonio
in pochi secondi.
Ogni oliva non raccolta e ogni albero bruciato è un tentativo deliberato di
costringerci a lasciare la nostra terra. Mentre un’altra raccolta delle olive si
avvicina sotto l’ombra della violenza sponsorizzata dallo Stato, il mondo non
può permettersi di voltarsi dall’altra parte.
Esigiamo azione, responsabilità e protezione internazionale prima che la nostra
terra sia svuotata dei suoi alberi e dei suoi abitanti.
Articolo originale:
https://www.middleeasteye.net/opinion/olive-harvest-nears-palestinian-farmers-urgently-need-international-protection
Traduzione di Nazarena Lanza
Fareed Taamallah